Gli sceicchi si armano contro l’Iran e sognano gli Stati Uniti d’Arabia

Gli sceicchi si armano contro l’Iran e sognano gli Stati Uniti d’Arabia

A Natale gli sceicchi hanno fatto la spesa al Pentagono: sessanta miliardi di dollari in jet, elicotteri e aggiornamenti informatici per l’Arabia Saudita, tre miliardi e mezzo per gli Emirati, investiti in un moderno sistema anti-balistico, il Terminal High Altitude Area Defense (THAAD).
È la prima volta che la sofisticata attrezzatura anti-missile varca il confine americano, ma dietro questa transazione non ci sono solo le fredde ragioni dell’economia. L’affare si inserisce coerentemente all’interno della strategia obamiana del “leading from behind”, secondo l’ormai nota definizione data dal giornalista del New Yorker Ryan Lizza.

La Casa Bianca considera l’intervento diretto degli Stati Uniti come l’ultima ratio per risolvere le crisi internazionali. In Libia l’avanguardia mediatica e politica è stata occupata da Francia, Inghilterra e Qatar, anche se l’apporto americano è stato decisivo per le sorti del conflitto. Adesso, di fronte alle continue provocazioni iraniane, a scaldare i motori non c’è solo Israele, in cui il dibattito su un attacco preventivo alle installazioni di Teheran è aperto da tempo. I Paesi del Golfo, Ryadh in testa, si stanno attrezzando per affrontare la minaccia degli ayatollah.
Nel 2011 cinque dei sei membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo – Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi – hanno speso più di 21 miliardi di dollari in armamenti. Solo il minuscolo Bahrein, alle prese con una rivolta interna, non ha partecipato allo shopping militare.

Nel 1984 il Consiglio di Cooperazione – nato tre anni prima per ragioni di ordine economico – si è dotato di una piccola unità bellica congiunta, il Peninsula Shield Force, ma fino ad oggi questa struttura si è fatta notare soprattutto per la sua inefficacia. Nel 1990 non è riuscita in alcun modo ad impedire che il territorio di uno dei membri, il Kuwait, fosse invaso dall’Iraq di Saddam. Nel marzo 2011 un contingente di militari del Golfo – in prevalenza sauditi – è intervenuto in Bahrein per reprimere le proteste, ma si è trattato di un semplice supporto alle autorità locali.

Adesso Riyadh, con il beneplacito di Washington, vorrebbe compiere un salto di qualità, mettendo insieme le capacità militari dei vari Stati, in modo da creare un esercito regionale che possa costituire uno strumento di prevenzione o di soluzione delle crisi. Il primo a parlare in questa direzione è stato, tre mesi fa, il principe Turki al-Faisal, storico capo dei servizi sauditi ed ex ambasciatore in Gran Bretagna e negli Stati Uniti: «Dobbiamo andare al di là delle nostre differenze e creare una forza bellica unificata, con una chiara catena di comando. La sicurezza di un popolo è quella di tutti, la stabilità o l’instabilità di un Paese coinvolge ogni membro del Consiglio». Il principe è considerato talvolta un maverick, un irregolare all’interno dell’entourage governativo, ma le sue posizioni in politica estera spesso riflettono quelle della corona. Recentemente re Abdallah ha espresso l’auspicio che il Consiglio di Cooperazione del Golfo diventi una vera e propria Unione di Stati sovrani, un concetto già elaborato da Faisal: «Cedere parti della notra sovranità individuale non fa altro che rafforzare la sovranità collettiva». L’ex capo dell’intelligence pensa a un modello molto avanzato di integrazione, che unifichi tutti gli elementi strategici, industria della difesa, moneta, sistema della giustizia, strutture produttive. Il re non si spinge così avanti, ma ripete l’obiettivo di creare una “singola entità”, che decida in materia di politica estera ed economica.

L’idea di unire le forze e di accelerare la corsa agli armamenti è la conseguenza dello spauracchio rappresentato dall’Iran sciita. Ma il blocco sunnita delle monarchie del Golfo, se avesse reali capacità militari, potrebbe esercitare un ruolo anche in Siria, contro il regime dell’alawita Bashar al Assad, alleato di Teheran. Inoltre, potrebbe intervenire per puntellare un traballante vicino, lo Yemen, che, malgrado l’accordo per l’uscita di scena del presidente Saleh, è lontano dal raggiungere la stabilità, tra scontri clanici, aspirazioni democratiche, tendenze secessioniste e infiltrazioni qaediste.

L’endorsement di Washington a favore di una struttura militare unificata non ha tardato ad arrivare, con le parole del vice segretario di Stato, Andrew Shapiro: «Siamo interessati a lavorare con tutti i Paesi del Golfo per sviluppare un’architettura regionale della sicurezza, in grado di affrontare tutte le sfide e tutte le minacce». L’impresa, però, appare tutt’altro che facile. Già un semplice coordinamento degli sforzi, anch’esso auspicato a Foggy Bottom, sarebbe un importante passo in avanti. La marca saudita del progetto è troppo forte perché altri ambiziosi Stati dell’area, Qatar ed Emirati su tutti, possano acconsentire senza resistenze. Doha, in particolare, non nasconde il proprio disegno di diventare un hub strategico della politica internazionale, in grado di mediare tra le parti e, in alcuni casi, di assumere un impegno diretto.

È stato il Qatar a spingere la Lega Araba a chiedere all’Onu l’imposizione di una no fly zone sulla Libia, prima che l’emirato partecipasse in prima linea alla battaglia contro Gheddafi. È stato lo sceicco Hamad Bin Khalifa al Thani a convincere la stessa, riluttante, Lega a prendere posizione contro i massacri di Assad e a proporre, in un’intervista alla televisione americana Cbs, l’invio di truppe a Damasco. L’attivismo di Doha fa da contraltare al passo lento di Riyadh, impegnata a disinnescare la minaccia di una primavera araba interna. Difficile, dunque, che si possa costituire una forza unificata, sotto la tutela saudita, come sottolinea l’analista mediorientale Jeremy Binnie: «Il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti non prenderanno ordini dall’Arabia. Abu Dhabi fatica persino a coordinare le truppe dei singoli emirati».
Malgrado la competizione tra alleati ostacoli la formazione di un’unica struttura militare, il blocco del Golfo non può più essere considerato un mero esportatore di petrolio e gas naturale. Grazie ai proventi energetici, le monarchie sunnite stanno costruendo eserciti moderni ed efficienti, consapevoli che la sicurezza e la stabilità regionali non possono essere delegati ad altri, tantomeno in una fase storica in cui gli Usa hanno lasciato l’Iraq e l’Iran aspira a riempire il vuoto. Washington non è più – se mai lo è stato – il gendarme unico del pianeta e ciascuno, sceicchi compresi, è chiamato a fare la propria parte.

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