Per la prima volta Monti scende a patti con la politica

Per la prima volta Monti scende a patti con la politica

Stavolta il governo tecnico è dovuto venire a patti. Sulla riforma del lavoro Mario Monti è costretto ad abbandonare la politica del “ghe pensi mi”. Il provvedimento non arriverà alle Camere con un decreto – magari da blindare con l’ennesima fiducia – come i precedenti interventi di Palazzo Chigi. Ma con un disegno di legge, approvato “salvo intese” pochi minuti fa dal Consiglio dei ministri. Troppo alto il rischio di perdere per strada una parte consistente della maggioranza che sostiene l’esecutivo. E soprattutto troppo forti le pressioni del Quirinale. Sessanta giorni non saranno sufficienti: il confronto sulle modifiche al mercato del lavoro andrà avanti probabilmente per mesi. Il provvedimento sarà discusso e modificato dai partiti. Che cercheranno il giusto compromesso per non uscire troppo indeboliti da un passaggio cruciale della legislatura. 

E pensare che Monti aveva anche avvertito gli italiani: questo governo sarà impopolare. Un esecutivo di emergenza, chiamato per salvare il Paese dal baratro della crisi. Costretto ad approvare misure poco gradite, ma necessarie. In tempi rapidi. Insomma, un governo chiamato ad operare là dove la politica non era riuscita. Fino ad oggi la promessa è stata mantenuta. Prima del varo di ogni intervento, Monti e i suoi ministri hanno discusso con tutti gli interlocutori possibili, senza mai farsi imporre veti o paletti. Riservandosi sempre l’onere della decisione. Soprattutto, lavorando in fretta. Senza permettere ai partiti – salvo rare eccezioni – di annacquare troppo le scelete di Palazzo Chigi. Ogni intervento, un decreto. Ogni decreto, un voto di fiducia. Dal provvedimento sulle semplificazioni alla manovra economica. Fino alle norme sul sovraffollamento delle carceri e sul milleproroghe. Anzi, sul milleproroghe i voti di fiducia sono stati addirittura tre.

L’unico rallentamento è stato il passaggio sulle liberalizzazioni. Dove il Parlamento – qualcuno accusa le lobby – è riuscito a modificare significativamente la portata dell’intervento di Palazzo Chigi. Eppure anche in quell’occasione il governo è riuscito a imporre tempi certi. Tanto che la definitiva approvazione del decreto, ieri alla Camera, ha obbligato Montecitorio a concludere l’esame in meno di una settimana (e, lamenta qualcuno, senza che il governo avesse il tempo di garantire le necessarie coperture di spesa). Rallentamento, non sconfitta. Stando a quanto raccontano fonti governative, l’esecutivo di Mario Monti tornerà a occuparsi di liberalizzazioni il prossimo autunno. Con un intervento ancora più incisivo.

Stavolta no. Niente decreto. Nessuna accelerazione. Sulla riforma del mercato del Lavoro il governo non è riuscito a forzare la mano. Sembra che il suggerimento sia arrivato direttamente dal Quirinale. In un lungo colloquio con il presidente del Consiglio e il ministro Elsa Fornero, ieri Giorgio Napolitano avrebbe invitato il governo a ragionare sull’importanza di legare il provvedimento a un disegno di legge. Una procedura in grado di garantire ai partiti il massimo coinvolgimento possibile. Per carità, la riforma del lavoro non è un passaggio qualsiasi di questo governo. Anzi, con ogni probabilità è l’intervento più significativo. Il capitolo, insieme alle pensioni, che l’Europa ci aveva espressamente chiesto di modificare.

E allora perché proprio ora cambia il modus operandi del governo? Si dice che il capo dello Stato abbia temuto l’immagine di un esecutivo troppo autoritario. La realtà è che forse, per la prima volta, Monti ha avuto paura di perdere l’appoggio della sua maggioranza. Intendiamoci, all’esame delle Camere l’esecutivo non sarebbe comunque caduto. Ma sarebbe venuto meno quel largo consenso parlamentare che ne giustifica l’esistenza. Magari con qualche defezione illustre dalle parti del Pd.

Il ruolo di Napolitano resta decisivo. Non stupisce che ad annunciare la centralità del passaggio parlamentare della riforma sia proprio il Quirinale. È successo questa mattina alle 10.30, quando il Consiglio dei ministri non si era ancora riunito. Intervenuto alla cerimonia commemorativa dell’eccidio delle Fosse Ardeatine Napolitano ha chiarito: «Sulla riforma del lavoro andremo ad una discussione in Parlamento dove si confronteranno preoccupazioni e proposte. Ma sono convinto che si arriverà a un risultato del quale si potranno riconoscere i meriti e la validità perché questa era una riforma da fare». Una riforma necessaria: «Non credo che stiamo per aprire le porte a una valanga di licenziamenti facili sulla base dell’articolo 18».

Insomma, il ruolo dei partiti sarà fondamentale. In particolare per esaminare – e nel caso correggere – le norme che riguardano l’articolo 18. E in particolare l’ipotesi di licenziamenti individuali per cause economiche.

A dissipare gli ultimi dubbi ci ha pensato il segretario Pd Pier Luigi Bersani. «Oggi – ha chiarito il leader democrat da Genova – verrà fuori un progetto di riforma con cose interessanti e con cose che non vanno bene, sul quale potremo intervenire in Parlamento». Stesso concetto, parole un po’ meno diplomatiche, per l’ex premier Massimo D’Alema: «Il governo – spiega il dirigente Pd – dovrà adeguarsi alla volontà della Camere».

Mario Monti è costretto a cambiare strategia. Una modifica che il presidente del Consiglio non aveva neppure preso in considerazione. Nel fine settimana il professore volerà in Estremo Oriente. Visiterà Giappone, Cina e Corea. Un viaggio istituzionale per rappresentare il nostro Paese e pubblicizzare l’operato del suo governo. Un’occasione, ha spiegato più volte lo stesso capo dell’esecutivo, anche per illustrare la nuova riforma del mercato del lavoro. Già, peccato che ai colleghi orientali potrà presentare il suo disegno di legge, ma non potrà assicurare nulla di concreto. Per capire i dettagli della riforma, bisognerà attendere qualche mese. Al termine del lungo confronto parlamentare.
 

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