Salario minimo a 1.700 euro, la sinistra radicale vende sogni ai francesi

Salario minimo a 1.700 euro, la sinistra radicale vende sogni ai francesi

PARIGI – Jean-Luc Mélenchon è il classico inatteso. Classico perché incarna la sinistra più tradizionale, quella col pugno alzato, che parla di salari, stato sociale e ridistribuzione della ricchezza. Inatteso, perché fino al 18 marzo scorso nessuno pensava potesse mobilitare 60.000 manifestanti davanti alla Bastiglia all’urlo di «La Sesta Repubblica subito!». Negli ultimi sondaggi (Ifop e Bva) il candidato del Front de gauche, coalizione d’estrema sinistra formata dal Parti communiste, il Parti de gauche e Gauche unitaire, otterrebbe tra il 12% e il 14% dei voti, insediando la terza posizione di Marine Le Pen (15-16%), la candidata del Front National.

La manifestazione davanti alla Bastiglia del 18 marzo

Jean-Luc Mélenchon nasce nel 1951 a Tangeri, in Marocco, da una maestra e un telegrafista. Vive il maggio sessantottino da liceale, si laurea in filosofia e inizia a lavorare come insegnate, poi correttore di bozze e giornalista. Nel 1977 aderisce al Partito socialista, in cui milita fino al 2008, sostenendo posizioni spesso contrarie alla linea ufficiale della segreteria. Nel 1990 è contro la partecipazione francese alla guerra del Golfo, nel 1998 è contrario all’introduzione della moneta unica europea e nel 2005 sostiene apertamente il «no» al referendum sulla Costituzione europea. Tra il 2000 e il 2002 è ministro con delega all’insegnamento professionale nel governo Jospin.

Al congresso socialista del 2008 rifiuta di sostenere sia Martine Aubry che Ségolène Royal, le due principali candidate, e decide di lasciare il Ps. In vista delle europee del 2009 fonda il Parti de gauche che successivamente confluisce nel Front de gauche insieme al Parti communiste. Una volta eletto al parlamento europeo, s’impegna a compattare la realtà frammentata dell’estrema sinistra francese. Nel 2010 pubblica per Flammarion “Che se ne vadano tutti!”, un pamphlet che gli costa accuse di populismo e paragoni con Marine Le Pen. Le stesse idee di quel manifesto politico-economico sono poi riprese nell’attuale programma presidenziale del FdG, sintetizzato nello slogan «L’umano innanzitutto».

Nove punti che insistono sul lavoro, la ridistribuzione della ricchezza, la riforma dei mercati finanziari e la «pianificazione ecologica». Tra le misure più discusse si leggono: salario minimo garantito (smic) di 1.700 euro mensili, stipendio dei manager fissato a un massimo di 20 volte lo smic, uguaglianza retributiva tra uomini e donne, tassazione dei francesi residenti all’estero che godono di aliquote più basse, trasformazione di tutti i rapporti di lavoro in contratti a tempo determinato, ritorno della pensione a 60 anni, rinegoziazione del trattato di Lisbona affinché la Bce diventi prestatore di ultima istanza e finanzi direttamente lo sviluppo dell’Eurozona.

Recentemente Plantu, il celebre vignettista di Le Monde, ha ritratto Mélenchon e Marine Le Pen intenti a declamare lo stesso discorso, suggerendo che i due candidati siano le due facce opposte dello stesso populismo. Una provocazione che semplifica eccessivamente, perché i due leader fanno politica in modi molto differenti. Marine Le Pen cerca voti nelle paure dell’elettorato: paura dell’immigrazione, dell’islam, della concorrenza asiatica e, ultimamente, del terrorismo. Mélenchon, invece, parla di «rivoluzione dei cittadini», di «sesta Repubblica» facendo leva sui sentimenti popolari di riscatto e cambiamento. Non è un caso che in ogni suo comizio citi passaggi de “I miserabili” di Victor Hugo, il romanzo popolare per antonomasia.

La vignetta di Plantu su Le Monde

La retorica letteraria, la constante rievocazione della rivoluzione e della resistenza (la scelta di manifestare in piazza della Bastiglia), le tesi utopiche, l’autoironia nelle interviste e la capacità di attirare l’attenzione dei media, collocano Jean-Luc Mélenchon più nella dimensione del sognatore popolare, piuttosto che in quella del cinico populista che usa argomenti demagogici per strappare il consenso, approfittando del malcontento diffuso. Forse il paragone più azzeccato non è con Stalin, ma con John Lennon, quando cantava “Imagine” e “Working class hero”.

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