Caso Orlandi: “Wojtyla ha permesso l’omertà su mia sorella”

Caso Orlandi: “Wojtyla ha permesso l’omertà su mia sorella”

Emanuela Orlandi, cittadina vaticana di 15 anni, figlia di un commesso pontificio, sparì il 22 giugno 1983, nel centro di Roma mentre tornava a casa dopo la lezione di musica. Inghiottita da un intrigo internazionale senza precedenti, che è diventato uno dei più torbidi gialli del secondo Novecento. Terrorismo turco, servizi segreti dell’Est, Cia, intelligence italiana, Vaticano, il crack del Banco Ambrosiano, lo Ior, la banda della Magliana. Per la prima volta Pietro Orlandi, fratello di Emanuela ripercorre 28 anni di misteri con il giornalista del Corriere della sera Fabrizio Peronaci nel libro “Mia sorella Emanuela. Sequestro Orlandi: voglio tutta la verità”(Edizioni Anordest, 295 pagg. euro 18,00).

Pietro considera il sequestro un “proseguimento” dell’attentato a Giovanni Paolo II, avvenuto il 13 maggio 1981. Le sue rivelazioni sono clamorose. Pietro racconta il contenuto del suo colloquio con il feritore del papa, Alì Agca, che ha incontrato in Turchia nel 2010. Fornisce una nuova prova sull’esistenza in vita di sua sorella un mese e mezzo dopo la scomparsa, quando fu vista in un paese vicino Bolzano. Svela che, dietro una delle sigle che per mesi tennero l’Italia con il fiato sospeso, in un drammatico balletto di rivendicazioni e depistaggi, c’erano gli 007 nostrani. Parla di un’ultima pista in Marocco.

Pietro Orlandi chiede al Vaticano di abbandonare ogni reticenza «in nome della verità e della parola del Vangelo. La speranza di ritrovarla non ci abbandona mai». Pietro, nonostante tutto, ha fiducia. E racconta Emanuela come nessuno l’ha mai conosciuta, la passione per la musica, il catechismo, la scuola, gli amici, la spensieratezza di un’adolescenza felice dentro lo Stato pontificio, l’amore per papà Ercole, mamma Maria, le tre sorelle e per lui, Pietro, unico e adorato fratello. Una denuncia e un viaggio toccante, in uno dei più inquietanti misteri della recente storia italiana.

Pietro Orlandi, quello di Emanuela rimane uno dei misteri più controversi del nostro Paese: perché ha deciso di riaprire questo dolore dopo un vuoto di 28 anni?
Questa ferita non si è mai rimarginata, e rimarrà aperta finchè non arriveremo a sapere cosa è successo a Emanuela. Molti mi hanno fatto questa domanda, sopratutto da quando ho lanciato la petizione a papa Benedetto XVI .Tra questi il blog degli amici di papa Ratzinger, volevano sapere perchè adesso e perché proprio a lui. Questa è stata la mia risposta: “Non puoi capire quante volte mi sono rimproverato di non essermi esposto in questo modo tanti anni fa. Tu non puoi neanche immaginare la frustrazione e il senso di impotenza che subisco da ventotto anni. Quando sparì Emanuela io ero un ragazzo ventenne, pieno di voglia di vivere e di amore per i miei familiari, condividevo il tempo libero nella parrocchia di Sant’Anna con gli amici. Da quel momento la mia vita non è stata più la stessa ed io, mio padre, mia madre e le mie sorelle ci siamo dovuti sorreggere gli uni con gli altri, con la sola forza dell’amore e della fede. I primi tempi eravamo storditi. In casa nostra piombarono investigatori, magistrati, esponenti dei Servizi Segreti, giornalisti e anche tanti sciacalli. Dal Vaticano ci facevano sapere che se ne stavano occupando ma che era anche opportuno che la famiglia mantenesse il silenzio per non rischiare nulla sulla sorte di Emanuela. Noi eravamo irretiti dalla paura di perderla, di non rivederla mai più e per questo, anche se dal Vaticano non avevamo mai alcuna notizia, mantenemmo il silenzio. Comunque abbiamo ripetutamente fatto richieste di collaborazione alla Santa Sede e alla persona di Giovanni Paolo II, ma il silenzio, l’omertà o un’oscura ragion di Stato hanno impedito che ciò avvenisse. I magistrati italiani che seguivano le indagini, ogni volta che si avvicinavano ad una svolta cessavano di occuparsene o venivano trasferiti. Io nel frattempo ho girato tanti luoghi nel mondo inseguendo invano anche le piste poco credibili. Morto mio padre, credo oggi di non poter più mantenere alcun silenzio e sento il dovere di essere un esempio per i miei sei figli e per i molti giovani che hanno fede. Vorrei per loro un mondo fatto di amore, rispetto, verità e giustizia. Non solo dallo Stato italiano ma anche dalla nostra Chiesa.
Adesso c’è un altro Papa e sono cambiati anche i tempi. L’informazione favorisce la condivisione, e per quanto riguarda me, anche le ricerche su mia sorella. Per quanto riguarda Papa Benedetto XVI, affido a lui le mie speranze per arrivare alla verità poichè uno dei punti fondamentali di questo pontificato è la purificazione della Chiesa. 

