Le coop sono diverse, ma i cooperatori non lo sanno più

Le coop sono diverse, ma i cooperatori non lo sanno più

Forse il tema della biodiversità cooperativa può risultare nuovo a molti, perché abituati a riflettere direttamente sulla forma cooperativa in quanto tale. Lo trovo invece particolarmente azzeccato, in particolare in questa fase non solo di crisi, ma probabilmente di transizione da un modello economico tutto incentrato sul mercato (quello che il premio Nobel Joseph Stiglitz definisce del «fondamentalismo del mercato») verso un nuovo modello di cui riusciamo per ora solo ad intravvedere alcune caratteristiche come crescita più lenta, consumi di beni in contrazione, spesa pubblica in progressiva riduzione, domanda che si orienta sempre più verso i servizi alla persona e di interesse generale, domanda più di qualità che si quantità, ecc. Un nuovo modello che è ancora da definire, ma dove la diversità tra forme imprenditoriali sembra destinata ad assumere un rilievo maggiore che nel passato.

Molti sono i segnali che indicano che si sta andando in questa direzione. Qualche esempio: ogni paese negli ultimi tempi (dagli Usa, all’Europa, ai paesi asiatici) ha riconosciuto e regolato nuove forme di impresa a forte orientamento sociale, stanno riemergendo le mutue sanitarie, cresce l’interesse per le cooperative di utenza nella gestione di servizi pubblici locali, etc.

Parlare di biodiversità cooperativa richiede però alcuni chiarimenti, perché comporta una particolare declinazione di un concetto, quello della diversità tra forme di impresa, che non è di per sé nuovo, ma che è stato raramente applicato all’impresa cooperativa. Fino ad oggi infatti il concetto di diversità tra imprese è stato utilizzato essenzialmente in due direzioni. La prima è quella della diversità nella proprietà, pubblica o privata delle imprese, con le cooperative da alcuni considerate semplicemente come una forma di impresa privata, da altri come impresa senza una precisa appartenenza e quindi né carne né pesce. La seconda direzione è quella della diversità a seconda delle dimensioni, della distinzione tra piccole, medie e grandi imprese cui sono legate molte politiche comunitarie e nazionali, con le cooperative ancora una volta difficili da collocare e spesso assimilate alle piccolo-medie imprese, indipendentemente dalle sue dimensioni. Ambedue queste distinzioni hanno perso negli ultimi anni gran parte della loro utilità a seguito della progressiva riduzione del numero e del peso delle imprese pubbliche e a causa dell’emergere di piccole e medie imprese più performanti e più profittevoli delle grandi (le multinazionali tascabili).

Dobbiamo essere consapevoli che proporre una riflessione sulla biodiversità cooperativa significa introdurre nel dibattito un diverso criterio di distinzione tra le forme di impresa: quello dell’obiettivo e quindi dei valori su cui si fonda l’attività imprenditoriale, nonché delle forme prioritarie e di governance. È allora necessario riflettere sulle conseguenze di questo diverso modo di intendere e definire la diversità sulle performance dell’impresa, sulle modalità di utilizzo dei fattori produttivi e di distribuzione dei risultati tra i partecipanti all’attività. Ed è necessario riflettere su come la compresenza di imprese mosse da obiettivi e valori diversi e gestite secondo regole diverse può contribuire a migliorare il funzionamento complessivo dell’economia.

L’impresa cooperativa rappresenta un caso emblematico da questo punto di vista. È diversa dalle altre forme di impresa (sia di capitali che a proprietà familiare) soprattutto perché persegue obiettivi diversi. In particolare la cooperativa si forma e opera non per garantire un profitto sul capitale investito, ma per rispondere in modo imprenditoriale, cioè attraverso la produzione di beni o servizi, ad un bisogno – di consumo, di lavoro, di potenziamento dell’attività produttiva – dei propri soci o della più ampia comunità a cui essi appartengono.

Da questa diversità di fondo derivano alcune conseguenze che finiscono per accentuare la diversità stessa. In particolare nei valori: la cooperativa pone al centro bisogni diversi dall’arricchimento e quindi tutti possono creare una cooperativa; nella proprietà, la cooperativa è e può essere solo impresa di proprietà di persone; nella governance, essendo impresa di persone non può che essere gestita dalle stesse in modo democratico.

Questa diversità non è stata tuttavia fino ad ora pienamente riconosciuta. E ciò soprattutto perché delle diversità che caratterizzano le cooperative ne sono state in genere considerate solo alcune, quando non addirittura una sola. E spesso sono state considerate più quelle formali (servizio al socio, democraticità, ecc.) che quella sostanziale che riguarda appunto l’obiettivo perseguito. La conseguenza principale di questa mancata comprensione delle vere ragioni della diversità fondante delle forme cooperative è stata ed è ancora la sottovalutazione della sua rilevanza. E la sempre più evidente contraddizione tra la rilevanza oggettiva dell’impresa cooperativa in tutti i sistemi economici e una teoria economica e un sistema di politiche economiche che continuano a considerarla marginale.

Ma quali sono i vantaggi della diversità? E in particolare i vantaggi che si hanno quando l’economia è popolata non tanto da imprese di diverse dimensioni o da un mix di imprese pubbliche e private, ma da imprese che sono diverse perché diverso è l’obiettivo che perseguono? Sintetizzando i vantaggi più evidenti di un’economia diversificata sono i seguenti.

  • In primo luogo maggiore libertà: le persone hanno più possibilità di scegliere come e per cosa lavorare, da chi e cosa consumare, a chi affidare i propri risparmi, ecc.
     
  • In secondo luogo maggiore vicinanza della produzione ai bisogni reali: quando ci sono imprese che producono per soddisfare bisogni concreti e che non utilizzano i bisogni per aumentare i profitti (ad esempio inventandosi bisogni attraverso la pubblicità) tutte le imprese sono costrette a tenere in maggior conto i bisogni reali.
     
  • Non solo: avremo imprese che operano anche in attività che non sono abbastanza remunerative per attrarre investitori interessati al profitto e, in alcuni casi, neppure attività imprenditoriali familiari. In terzo luogo, la diversità crea maggiore concorrenza e quindi una più ampia offerta di beni e prezzi più bassi per i consumatori, migliori condizioni di lavoro e redditi più alti per i piccoli produttori. Solo quando le imprese che operano sullo stesso mercato sono non sono solo molte ma anche diverse (negli obiettivi) si ha vera concorrenza.
     
  • Infine un’economia diversificata garantisce livelli più elevati di innovazione, perché permette di mettere alla prova nuove idee produttive potendo contare sul diverso tipo di flessibilità e sulle diverse capacità di attrarre risorse di diversa provenienza.

Questi vantaggi andrebbero meglio declinati per essere pienamente apprezzati. Ad esempio guardando alle conseguenze che la diversità ha o dovrebbe avere sul management delle imprese cooperative. Forse in questi anni le cooperative hanno imitato troppo le imprese capitalistiche, i loro modelli di governance e di business.

Vi sono quindi sufficienti elementi per affermare che un’economia diversificata, cioè con più cooperative e più in generale con più imprese che perseguono obiettivi diversi dal profitto dei loro azionisti, è più produttiva, più dinamica, più efficiente e soprattutto, meglio in grado di soddisfare i bisogni. C’è da sperare che lo capiscano tutti, in particolare i responsabili della politica italiana ed europea.