Altro che beauty contest, l’Italia non sa quante frequenze ha

Altro che beauty contest, l’Italia non sa quante frequenze ha

Ci penseranno i prossimi. All’Agcom, il garante delle telecomunicazioni i cui vertici scadono a maggio, nessuno ha voglia di scottarsi le mani con le due patate bollenti del momento: la definizione delle nuove regole del beauty contest per l’assegnazione gratuita delle frequenze del digitale terrestre, la cui moratoria scade a fine mese, e la delibera antipirateria.

Secondo quanto rivelano alcune fonti a Linkiesta, la posizione dell’authority è piuttosto chiara: a scrivere le norme per la gara saranno i nuovi funzionari nominati da Palazzo Chigi. Sul tema l’attenzione mediatica è andata scemando, e per l’approvazione della riforma del lavoro Monti ha bisogno del sostegno del centrodestra, storicamente a favore dell’assegnazione gratuita delle frequenze a Rai e Mediaset. La scorsa settimana, nel corso di un’audizione in Commissione bilancio al Senato, il ministro Passera ha specificato: «Non è una cosa buona cedere gratuitamente beni dello Stato. Ho chiesto tempo per interloquire con tutti, ci siamo dati un mese di tempo per formulare la proposta». Che sarà dunque formalizzata entro il 19-20 aprile, e con ogni probabilità sancirà l’annullamento definitivo del beauty contest, come previsto dall’ordine del giorno presentato dal leghista Pini e approvato dalla Camera lo scorso 22 marzo nel corso della discussione sul decreto liberalizzazioni.

Stamani La Repubblica scrive che Mediaset potrebbe uscire dalla partita per concentrare più risorse sull’offerta online, uno dei suoi punti deboli come si evince dai conti 2011 del gruppo di Cologno Monzese. E se il Biscione dovesse davvero sfilarsi, lascerebbe un buco che difficilmente potrebbe essere riempito da altri operatori. Gli esperti non vedono all’orizzonte molti soggetti particolarmente interessati al digitale televisivo italiano: le compagnie telefoniche hanno già versato complessivamente 4 miliardi di euro per le frequenze 4G, e non sarebbero intenzionate a ripetere l’operazione, ammesso e non concesso che il nuovo bando scritto dall’Agcom inviti anche loro a partecipare. Tantomeno dall’estero – Sky negli ultimi due mesi ha perso moltissimi abbonati – ci sarebbero gruppi particolarmente propensi a investire sul mercato televisivo nazionale che è poco appetibile per due motivi: l’eccessiva concentrazione degli investimenti pubblicitari all’interno della cerchia Rai-Mediaset e l’assenza, in Italia, di un censimento della banda radio disponibile. Operazione imprescindibile per placare la sete di dati scambiati via smartphone. Neelie Kroes, commissario Ue per l’Agenda Digitale, in un recente discorso ha sottolineato che i servizi che viaggiano sullo spettro Ue valgono il 2,5% del Pil europeo, pari a circa 250 miliardi di euro. A questi si aggiunge la liberazione, entro il 2015, dello spettro a 700 Mhz, parzialmente occupato dal digitale terrestre, secondo quanto previsto dall’Europa. 

Il primo punto, piuttosto delicato, riguarda la definizione della posizione dominante nel mercato pubblicitario, allargato esattamente un anno fa proprio dall’Agcom, che (come ha scritto l’ex commissario Consob Salvatore Bragantini) nell’indagine conoscitiva sul settore della raccolta pubblicitaria, avviata nel 2010, ha incluso il marketing su internet e “below the line“, di fatto annacquando ulteriormente i già laschi limiti di concentrazione imposti dalla legge Gasparri (più del 20% del sistema integrato delle comunicazioni, ovvero un tetto pari a 26 miliardi di euro). Un provvedimento in linea con la profezia dell’ex presidente dell’Antitrust, Giuseppe Tesauro, che sosteneva come il mercato di riferimento della televisione in futuro sarà quello del “tempo libero”.

La seconda questione, invece, concerne il catasto dello spettro radio italiano: ad oggi, infatti, non è possibile ricostruire quali frequenze siano utilizzate oggi dall’esercito, dal ministero dell’Interno e dalla Protezione civile. In realtà, presso il ministero dello Sviluppo Economico un elenco ci sarebbe, ma è cartaceo e quindi non disponibile al pubblico. Così come l’elenco delle infrastrutture utilizzate dagli operatori di telecomunicazioni, stilato nel 2007, anch’esso non di dominio pubblico, al contrario di ciò che avviene nel resto d’Europa.

Sistematizzare lo spettro elettromagnetico, ad esempio la banda a 400 Mhz, permetterebbe non solo di ridurre progressivamente il divario digitale tra le diverse zone dell’Italia, ma anche di portare qualche spicciolo nelle casse dello Stato, che potrebbe affittare la banda a operatori interessati, ad esempio, a sviluppare una tecnologia wireless di prossimità. Nonostante i numerosi inviti da parte delle lobby delle Tlc, il Governo non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di digitalizzare gli enormi faldoni che giacciono tra via Veneto e via Molise. Eppure il tempo stringe: entro il 2015, come appunto prevede la raccomandazione approvata di recente dal Parlamento Europeo, dovranno essere assegnati al traffico dati mobile almeno 1.200 Mhz. Con l’ultima asta 4G, l’Italia ne ha concessi solo 72. 

Twitter: @antoniovanuzzo