Il Portogallo è una piccola Grecia e potrebbe voler fallire

Il Portogallo è una piccola Grecia e potrebbe voler fallire

Dopo la Grecia, l’eurozona si chiede chi sarà il prossimo Paese a entrare nel circolo vizioso della ristrutturazione del debito. Il Portogallo è l’indiziato speciale, specie dopo le ultime scelte del governo greco. In Europa solo Atene ha una crescita del Pil inferiore a Lisbona. Sui mercati obbligazionari le tensioni intorno ai bond lusitani sono sempre elevate e, come ricorda Deutsche Bank, «c’è il pericolo che la curva dei tassi d’interessi assuma la stessa tendenza intrapresa dalla Grecia nei mesi scorsi». Intanto, continua il braccio di ferro fra Europa e Spagna sui conti pubblici. Durante l’eurogruppo di oggi il clima è apparso più disteso, ma i problemi di indebitamento degli enti locali iberici rimangono. A tal punto che sono già tanti gli operatori che si chiedono se sarà Madrid la prima a prendere la strada ellenica.

Atene non ha ancora finito di patire per la più grande ristrutturazione del debito della storia e già si parla della prossima. Nonostante sia stata l’ultima a essere salvata, Lisbona è la prima sulla lista per seguire la Grecia. Come sintetizza oggi la banca svizzera UBS, «l’economia portoghese risulta essere una delle più sofferenti in questa fase congiunturale». Non è facile pensare il contrario. La Commissione europea, nelle sue previsioni di inizio anno diramate due settimane fa, ha evidenziato che per quest’anno il Portogallo registrerà una contrazione del 3,3 per cento. Peggio di Lisbona, solo Atene. Il premier Pedro Passos Coelho ha più volte ribadito che non ci sono problemi, che la strada verso il ritorno alla normalità è stata intrapresa nel migliore dei modi. «Torneremo sui mercati obbligazionari nel 2013, come previsto di comune accordo con la troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Ue, ndr)», ha detto Passos Coelho.

La differenza fra il debito greco e quello portoghese è elevata. Se il primo è di circa 365 miliardi di euro, il secondo è di circa 195 miliardi. Sempre secondo la Commissione europea, il debito del Portogallo è detenuto al 63% da investitori esteri, prevalentemente banche, fondi d’investimento, fondi pensione ed hedge fund. Il rapporto debito/Pil non raggiunge però i livelli ellenici, 198% secondo Reuters Datastream, dato che si attesterà al 111% a fine anno, salvo sorprese. Il deficit è invece dato al 4,5%, mentre Atene continua a correggere al rialzo le stime, attualmente al 7 per cento. Analoga è invece la dinamica congiunturale dell’economia. In assenza di una base manifatturiera rilevante, il Portogallo sta arrancando fra scioperi, un crescente numero di imprese insolventi e un tasso di disoccupazione che ha quasi raggiunto il 14 per cento.

«Non è probabile nel 2012, ma nel 2013 è possibile che avvenga una ristrutturazione sullo stile greco». Così, il maggiore interdealer broker mondiale, ICAP, ha spiegato oggi in una nota ai clienti. «Il rischio che il governo portoghese utilizzi il Private sector involvement (Psi) è cresciuto sensibilmente dopo l’accordo sullo swap da parte della Grecia», scrivono gli analisti di ICAP. E sebbene si tratti di mere ipotesi, sono sintomatiche dell’agitazione in cui versano i mercati finanziari dell’eurozona.

Se Lisbona è già data per spacciata da molti, oggi è arrivata una boccata d’ossigeno per la Spagna. La tensione fra Madrid e Bruxelles in merito ai conti pubblici iberici si è apparentemente affievolita in seguito ai dialoghi fra il ministro dell’Economia Luis de Guindos, che ha parlato a lungo con i funzionari della Commissione Ue e con il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble. «I dubbi sono stati risolti e la Spagna non è come la Grecia», ha detto il tedesco. Eppure, stando ai dati del Banco de España, la banca centrale spagnola, il debito delle pubbliche amministrazioni locali è in costante deterioramento. Per ora, i crediti vantati dalle imprese nei confronti degli enti locali ammontano a circa 110 miliardi di euro (dati novembre 2011). Ma la situazione in cui versa la penisola iberica «potrebbe essere peggiore», come afferma una nota del Santander, prima banca del Paese. Il premier Mariano Rajoy si è finora detto tranquillo, ma la pressione dell’Ue sta aumentando di giorno in giorno, specie considerando le paure per i tre principali punti deboli della Spagna: settore immobiliare, bancario e occupazionale.

Nel frattempo, i mercati finanziari non hanno avuto grossi scossoni dopo l’annuncio che, tecnicamente, è avvenuto il fallimento sovrano della Grecia. Venerdì sera l’International swaps and derivatives association (Isda), l’ente che regolamenta i mercati dei derivati, ha deciso che la ristrutturazione del debito greco era da considerare un evento creditizio. Vale a dire che c’erano i presupposti per il pagamento dei Credit default swap (Cds), le assicurazioni contro l’insolvenza di un emittente. L’asta dei Cds avverrà il prossimo 19 marzo, ma gli investitori sono cauti. Del resto, il rischio di un tal evento nei confronti della Grecia era già stato ampiamente metabolizzato dagli operatori, come ricorda oggi una nota di Morgan Stanley. Il nervosismo è rimasto ed è destinato ad accompagnare l’eurozona ancora per molto. 

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