La storia di Emanuela è andata al di là del Vaticano e dello Stato Italiano: perché una ragazzina di quindici anni risulta al centro di questo rapimento?
Questa storia è iniziata nell’81 con l’attentato a Papa Giovanni Paolo II, nel tentativo di intimorire e gestire la volontà del Papa stesso. La vicenda di Emanuela inizia pochi mesi dopo, quando in Vaticano arriva un’informativa dei servizi segreti francesi, nella persona del suo direttore Alexandre de Marenches. L’allarme riguardava il rischio di rapimento di cittadini vaticani. Emanuela fu rapita esclusivamente per la sua cittadinanza, (è quanto ci ripetevano i presunti rapitori). Forse, questa è una delle ipotesi, per contrastare la politica finanziaria di Giovanni Paolo II a favore della Polonia e di Solidarnosc. Alla fine penso che Emanuela sia stata messa sulla bilancia di vari interessi, politici ed economici. Non credo ci sia un unico responsabile. Sono diverse le persone che hanno avuto un ruolo sia in ambienti vaticani che ambienti italiani.

Papa Wojtyla vi è stato vicino nella ricerca della verità? Come è avvenuto l’incontro?
Sei mesi dopo il rapimento, a Natale, papa Giovanni Paolo II venne a trovarci a casa. In quell’occasione ci disse : “Esiste il terrorismo nazionale e quello internazionale. Quello di Emanuela è un caso di terrorismo internazionale”. Credo che le sue parole fossero sincere. La sensazione fu che lui sapesse molto di più su questa vicenda, ma qualcosa gli impediva di esternare completamente il proprio pensiero. Devo dire che, purtroppo, permise al silenzio e all’omertà di calare inesorabilmente su questa vicenda.

La novità più importante del libro fa cadere la pista della Banda della Magliana: i nuovi indizi cambierebbero il corso delle indagini?
La pista della banda della Magliana, (nella quale gli unici responsabili risultano due persone morte, ovvero Enrico De Pedis e Paul Marcinkus), a mio parere rappresenta una verità parziale, una verità che fa comodo a chi per tanti anni ha cercato di seppellire e far dimenticare questa storia. Ci sono stati, nel corso degli anni, tantissimi depistaggi che allontanavano ogni volta gli inquirenti dalla verità. La banda della Magliana, se ha avuto un ruolo in questa vicenda, fu solo come manovalanza. La stessa Sabrina Minardi riferì che De Pedis le disse che non fu un sequestro a scopo estorsivo, ma un rapimento “indicato” per fare pressioni su qualcuno molto in alto in Vaticano.
Io credo che i nuovi indizi potrebbero cambiare il corso delle indagini. Come per esempio la pista di Bolzano. Un mese e mezzo dopo il rapimento, Emanuela, secondo una testimone, fu vista in una casa di Terlano (vicino Bolzano). La testimone notò che questa ragazza indossava un girocollo non metallico, con colori sbiaditi, (di questo particolare non ne avevo mai saputo nulla. L’ho notato solo di recente, rileggendo la sentenza, mentre scrivevo il libro su Emanuela). Due giorni dopo, il 19 agosto, arrivò una persona a bordo di una macchina, prese questa ragazza e la portò in Germania. Devo dire che in principio gli inquirenti si concentrarono su questa pista con molto interesse. Quattro persone furono indagate per sequestro di persona, prosciolte poi nel 1997. Quando venne identificata la persona che portò, secondo la testimone, Emanuela in Germania, questa pista prese una piega diversa. Un funzionario del Sismi, di istanza a Monaco in Germania, ben conosciuto a Roma, fu indagato per sequestro di persona, poi prosciolto poichè i magistrati accertarono che questo signore, quel giorno, non era in ferie (il suo periodo di ferie sarebbe iniziato il 20 agosto) e quindi non poteva trovarsi a Terlano. Questo è quanto dichiararono gli inquirenti nella sentenza di proscioglimento. Nel 2011 lui stesso ha dichiarato ad un giornalista che effettivamente quel 19 agosto lui si trovava a Terlano ed esiste un documento in cui io stesso ho letto che le sue ferie iniziavano proprio il 19 agosto. Adesso spero che i magistrati vogliano fare chiarezza.

