Intesa Sanpaolo azzera la banca del viceministro Ciaccia

Intesa Sanpaolo azzera la banca del viceministro Ciaccia

La sede della Divisione Assicurativa di Intesa Sanpaolo

Intesa Sanpaolo potrebbe azzerare Banca Infrastrutture e Sviluppo (Biis), la controllata specializzata nel credito alla Pubblica amministrazione e alle infrastrutture, che fino allo scorso fino novembre era guidata dall’attuale viceministro alle Infrastrutture Mario Ciaccia.

Entro fine marzo, secondo quanto risulta a Linkiesta, sarà presa una decisione sull’eventuale riassorbimento all’interno del Corporate e Investment Banking, la divisione focalizzata nei servizi finanziari alle imprese. Il neo amministratore delegato Enrico Cucchiani ha affidato l’esame preliminare del dossier al direttore generale Gaetano Micciché, capo della divisione Corporate.

La Biis era nata nel 2003 come unità operativa all’interno della divisione Corporate di Intesa, con Ciaccia come responsabile. Nel 2006 è stata scorporata e trasformata in banca e, in seguito alla fusione Intesa-Sanpaolo, accorporata con Banca Opi, sempre con Ciaccia come responsabile massimo. A novembre 2011, due settimane dopo la nomina di Corrado Passera a ministro delle Infrastrutture e dello Sviluppo, Ciaccia ha seguito l’ex a.d. del gruppo, assumendo l’incarico di viceministro alle Infrastrutture.

Al momento non sarebbero maturati orientamenti precisi sul futuro della Biis. Ai vertici del gruppo sono in corso delle valutazioni tecniche su strategie e aspetti organizzativi, con l’assistenza della società di consulenza McKinsey. Sulla decisione finale peseranno le considerazioni sui profili di gestione dei rischi, anche alla luce delle diverse criticità emerse con l’approvazione, giovedì scorso, del consuntivo 2011 di Intesa Sanpaolo.

Dalla disaggregazione dei risultati consolidati, infatti, viene fuori un quadro disastroso per la Biis: il 2011 si è chiuso con una perdita netta di 480 milioni, rosso che sale a 619 milioni se si considera l’impatto fiscale positivo per 139 milioni. In altri termini, nel 2011 la Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo ha incassato tasse anziché pagarle, grazie a benefici derivanti dall’iscrizione di imposte differite attive conseguenti all’affrancamento di attività materiali (una regalìa fiscale congegnata nel 2008 dall’allora ministro Giulio Tremonti, della quale hanno beneficiato principalmente le banche).

La pesante perdita nei conti è l’effetto del default greco per un ammontare complessivo di 794 milioni, fra perdite sul portafoglio di trading (73 milioni) e rettifiche sul portafoglio di proprietà (721 milioni), riconducibili a titoli emessi dal Tesoro ellenico e da amministrazioni locali. Nei libri di Biis, peraltro, figuravano anche obbligazioni delle Ferrovie Greche (ΟΣΕ) per 226 milioni, svalutati per 176 milioni. Come queste esposizioni, tipicamente da investment bank, siano finite nell’attivo della Biis – circa 40 miliardi di impieghi, per oltre l’80% in Italia – non è noto. Ma è abbastanza chiaro che qualcosa non ha funzionato nel risk management della piccola creatura di Ciaccia, che si fregia di «servire tutti gli attori, pubblici e privati, che collaborano alla realizzazione delle grandi infrastrutture e al miglioramento dei servizi di pubblica utilità», offrendo «sostegno al sistema sanitario, alle università e alla ricerca scientifica». E questo qualcosa è costato quasi 800 milioni.

L’esito dell’esercizio 2011 di Biis ha del paradossale se lo si confronta con quello di Banca Imi, l’investment bank del gruppo guidata da Gaetano Micciché, che ha chiuso l’anno con utili netti per 441 milioni, dopo aver versato al Fisco la bellezza di 235 milioni, guadagnando in tutte le aree della gestione. Banca Imi ha il suo interno una unità di finanza di progetto, molto attiva nella strutturazione e finanziamento di infrastrutture nei settori dell’energia e dei trasporti.

Fino a tutto il 2011, nella struttura organizzativa di gruppo la Biis è stata configurata come divisione autonoma (“Public finance”) a diretto riporto dell’amministratore delegato. Gli esiti delle valutazioni in corso sono però aperti: si va dalla cancellezione tout court attraverso l’incorporazione nella capogruppo, e comunque all’interno della divisione Corporate, a un ridimensionamento dell’autonomia operativa, mantenendo però l’identità societaria, a una qualunque soluzione intermedia, magari con il trasferimento di alcune attività a Imi. Un punto fermo lo ha messo l’11 gennaio l’amministratore delegato Cucchiani, al termine della prima riunione del consiglio di gestione a cui ha partecipato. La Biis è stata collocata «a riporto del direttore generale responsabile della divisione Corporate e Investment Banking
Gaetano Miccichè» (v. organigramma manageriale di Intesa Sanpaolo), che finora sedeva come semplice consigliere nel cda della controllata (Motivazione ufficiale: «porre a fattor comune le proprie competenze con quelle della divisione Corporate». Le deleghe dell’ex a.d. Ciaccia sono state attribuite al cda e al suo presidente Francesco Micheli. La “Public finance” continua tuttora a comparire come divisione a se stante (qui il grafico ufficiale), ma è evidente che un’era si è chiusa. Al di là delle scelte formali che verranno fatte, il primo feudo di potere a cadere all’interno del gruppo Intesa Sanpaolo è stato quello creato a immagine e somiglianza di “Sua Eccellenza”, come l’attuale viceministro Ciaccia, forte dell’autorevolezza di ex magistrato della Corte dei Conti, gradiva essere appellato. 

Twitter: @lorenzodilena

lorenzo.dilena@linkiesta.it