I Medici e la tradizione italiana dei banchieri in politica

I Medici e la tradizione italiana dei banchieri in politica

Banchieri in politica, sai che novità. C’è una lunga tradizione in Italia. Quintino Sella, innanzi tutto, che oltre a fondare il Cai, cofondò anche la banca che ancor oggi porta il nome della sua famiglia. Di lui si ricorda che fu uno dei due ministri delle Finanze in grado di raggiungere il pareggio del bilancio (l’altro fu il veronese Alberto De Stefani nel 1924 che, fascista della prima ora, raggiunse lo scopo com metodi assai maschi: incenerendo sacchi di banconote).

Ma il più illustre banchiere sceso in politica è stato senz’altro il fiorentino Cosimo de’ Medici. E vedendo certi banchitici (banchieri-politici) di oggi, si direbbe che aspirino più al principato che al pareggio di bilancio. Solo che, per arrivarci, bisogna averne le doti, e Cosimo non era un personaggetto qualsiasi. Firenze era uscita con le ossa rotte dal fallimento dei Bardi e dei Peruzzi e c’era bisogno di qualcosa che in qualche modo rimpiazzasse quelle che erano state le più grandi banche del Medioevo. Saranno i Medici a fondare nel 1397 il nuovo banco che tuttavia mai raggiungerà le dimensioni dei suoi progenitori falliti una cinquantina d’anni prima. Sarà però importante perché introdurrà una nuova forma societaria, molto simile a quella che noi chiamiamo holding. Le società per azioni sono molto più tarde, di inizio Seicento, ma il banco fiorentino, almeno fino alla riforma del 1455, aveva le caratteristiche di una holding company di varie società riunite in un organismo più grande: la tavola di Firenze, le filiali di Roma e Venezia, le accomandite di Ancona, Bruges e Ginevra.

Il fondatore è Giovanni di Bicci de’ Medici che si fa le ossa lavorando a Roma, nel banco di un lontano parente, Vieri di Cambio de’ Medici (nome piuttosto significativo per uno che fa parte dell’Arte del Cambio). Quando Vieri muore la sua attività viene spezzettata e Giovanni gli subentra nella gestione del banco a Roma, per poi trasferirlo a Firenze. È il 1397, appunto, quello che viene considerato l’anno uno del banco Medici. Sia detto che la casa madre di Firenze non raggiungerà mai il volume d’affari di Roma perché lì venivano trasferite le decime che il papato raccoglieva ovunque (dalle zanne di tricheco in Groenlandia alle pellicce di martora in Polonia) e perché vescovi e cardinali erano assetati di beni di lusso e non disdegnavano di contravvenire ai divieti che essi stessi emanavano in materia di usura (qualsiasi interesse, a prescindere dall’entità, era considerato usura).

Suo figlio Cosimo nasce il 27 settembre 1389. Si lancia nel mondo della finanza internazionale quando, venticinquenne, partecipa quale rappresentante del banco Medici al Concilio di Costanza (1414-1418). E ben gliene verrà quando, nel 1462, papa Pio II, il senese Enea Silvio Piccolomini, gli concederà il monopolio delle miniere di allume di Tolfa, permettendo al banco di creare uno dei primi cartelli della storia, quello dell’allume (il minerale era necessario per fissare i colori alle stoffe). Le vicende della famiglia Medici si intrecciano con quelle dei Bardi perché Giovanni ha per socio un Bardi, mentre Cosimo sposerà una Bardi.
Giovanni di Bicci muore nel 1429 e il figlio Cosimo (assieme al fratello Lorenzo che però morirà presto) assume la direzione del banco di famiglia facendogli vivere il periodo più prospero. L’uomo più ricco di Firenze – quale Cosimo era – assume la signoria di fatto della città, pur senza ricoprire cariche formali, salvo il paio di volte in cui è eletto gonfaloniere di giustizia. Con lui il banco arriverà alla massima espansione, aggiungendo alle filiali già citate quelle di Avignone, Londra, Pisa e Milano (e Ginevra sarà spostata a Lione quando le fiere della città francese soppianteranno quelle della città svizzera).

Cosimo il Vecchio è un grande: sa gestire i capitali, ma soprattutto da scegliere le persone. Il segreto del suo successo sta nei suoi collaboratori: in tempi in cui le comunicazioni erano lentissime per fare i direttori di filiale bisognava scegliere il meglio, bisognava avere persone di fiducia, abili, in grado di prendere decisioni importanti da soli, da ringalluzzire con premi generosi, da guidare con mano ferma e con direttive chiare e precise. Quindi niente yes men, niente mezze calzette per svettare in mezzo ai mediocri, come tanto amano fare troppi manager di oggi.

Raymond de Roover è autore della più accreditata storia del Banco Medici. Ecco come descrive Cosimo: «Le stesse qualità che gli procurarono il successo in politica, lo sostennero felicemente negli affari. Con Cosimo al timone, il banco Medici divenne la più grande casa bancaria del tempo. Cosimo non cercò di amministrare ogni cosa; al contrario, invece di lasciarsi sommergere dai particolari, seppe distribuire il peso amministrativo sui suoi sottoposti, pur mantenendo saldamente le redini del carro. Era lui che stabiliva le norme, formulava le direttive e badava che le sue istruzioni fossero seguite alla lettera. Così era severissimo col direttore di filiale che fosse andato oltre ai sui poteri o avesse scavalcato i suoi ordini. Quando Angelo Tani, direttore di Bruges, trascinò la filiale in perdita trattando con i “lombardi”, ossia i prestatori su pegno italiani, prestando loro somme eccessive, Cosimo lo minacciò di rompere la società, e così avrebbe fatto certamente se i suoi consiglieri non avessero interceduto e lo avessero dissuaso dall’attuare un così drastico provvedimento».

«Nonostante fosse coinvolto nella politica», continua De Roover, «Cosimo non rallentò la sua presa nella direzione degli affari e continuò per tutta la vita a prendere parte attiva nella gestione del banco. A causa della lentezza delle comunicazioni era inevitabile che ai direttori di filiale venisse data la più ampia libertà di decidere: era perciò molto importante scegliere uomini onesti ed efficienti. Cosimo se ne intendeva, e li guidava con sicurezza e abilità, pronto a correggere ogni errore e a rimproverare ogni mancanza. In questo compito fu assistito abilmente da Giovanni Benci, direttore generale dal 1435 al 1455, durante vent’anni di continua espansione. La morte del Benci si rivelò poi per il banco Medici una perdita irreparabile. Padrone severo, Cosimo era tuttavia generoso nel dividere gli utili con i suoi direttori. Quelli che godevano di un buon stato di servizio non avevano difficoltà ad assicurarsi contratti favorevoli.

Parecchie famiglie si arricchirono proprio stando al servizio di Cosimo. Può essere stato talvolta duro e intransigente, ma non era privo di sensibilità. Quando Folco d’Adovardo Portinari, direttore della tavola di Firenze, morì nel 1431 lasciando molti figli minorenni, Cosimo si prese cura di loro allevandoli in casa. Quando le cose andarono a rovescio, i Medici non furono ripagati della propria generosità, e furono due fratelli Portinari ad avere una parte importante nella rovina del banco».
Cosimo muore il 1° agosto 1464 nella villa di Careggi. Dopo di lui il banco decade. Suo nipote Lorenzo il Magnifico sarà un ottimo patrocinatore di artisti, ma un pessimo banchiere. Il banco Medici cesserà l’attività nel 1494, quando la famiglia sarà cacciata da Firenze (poi ci tornerà, ma non sarà più una stirpe di banchieri).

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