Ostaggio italiano ucciso in Nigeria, il paese speranza dell’Africa

Ostaggio italiano ucciso in Nigeria, il paese speranza dell’Africa

La Nigeria sta vivendo mesi cruciali per la sua storia. Il paese è al centro di forze centrifughe anche violente che potrebbero ridisegnarne il futuro. La società civile è scesa in piazza con manifestazioni e scioperi oramai da settimane. Il taglio ai sussidi dei carburanti ha fatto esplodere le proteste. Dall’altra parte, il nord è minacciato dagli attacchi della setta estremista islamica Boko Haram che sta facendo tremare la poltrona del presidente Goodluck Jonathan.

Ma l’economia nigeriana, nonostante le enormi contraddizioni e le battute di arresto, ha tutte le condizioni per poter galoppare. Così come la società nigeriana, che ha al suo interno virtuose spinte propulsive. L’economia del paese africano continua a crescere a tassi del 6% annuo. Ha potenzialità agricole altissime. Esporta petrolio (è il primo esportatore del continente) ma non lo lavora. È il paese più popoloso d’Africa, è il terzo per penetrazione di Internet. Nella polverosa e spesso stucchevole immagine che si dà dell’Africa, si perde la vivacità del mondo mediatico nigeriano, delle sue università, della sua classe intellettuale che spesso non le manda certo a dire. Lo scrittore Chinua Achee in un’intervista a The Christian Science Monitor ha detto che il malcontento popolare potrebbe essere lenito da leader politici meno corrotti. E ha puntato il dito su uno dei mali che affiggono la Nigeria, come tanti paesi africani.

Gli abbonamenti di telefonia cellulare sono passati dai 60mila del 2000 ai 125 milioni di oggi. I giovani (e non solo) nigeriani twittano e lanciano strali contro il governo e sul caro vita anche da Facebook. I Nigeriani sono al terzo posto per cinguettii nel continente secondo una ricerca realizzata dalla società di consulenza Portland e presentata a Nairobi pochi giorni fa. Davanti a loro solo Sud Africa e Kenya. A seguire, e questo è certamente un dato interessante che restituisce l’esatta dimensione del fenomeno nigeriano, Egitto e Marocco (che hanno visto un’impennata nei social network con la primavera araba). E i dati sulla Nigeria non includevano l’ondata di tweet di Occupy Nigeria, visto che la ricerca era anteriore.

L’accesso alla rete ha consentito ai “protesters” di scambiarsi e rendere pubblici i dati economici del governo di Jonathan. Con tutte le luci e ombre del caso. E così la piazza è diventata sempre più consapevole. La Nigeria è giovane, giovanissima. Secondo dati riportati dal Financial Times, il 43% della popolazione è sotto i 15 anni.  La Nigeria ha la terza industria cinematografica al mondo, Nollywood che produce 250 milioni di dollari all’anno di giro d’affari. Pochi anni fa era pari praticamente a zero. È cresciuta vertiginosamente. E parte degli attori (in Europa sconosciuti ma vere superstar nel Continente) e dei cineasti si sono schierati con il pacifico movimento di occupa Nigeria.

Nollywood è un’industria mirabile, semisconosciuta in Europa, ma che produce star e fenomeni riconosciuti in tutto il continente nero. Un documentario firmato dal regista Franco Sacchi, This is Nollywood, lo racconta in maniera eccezionale, mostrando fra l’altro l’inventiva l’entusiasmo e la professionalità di troupe che in 9 giorni e poche migliaia di dollari filmano “action movie” destinati al grande pubblico africano. I dvd e i cd si vendono a pochi dollari l’uno e spesso diventano piccoli cinema improvvisati anche nelle zone rurali. Il mercato nigeriano si è espanso e le produzioni di Nollywood arrivano in tutti i paesi anglofoni dell’Africa, dal Ghana allo Zambia, oltre che alle grandi diaspore in Europa e negli Stati Uniti. Non è raro, girando per il quartiere di San Salvario a Torino trovare i titoli più gettonati esposti nelle vetrine delle videoteche.

