Goldman Sachs contro il socialista Hollande: «se vince si blocca l’Europa»

Goldman Sachs contro il socialista Hollande: «se vince si blocca l’Europa»

La Francia rischia di scatenare l’onda nazionalista più pericolosa per l’eurozona. È iniziato il secondo trimestre del 2012 e la situazione della crisi europea non si è ancora stabilizzata. Nonostante il default ordinato della Grecia, la maxi finestra di liquidità bancaria messa in campo dalla Banca centrale europea (Bce), il nuovo Fiscal compact e il fondo salva-Stati da 500 miliardi di euro, non c’è pace per l’eurozona. Il prossimo problema potrebbe infatti arrivare da Parigi.

Fra 20 giorni la Francia andrà alle urne per stabilire chi sarà il prossimo inquilino dell’Eliseo. La battaglia fra il presidente Nicolas Sarkozy e il suo principale sfidante François Hollande vede in testa ai sondaggi il secondo. E non di poco. Quasi tutte le società demoscopiche, da Ipsos a LH2, indicano un risicato vantaggio del candidato socialista nel primo turno, con percentuali comprese fra il 27,5% e il 32%, mentre Sarkozy veleggia fra il 25% e il 30 per cento. Di contro, se si dovesse andare al secondo turno, fissato per il 6 maggio, i sondaggi indicano che non ci sarebbe storia. Hollande è accreditato di voti compresi fra il 55% e il 62%, quando basta per farlo salire all’Eliseo.

«Il rischio di una politica nazionalista esiste». Così il capo economista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), Pier Carlo Padoan, commentava sabato scorso a Linkiesta le elezioni in Francia. E lo stesso ha scritto Goldman Sachs in una nota pubblicata oggi. «Se dovesse vincere il candidato socialista Hollande, è possibile che possa crearsi una certa distanza di vedute tra Francia e Germania, tale da frenare il processo di integrazione europea che sta spingendo Berlino», spiegano gli analisti. La rottura del patto franco-tedesco può quindi potenzialmente essere uno dei nodi più ostici da affrontare per l’eurozona nei prossimi mesi. Senza dimenticare che nemmeno Parigi naviga in buone acque.

A far luce sui problemi francesi è stato anche The Economist. Il settimanale britannico, la scorsa settimana, ha definito la tornata elettorale transalpina «la più frivola della storia». Colpa della scarsa consapevolezza – o forse della voluta indifferenza – dei politici francesi a discutere della crisi economica. Non solo. La battaglia fra Sarkozy e Hollande si sta svolgendo al ritmo di un’espansione della spesa pubblica. Se il primo lancia la “Banca della gioventù” per le iniziative imprenditoriali giovanili, il secondo ha detto che vuole creare oltre 60.000 posti di lavoro fra i soli insegnanti. Come ricordano Goldman Sachs e The Economist, nessuno dei due candidati di punta ha ancora parlato concretamente di come ridurrà la spesa pubblica, che nel frattempo aumenta sempre di più. Secondo la Banque de France, infatti, il fabbisogno statale in marzo è aumentato dello 0,56%, segnando l’undicesimo aumento consecutivo. Il debito pubblico, in rapporto al Pil, è dato all’89% secondo le stime di Bloomberg, mentre nel 2011 ha chiuso di poco sotto l’86 per cento. Sono già stati superati i 1.800 miliardi di euro di debito, ma sembra che né Sarkozy né Hollande vogliano parlarne. E dire che, come ricorda Ubs, «se il contagio arrivasse anche a Parigi, ci sarebbe di che preoccuparsi, dato che quello francese è il maggiore stock di debito esistente nell’eurozona dopo Germania e Italia».

Nonostante la creazione del firewall, cioè il fondo a protezione della zona euro, non si possono ancora dormire sonni tranquilli. Lo stesso meccanismo di gestione delle criticità, più disoccupazione, recessione, governance economica e contagio: sono questi i maggiori campi in cui sta cercando di operare la Commissione europea per stabilizzare la situazione.

