Quelli che la nuova legge elettorale non la vogliono

Quelli che la nuova legge elettorale non la vogliono

Il dirigente Pd Arturo Parisi parla di Porcellinum. La Lega Nord l’ha già ribattezzata Casinum. Per il capogruppo dipietrista alla Camera Massimo Donadi è un Bordellum, per il quotidiano la Repubblica un Macellum. Con molta meno fantasia, il leader dell’Idv Antonio di Pietro definisce la nuova riforma elettorale una «vaccata».

Alla Camera è partita frenetica la corsa per dare un nome al nuovo provvedimento. Quando si inizia a parlare di contenuti, però, l’entusiasmo scema visibilmente. In pochi ci mettono la faccia, ma a Montecitorio l’accordo trovato ieri nel vertice tra Pier Ferdinando Casini, Angelino Alfano e Pier Luigi Bersani ha lasciato più di qualche malumore. Non tutti sono convinti da una legge elettorale senza l’indicazione della coalizione e senza preferenze. Una riforma che, di fatto, finirebbe per ridimensionare le ali estreme dello scenario parlamentare. Certificando la presenza dell’attuale maggioranza politica e aprendo alla possibilità di riproporre anche nel 2013 la grande coalizione. Alzano i toni i partiti all’opposizione come Idv e Lega Nord. Fanno lo stesso le forze non presenti in Parlamento come Sinistra Ecologia e Libertà e La Destra di Storace. Ma sono numerosi i distinguo anche all’interno di Pd e Pdl.

Nel frattempo il percorso della riforma elettorale prosegue. Alla Camera si è appena concluso un vertice dei tecnici di Pd, Pdl e Terzo Polo. L’obiettivo è quello di tradurre in un testo l’intesa di massima raggiunta ieri dai tre leader. Un disegno di legge che dovrebbe essere pronto nei prossimi giorni, da depositare in Parlamento entro due settimane. Ma data la complessità dell’argomento – ha spiegato l’ex presidente della Camera Luciano Violante – sarà necessario aggiornare il tavolo tra qualche giorno.

Nel centrodestra a far discutere è la presa di posizione dell’ex ministro Altero Matteoli. Quasi una minaccia. «È necessario che Alfano convochi il partito per discutere di un argomento vitale per la politica e il Paese – ha chiarito nel pomeriggio il dirigente pidiellino, rappresentando il disagio di buona parte dei berlusconiani ex An – Si devono riunire gli organi di partito per affrontare l’argomento e trovare una sintesi senza la quale le conseguenze possono essere gravissime». E in serata arriva la risposta del partito. Il prossimo 5 aprile si terrà, alla presenza disilvio Berlusconi, l’ufficio di presidenza del Pdl.

Dal Pdl al Pd i toni non cambiano. Anche nel partito di Bersani c’è chi prende le distanze dalla nuova riforma. Forte il dissenso degli ulivisti. Una decina di deputati, tra questi Fausto Recchia, Mario Barbi e Giulio Santagata. Ma il più duro è Arturo Parisi, che attacca senza mezzi termini i dirigenti democrat, definendo poco diplomaticamente «un imbroglio» l’accordo di ieri. Contraria all’intesa anche l’area vicina al presidente Pd Rosy Bindi. Si sono esposti contro una riforma che – a detta loro – rischia di archiviare il bipolarismo il deputato Giovanni Bachelet e i senatori Mauro Marino, Franco Monaco e Marina Magistrelli. Critico anche un bersaniano come Matteo Orfini. «Non si capisce – l’obiezione del componente della segreteria Pd – perché non si possa decidere e dichiarare prima delle elezioni su quale programma ci si allea tra diversi partiti e su un determinato leader».

Intanto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano continua a benedire l’operazione. Anche oggi il capo dello Stato ha chiesto ai partiti di «andare avanti rapidamente sulle riforme». Compresa quella elettorale. Alla Camera ne sono convinti quasi tutti: la legge elettorale studiata da Alfano, Casini e Bersani può essere approvata senza troppi problemi. I tempi tecnici ci sono (il Porcellum fu licenziato in un lasso di tempo ancora più ristretto). Certo, il dissenso interno ai partiti esiste. E nel caso del Pd potrebbe esplodere in tempi brevi. Magari nel corso dell’assemblea nazionale che si terrà subito dopo le amministrative di maggio. Oppure in concomitanza delle iniziative – forse di piazza – che i parisiani già promotori del referendum anti-porcellum stanno studiando. Ma difficilmente le proteste saranno così forti da bloccare l’iter della riforma in Parlamento. Specie se i dirigenti decideranno di forzare la mano. Insomma, «sul tema elettorale ci sono le posizioni più disparate – ha avvertito Bersani – ma vogliamo tenerci il Porcellum o cambiare?». Il senso è chiaro: chi si prende l’onere di contrastare la riforma, corre anche il rischio di passare per un irriducibile della legge Calderoli.