«Le storie raccontate sono le nostre, a modo nostro», dice il regista Bond Emeruwa, «e questo spiega il successo di pubblico»: storie d’amore, storie di occultismo e magia, prostituzione, Aids. Allo stesso tempo, in questa Nigeria così vitale, non mancano le contraddizioni: il 35% dei giovani nigeriani è disoccupato, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (tasso generale del 24%). Molti abitanti (alcune stime dicono la metà della popolazione) specie nelle zone rurali del nord vivono con un paio di dollari al giorno. Secondo il National Bureau of Statistics 112 millioni di nigeriani vivrebbero con meno di un dollaro al giorno e quindi sotto la soglia di povertà.

Per tutti questi fattori, per il potenziale economico del paese, per la vivacità intellettuale e la vitalità artistica, per la voglia di rinnovamento espressa dai giovani, Occupy Nigeria potrebbe dare avvio alla prima vera “primavera africana”. Il paradosso nigeriano di un paese ricco popolato da gente povera è il propellente migliore per una forte protesta sociale. E i tagli ai sussidi per la benzina di certo non aiutano. Se il governo federale di Goodluck Jonathan non colmerà la distanza che lo separa (lui e il suo apparato e le élites economiche) dalla società civile e da fette di popolazione che scivolano inesorabilmente nella povertà, il movimento sarà sempre più forte. E con conseguenze imprevedibili.

Sullo sfondo, la minaccia di Boko Haram che, si è detto, da più parti, getta benzina sul fuoco e alimenta il conflitto religioso sempre latente. La formazione estremista islamica che secondo Human Right Watch ha fatto 935 morti negli ultimi due anni, sta infiammando gli stati del nord e del nord est del paese. È vero, ma la sua violenza è condannata da buona parte della popolazione. Le simpatie di cui godono i militanti nella roccaforte di Maiduguri sono di difficile verifica. La componente jahdista del gruppo (che vorrebbe l’introduzione della sharìa nella sua forma più intransigente in tutta la Nigeria e lotta per la difesa dei musulmani vessati dallo stato centrale) alza il tiro, rifiuta il dialogo e punta alla destabilizzazione del paese. I legami con Al Qaeda nel Maghreb e al Shabaab in Somalia preoccupano gli analisti. E i risultati finora si sono visti: da organizzazione regionale, il gruppo terroristico si è guadagnato riconoscibilità e ribalta internazionale.

Però, in questo quadro, il taglio ai sussidi e la discesa in piazza dei militanti di Occupy Nigeria sta mettendo d’accordo tutti: cristiani e musulmani. Così come la condanna degli atti di Boko Haram, che sono spesso diretti anche contro musulmani. Occupy Nigeria, così come il movimento Y-en-a marre in Senegal, nasce da profonde frustrazioni della società civile. Punta il dito contro la corruzione, la mancanza di trasparenza e i privilegi delle società che godono dei sussidi alla benzina. Evidenzia le inefficienze dello stato e del suo enorme apparato. Sonala Olumhense scrive su Sahara Reporters che «la creazione di posti di lavoro non dovrebbe essere uguale alla moltiplicazione dei posti ministeriali. Non manca la legge nel paese, manca la volontà di applicarla».

E la “mano pesante” della polizia nigeriana sui manifestanti non aiuta di certo. Arresti e violenze sui cortei infiammano ancora di più la situazione e alimentano la sensazione di distanza tra governo e cittadini. Colmare anche questa distanza: l’altra grande sfida per Goodluck Jonathan e la tigre nigeriana. Dagli artigli un po’ spuntati forse, ma pur sempre tigre. Che, grazie anche alla lotta di Occupy Nigeria contro la corruzione e gli altri mali del paese, potrebbe tornare a mordere.