E alla fine il parlamento si inchina alle banche

E alla fine il parlamento si inchina alle banche

Tanto rumore per nulla. Le clamorose dimissioni in blocco del comitato direttivo dell’Abi, la lobby delle banche italiane, contro l’art. 27-bis del decreto liberalizzazioni, che elimina le commissioni sulle erogazioni, potrebbero rientrare in tempi record. Lo ha lasciato intendere il presidente di Palazzo Altieri, Giuseppe Mussari, che stamani in un’intervista a Radio 24 si è dichiarato «fiducioso» in un cambio rapido della norma in Parlamento, invitando poi a riflettere sul rapporto tra banche e politica mettendo da parte i pregiudizi.

La strada dell’emendamento salva-banche, come ha lasciato intendere il correlatore Stefano Saglia (Pdl) – l’altro relatore è Oriano Giovannelli (Pd) – a Linkiesta, non è per nulla lineare. Oggi i capigruppo delle commissioni Affari Costituzionali e Attività Produttive di Montecitorio hanno negato il via libera all’inserimento della misura nel Dl Semplificazioni, quindi le strade che rimangono aperte sono sostanzialmente due: o un disegno di legge autonomo bipartisan, o, più probabile, il tentativo d’inserimento nel decreto fiscale. In questo secondo caso, però, il problema sta nel lasso temporale che intercorre tra l’entrata in vigore del decreto sulle liberalizzazioni e quella sulle semplificazioni. Un problema che Saglia riconosce, ammettendo che «Solo il Governo può dire se è possibile riaprire il decreto liberalizzazioni». Il quale è stato già approvato dal Senato, mentre la Camera ha meno di 20 giorni per farlo prima della sua scadenza. Tempi tecnici strettissimi. Per quanto concerne il suo contenuto, ora si prevede che la sospensione delle commissioni valga soltanto per le banche non rispettose dei requisiti di trasparenza sui costi fissati a suo tempo dal Comitato interministeriale per il credito e il risparmio.

Intanto, Mario Monti si è tenuto ben alla larga dal proferire verbo sulla questione. Al contrario, Giuseppe Mussari è piuttosto loquace. In un’intervista pubblicata sul Corriere domenica scorsa, il capo dell’Abi aveva spiegato: «Le banche sono imprese private capaci di far propri obiettivi di responsabilità sociale. La nostra rotta guarda all’economia reale ma se non siamo capaci di remunerare il capitale dove prendiamo le munizioni da dare alle imprese?».
Il punto è proprio questo, e il problema non è certo il regime di «prezzi amministrati» contro cui si è scagliata l’Abi, pur avendo riattivato la moratoria sui crediti verso le Pmi e altre iniziative di sostegno alle imprese in questo contesto macroeconomico, come il plafond da 10 miliardi che la Cassa depositi e prestiti ha messo in campo con l’Abi per facilitare gli investimenti (8 miliardi) e il ritardo dei pagamenti della Pa (2 miliardi).

La vera questione è da un lato il ruolo di “responsabilità sociale” che le banche tramite le Fondazioni esercitano sul territorio, e dall’altro l’incapacità di remunerare il capitale. Proprio l’ente che controlla l’istituto di credito presieduto da Mussari, il Monte dei Paschi di Siena, ha preferito indebitarsi – un’altra operazione di sistema in cui sono coinvolti tutti i principali istituti italiani – pur di non arretrare sotto la fatidica soglia del 51% del capitale. Dall’altro la remunerazione del capitale che non sempre avviene con i criteri del libero mercato, come dimostra il credito sottocosto erogato agli amici e alle parti correlate. 

L’ultima asta della Bce, alla quale le banche italiane hanno attinto cospicuamente anche stavolta – Morgan Stanley ha stimato che, sommando l’asta di dicembre a quella di una settimana fa, Intesa Sanpaolo abbia prelevato 36 miliardi di euro, Unicredit circa 24, Monte dei Paschi 15, Ubi banca 10,5 e il Banco Popolare – andrà a finanziare il riacquisto dei titoli di Stato in scadenza. Un modo non troppo impegnativo per guadagnare lucrando sulla differenza tra i tassi d’interesse dei prestiti triennali di Eurotower, l’1%, e il rendimento dei bond che stanno sulla parte breve della curva. Un gioco in cui vincono tutti tranne le imprese.

Paradossalmente, invece, sarebbe ben più remunerativo per gli istituti di credito, in termini di banale differenza di tassi, erogare credito alle imprese. Peccato che sia più difficile e rischioso, e gli istituti non hanno nessuna intenzione, con l’Eba, il regolatore europeo, che si deve ancora esprimere sui loro requisiti di capitale, di rischiare. Basta dare un’occhiata al nuovo record segnato oggi dai depositi overnight presso Eurotower, saliti a 827,5 miliardi di euro: si preleva e si rideposita a Francoforte.

Mussari dice che la rotta del credito guarda all’economia reale, ma i dati raccontano un’altra storia, così come gli esiti del rapporto con la politica che siede nelle Fondazioni, in alcuni casi virtuoso, e in altri no, leggi la lotta per la presidenza di Unicredit, che domani riunirà il comitato governance, e appunto Mps. Sempre nell’intervista al quotidiano di via Solferino, il presidente dell’Abi ha dichiarato: «Non possiamo essere servizio pubblico perché è in contrasto con la nostra natura giuridica e i milioni di azionisti che abbiamo, perché cozza con le scelte privatistiche che il Paese ha fatto per tempo e il modello adottato in tutto il mondo». I milioni di azionisti, probabilmente, vorrebbero invece meno operazioni per salvare capra e cavoli e più capacità selettiva per far fruttare i propri investimenti. 

Twitter: @antoniovanuzzo