Con queste tasse per la crescita ci vuole un miracolo

Con queste tasse per la crescita ci vuole un miracolo

Considerando l’evasione fiscale, la tassazione italiana raggiungerà a breve quota 53,7%. È il maggiore livello al mondo dopo quello le isole Kiribati, ed è del 9,9% superiore a Cuba. Non sorprende allora che i consumi italiani per il 2012 siano previsti in picchiata del 2,7%: diminuisce il reddito disponibile, e per questo si compra di meno – e siamo ancora nel felice periodo pre-Imu. Eppure, le cose potrebbero ancora peggiorare: se a fronte di questa tassazione s’iniziasse anche a tagliare a man bassa la spesa pubblica, dal crollo dei consumi si passerebbe a una voragine.

È con questo sospetto, misto a terrore, che interpretiamo i roboanti annunci del governo sui “tagli alla spesa”. Non si riesce davvero a comprendere in base a quale arma segreta l’Italia «tornerà a crescere» – secondo le parole del premier Mario Monti – in queste condizioni fiscali.

Non siamo Keynesiani: non crediamo che in questo periodo di crisi basti “spendere” per far uscire il paese dalla stagnazione. Prima di tutto, avremmo preferito che le tasse non fossero aumentate, che le riforme necessarie fossero portate avanti (banche, assicurazioni, lavoro – basta, mi annoio a ripeterle), e che poi si procedesse al taglio della spesa pubblica. Con le tasse più basse l’attività economica aumenta, così come il reddito disponibile dei cittadini – supplendo a quello perso nei tagli del pubblico.

Nella situazione attuale, le manovre di Berlusmonti (tardo Berlusconismo + iato montiano) hanno avuto quale priorità la salvaguardia del flusso di denaro destinato allo stato. È chiaro che la situazione sociale è al limite – l’ottobre romano insegna – ma pare quanto mai eccessivo guardare all’Avana come modello di libertà economica. La manovra da 48 miliardi di euro del 2012 è stata coperta al 79,5% da tasse, e con proporzioni simili (e terrificanti) si arriverà a 81 miliardi, coperti per il 62,7% da tasse. Che senso ha abbassare la spesa ora, se non quello di assestare il colpo finale all’economia? Del resto, lo Stato si è messo nelle condizioni di aumentare la raccolta fiscale anche in un periodo di grave recessione come quello attuale. Il Pil italiano nel primo trimestre dell’anno è calato dell’1,6%, mentre le entrate fiscali sono aumentate a gennaio dell’1% e a febbraio del 2,7%.

O, forse, un senso lo ha. Se le tasse sono al 53,7%, più che di “prelievo fiscale”, si dovrebbe parlare del restante 46,3% “concesso per uso personale”, come nell’Unione Sovietica dei tempi d’oro. Inizia a circolare il sospetto, vago quanto netto, che si voglia impiegare lo stato come “volano per far ripartire l’economia”.

Più che di taglio della spesa, inizia a diffondersi il sentore che si voglia impiegare la massa di soldi sottratti al cittadino per finanziare il complesso pubblico a uso dei partiti, per controllare la spesa e i consumi. Si parla di tagliare le spese ai “ministeri” e gli “enti inutili”, mentre rimarrebbe la galassia in salsa cinese di 5.000 imprese a partecipazione pubblica, che impiegano 1.170.000 persone, oltre a 3,7 milioni di dipendenti pubblici.

La nomina di Monti al posto dell’arbitro di Burlesque di Arcore è stata sacrosanta. Le condizioni del bilancio pubblico erano e rimangono devastanti. Le piazze stanno per esplodere: dal dolore privato dei suicidi, alcuni temono che possa nascere anche la violenza di gruppi armati. Per questo abbiamo accettato il percorso (non) elettorale del professor Monti, con la speranza di avere una rivoluzione riformatrice. Ci accorgiamo oggi che di rivoluzione si tratta, ma conservatrice: quella che nel Giappone del diciannovesimo secolo prese il nome di “Rinnovamento Meiji”, comandata dall’alto e dalla regola dell’imperatore. Solo che le rivoluzioni “dall’alto” sono proprie dei paesi pre-industriali. È qualcosa, forse, di cui l’Italia non avrebbe gran bisogno in questo momento.

Quello italiano, perciò, non può essere definito come “rinnovamento basato sulle tasse” da far felice la Banda dei Quattro, ma solo un arroccamento delle élite che controllano il potere.

Del resto, l’argine delle tasse ormai si è rotto. L’Imu-bis segnala come ormai non ci sia alcun ritegno nell’esigere nuove gabelle. La flessibilizzazione del lavoro – ancora tutta da dimostrare – è avvenuta al costo di maggiori oneri per gli imprenditori. Le tasse rappresentano oltre il 60% del costo della benzina: se negli Stati Uniti un litro di benzina costa 0,74 euro, non 1,9/2 come da noi. Il governo italiano pretende il pagamento di una tassa molto alta su immobili posseduti all’estero, per i quali non sgancia un centesimo in servizi: il mero “possesso” è tassato. Uno Stato senza opposizione, in questa struttura da dominante-dominato, continuerà ad andare avanti. In pochi altri paesi al mondo un livello di tassazione simile sarebbe accettato, a fronte del modo in cui il denaro pubblico viene gestito. Non è populismo, ma un’osservazione fattuale delle classifiche internazionali sul livello dei servizi pubblici in Italia.

È assurdo constatare come l’Italia disponga ancora di tutte le risorse e tutte le potenzialità per potersi esprimere economicamente con successo, ma non ci riesca a causa di problemi burocratici e fiscali. Alla fine, tra tasse alte e spesa bassa, si corre il rischio di far male all’economia, fino a mettere a rischio anche il rientro dal debito. Ci chiediamo, alla fine, se il premier stesso ci creda. In visita al Salone del Mobile di Milano ha dichiarato che «Segnali di crescita non se ne possono avere tanti nell’immediato ma ci sono lo stesso segnali di speranza e ottimismo». Con il dovuto rispetto, ricorda un Papa che parla dei sacrifici terreni e della speranza nel paradiso. Dalla politica economica siamo passati al catechismo fiscale.