Storia MinimaI tecnici al potere non li ha inventati Mario Monti

I tecnici al potere non li ha inventati Mario Monti

In uno dei primi numeri de L’Unità, il settimanale che Gaetano Salvemini fonda alla fine del 1911, convinto che in Italia occorra costruire una cultura politica per le riforme che superi e scombini gli assetti congelati degli schieramenti consolidati politici, Giustino Fortunato (1848-1932) interviene sulla natura della classe politica e sulla composizione del Parlamento.

Il momento è dei più significativi: è appena scoppiata la guerra italo-turca e il tema all’ordine del giorno è chi comanderà politicamente nel Paese.

Tuttavia, ancora non c’è una classe politica in grado di esprimere quel progetto. Si formerà lentamente con la guerra e la scommessa di Salvemini, pur fondata su un’intuizione corretta, sarà perduta. 

Giustino Fortunato

Fermo immagine*

… oggi come oggi la Camera italiana è, in grandissima maggioranza, costituita da uomini nati ed educati dopo il ’60, rappresentanti la media e piccola borghesia, per il maggior numero avvocati esercenti: personalmente colti, personalmente quasi tutti onesti, e tutti, proprio tutti dotti del senso della realtà, molto più equilibrati e molto più moderati di quanto sia mai dato immaginare – ognuno più colto e più onesto e più chiaroveggente della media di coltura e di onestà e di chiaroveggenza del proprio collegio elettorale; ma tutti, assolutamente tutti non desiderosi d’altro se non di rimaner deputati, non perché amanti della politica, bensì perché bisognosi di questa nell’esercizio della vita – e, quindi, sprovvisti d’ogni spirito di combattività, amanti del quieto vivere, ossia de’ piccoli favori ministeriali e del più misero favor popolare, pago di un nome, ormai: «il blocco popolare».

Questa la realtà, resa immensamente più grave dal fatto che uomini di prim’ordine le nuove generazioni non hanno, purtroppo, saputo dare alla Camera: le madri italiane, nel decennio dal ’60 al ’70, grandi uomini di Sato non hanno, no, saputo generare.

E allora? Allora dobbiamo convincerci, che in Italia così povera di classi politiche, unica, sola forza politica è la burocrazia, arbitra del Parlamento. Ecco la chiave dell’enigma!

Buona parte della fortuna di Giolitti dipende da ciò, che egli solo, venuto su dalla burocrazia, ha saputo e sa, in qualche modo, dominarla. Guardiamo i suoi ministeri, e quelli da lui patrocinati: in maggioranza, son composti di uomini politici, addetti alle amministrazioni dello Stato; ci fu uno dei due ministeri Fortis, nel quale, su 11 ministri, 8 erano stipendiati dallo Stato.

Formar l’Italia politica, fuori e al di sopra della burocrazia: questo è il compito del domani. Ma è possibile l’intento, finché avremo tanta povertà economica, tanta povertà di coscienza morale?

*Giustino Fortunato, Parlamento e paese, in L’Unità, 6 gennaio 1912,
p. 13.
 

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