Del caso si è sempre cercato di dimenticare e di far dimenticare. Nel 2009 vi siete rivolti anche a papa Benedetto XVI con una lettera: pensa che non sia stato fatto abbastanza per Emanuela?
In questa storia non c’è mai stata collaborazione, per arrivare alla verità, tra lo Stato italiano e quello Vaticano, venendo meno, secondo me, ad uno dei principi fondamentali dei Patti Lateranensi, cioè che tra lo Stato italiano e la Santa Sede ci sia la massima collaborazione per il bene del Paese. Una collaborazione c’è stata, ma per insabbiare e allontanare dalla verità. A quella lettera del 2009 non ci fu risposta. Ora con questa petizione spero capiscano che dietro questa richiesta di verità non c’è soltanto una famiglia, ma un popolo di persone oneste, con un forte senso della giustizia che stanno aderendo con passione a questa petizione. In poche settimane abbiamo superato le 10.000 adesioni e continuano a crescere. Aderire comporta un piccolo gesto ma, secondo me, può determinare l’inizio di un cambiamento. Credo che la Chiesa abbia bisogno di un rinnovamento e Benedetto XVI , in questo momento è la persona che può aiutarci e dare un segnale importante, abbattendo quel muro di silenzio che dura da troppi anni. Dalle tante mail di solidarietà che mi arrivano, ne viene fuori un quadro importante. La gente non può più accettare un Stato e una Chiesa senza verità e giustizia, uno Stato e una Chiesa che giustificano che coprono la criminalità. La sepoltura del boss della banda della Magliana nella Basilica di Sant’Apollinare è la prova evidente, il crocevia, lo snodo dell’intreccio massonico, inteso come legame indissolubile, tra Stato, Chiesa e criminalità.

Nel 2010 in Turchia ha incontrato Alì Agca che ha fatto rivelazioni clamorose e le ha indicato la pista da seguire: ha trovato riscontri nelle sue dichiarazioni?
Ha dato la responsabilità ad alcuni ambienti vaticani aiutati dal Sismi e dalla Cia. Anche l’Opus Dei, secondo lui, ha avuto un ruolo. Agca è convinto che Emanuela sia viva, tenuta in uno Stato o Principato dove il potere vaticano è molto forte. Emanuela potrà tornare a casa solo se il Vaticano la Cia e il Sismi non subiranno alcun danno, per esempio facendola trovare in Turchia e dando la responsabilità ai Lupi Grigi, altrimenti per la Chiesa il ritorno di Emanuela rappresenterebbe un danno enorme.

Dopo l’incontro con Alì Agca è stato convocato dalla magistratura?
No, i magistrati quando sono tornato da Istanbul non mi hanno chiamato, nonostante io avessi dichiarato che dall’incontro privato erano emersi nomi e fatti non trascurabili

Oggi Emanuela sarebbe una donna: lei come se la immagina sua sorella?
Mia madre fa spesso un sogno, che le dà molta forza: Emanuela seduta sotto un grande albero, mentre legge un libro, intorno a lei un’enorme distesa d’erba. Mia madre la chiama: “Emanuela vieni” ma lei le dice che non può andare via. Un uomo vestito di nero non la fa allontanare: “non ti preoccupare mamma” e con un sorriso saluta mia madre. Quando penso a Emanuela penso sempre a quel sogno. 

(Intervista raccolta a dicembre 2011)