In Germania solo la Merkel ha cambiato idea sugli italiani

In Germania solo la Merkel ha cambiato idea sugli italiani

Da quando i tedeschi hanno iniziato a convincersi che restituiremo i soldi prestati con i titoli di Stato, gli umori politici nei nostri confronti sono cambiati. Il 13 marzo, il cancelliere Angela Merkel ha dichiarato di seguire «con profondo rispetto le cose che vengono portate avanti dal mio collega Mario Monti e dal suo governo, e le riforme avviate». La scelta di aggettivi e complementi è tra i massimi livelli di espressività raggiunti da Angela nei nostri confronti – e probabilmente anche il massimo che il personaggio potrà mai raggiungere, essendo pur sempre figlia di un pastore protestante, nonché ex-ricercatrice universitaria nel campo della chimica fisica e cresciuta nel rigore della Germania Est.

Ma se l’approccio “scientifico” all’Italia ci ha fatto guadagnare valutazioni positive, quali sono gli umori del popolo tedesco nei nostri confronti? Per carità, di cosa pensano i tedeschi dell’Italia c’importa poco. Rimane però una questione utile per discutere dei rapporti che ci legano: possiamo comprendere un po’ di più i tedeschi, interrogandoci su cosa pensano di noi.

Chiaramente, questa non può essere un’analisi scientifica o un sondaggio. Si basa solo sulle impressioni di un decennio di vita in Germania. In questo periodo l’Italia attraversava il Medio e il Basso Berlusconismo, che a livello comunicativo sono stati estremamente deleteri per il nostro paese e per i coraggiosi che risiedevano in terra teutone. Occorre mettere subito in chiaro un elemento: non esiste una sola “visione” degli italiani in Germania, ma ce ne sono quasi 82 milioni: una per abitante. Esiste però uno “Zeitgeist” sulle percezioni che i tedeschi hanno di noi, che definisce alcune tendenze generali.

L’hobby d’elite del Bunga Bunga, con Ruby Rubacuori e tutto il circo berlusconiano, non sono stati visti con disprezzo nei confronti dell’Italia, ma con enorme dispiacere. Tutto il fenomeno è qualcosa che la Germania ha faticato enormemente a capire, giungendo a classificarlo (semplicisticamente) come frutto di un “rimbambimento” di massa ispirato dal controllo mediatico. Il “risveglio montiano” è interpretato con speranza finanziaria, ma c’è la consapevolezza che il governo italiano, più che altro, è un direttorio apolitico. Per questo, la stima a Monti denuncia aspetti di sfiducia nei nostri confronti. Quelle genti che vivono a Sud delle Alpi, definite con l’appellativo di gruppo di “italiani”, non sono state in grado di organizzarsi da sé, e Monti era il minimo che potesse capitare.

Alcune riviste interpretano questo aspetto con ferocia populista, come fa spesso il quotidiano nazional-popolare Das Bild. Altri ne danno un’interpretazione più intellettuale, come la rivista The European che ha cercato di avviare un dibattito sulla “Terza Repubblica” italiana, come se Monti fosse de Gaulle. Certo è che quest’avventura non ha fatto bene alla nostra reputazione. I cliché sugli italiani sono duri a morire, e il Bunga Bunga non ha aiutato. Sulle televisioni locali impazzano comici tedeschi che “fanno gli italiani”, rappresentati come ingenui pizzaioli o giù di lì, tra le risate del pubblico. Non è niente di preoccupante, se consideriamo che Paolo Villaggio con il formidabile Professor Kranz delle origini. Ma i tedeschi sono andati oltre: la catena di elettrodomestici Mediamarkt nel 2008 ha promosso degli spot vergognosi con il comico Olli Dittrich nei panni di un italiota truffaldino. Nel corso della coppa del mondo di calcio del 2006, il columnist dello Spiegel Achim Achilles ha scritto un articolo sarcastico e razzista nei nostri confronti, costringendo il giornale alle scuse, anche in Italiano.

Eppure, proprio in questi aspetti ci sono alcune differenze con la situazione di oggi. Interessa poco se alcuni media popolareschi ci prendono in giro: i tedeschi hanno un feroce senso dell’umorismo, e alcuni scaricano nei cliché parte delle proprie frustrazioni. Se poi qualcuno eccede, arrivano le scuse. Il problema di oggi è che questa forma di dileggio è arrivata anche ai media “alti” (anche se non in quelli “altissimi”, come la Faz o il Sueddeutsche Zeitung); e poi i tedeschi non si scusano più. Un altro columnist dello Spiegel, Jan Fleischhauer, ha recentemente scritto un pezzo in cui paragonava tutta l’Italia al capitano Schettino. Alle proteste, il signore non si è scusato, reagendo con un nuovo pezzo di arroganza “all’inglese” che vergeva su un banale studio antropologico-mediatico sulle “offese” nell’Europa di oggi. Fleischhauer non ha voluto capire che scherzare su Costa Concordia, per gli italiani, sarebbe stato come se noi avessimo fatto dell’umorismo sul disastro ferroviario di Eschede del 1988, che a causa dell’ “iper-ingegnerizzazione” tedesca causò 101 morti. Cogliamo in questi pezzi, così come nella mancanza di umiltà nel fare un passo indietro, un indice di supponenza latente, che davvero non avrebbe motivo di essere.

Sarebbe bello poter concludere questo pezzo citando i viaggi di Goethe in Italia, o l’amore di Herman Hesse e Thomas Mann per il nostro paese, o il celebre quadro “Italia und Germania” di Friedrich Overbeck. Il problema è che non è più tempo di retorica, così come non è più tempo di scherzare. Gli italiani sono accolti in Germania in base al proprio valore come singoli, e sicuramente le opportunità d’inserimento sono migliori rispetto al passato, anche nella provincia. Gli italiani sono amati e stimati, se riescono a dimostrare il proprio valore. Ciò vale per i singoli emigrati, così per un intero paese.

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