Il firewall doveva essere l’arma in grado di rassicurare i mercati finanziari. Così non è stato. Colpa del fatto che la rete di protezione doveva essere inizialmente di 1.000 miliardi di euro e poi è risultata essere di 500 miliardi, ovvero l’ammontare del fondo salva-Stati permanente European stability mechanism (Esm), già in previsione da tempo. «Nel caso di un peggioramento delle condizioni del rifinanziamento sul mercato obbligazionario di Italia e Spagna, non v’è spazio di manovra con questo firewall», ha ricordato la scorsa settimana Willem Buiter, capo economista di Citigroup. La speranza è che l’adozione del firewall possa essere intesa come un segnale positivo dal Fondo monetario internazionale (Fmi) durante il prossimo G20 di aprile. Sarà l’occasione per tastare il polso di un possibile intervento dell’istituzione di Washington a sostegno dell’Ue, anche se questo appare per ora improbabile. Il motivo è presto spiegato. Fino a quando non ci sarà la revisione degli Special drawing rights (Diritti speciali di prelievo), cioè l’unità di conto del Fmi che per ora comprende solo quattro valute (euro, dollaro, sterlina, yuan), non ci saranno esborsi. Questo processo, in prima battuta previsto per lo scorso febbraio, è risultato essere più laborioso del previsto, complici le richieste dei Paesi emergenti.

A preoccupare l’Ue c’è anche il mercato del lavoro. Con un tasso di disoccupazione in aumento pure nello scorso febbraio, dal 10,7% di gennaio al 10,8%, si è toccato il massimo livello dal 1997, come ha certificato Eurostat. Solo in febbraio i disoccupati nella zona euro sono aumentati di 162mila unità, portando la quota complessiva a oltre 17 milioni di persone. La situazione più difficile rimane quella in Spagna, Portogallo e Grecia, Paesi in cui il tasso di disoccupazione continua a salire a ritmi ben più elevati che negli altri.

Il mercato del lavoro non è destinato a riprendersi in fretta. Nella zona euro la recessione, come stimato dalla Commissione europea, sarà presente per tutto il 2012 e solo nel corso del 2013 si prevede un ritorno alla crescita. Per ora, come ha spiegato che anche il presidente della Bce Mario Draghi, si deve parlare di «moderata recessione», ma non è escluso, come spiega Morgan Stanley, che l’Europa possa entrata in una congiuntura ben più severa. È anche per questo che la banca d’affari statunitense non esclude che l’Eurotower possa intervenire giovedì prossimo tagliando ulteriormente il costo del denaro nel tentativo di stimolare l’economia.

Ci sono poi le banche. Dopo le maxi iniezioni di liquidità della Banca centrale europea condotte fra dicembre e febbraio per complessivi 1.030 miliardi di euro, ci sono nuovi timori che possa essere necessario un altro intervento. Questo volta non mirato alla liquidità, bensì al rafforzamento dei capitali di base. A lanciare l’allarme è la banca statunitense Morgan Stanley, seguita poi da Goldman Sachs e da Nomura, che ha stimato in 200 miliardi di euro le nuove esigenze di capitale per gli istituti di credito europei. Dimenticato il piano di ricapitalizzazione da 115 miliardi di euro lanciato nello scorso autunno, si andrebbe quindi verso un altro round. Colpa della nuove normative sui requisiti minimi di capitale di Basilea III, che impongono una dotazione di sicurezza più ampia che nel passato. Tanto ampia che molte banche stanno pensando a nuovi strumenti di capitale per far fronte alle esigenze future. Del resto, già l’European banking authority (Eba), l’authority di vigilanza bancaria europea, ha lasciato carta bianca sull’uso di bond ibridi, come i Contigent convertible bond (Cocos), obbligazioni convertibili in azioni ordinarie se il capitale scende sotto una determinata quota.

In questo quadro, migliore di altri è lo stato dell’Italia. C’è attesa per misure come la riforma del lavoro, il processo di spending review e quello di rilancio della crescita economica. La fiducia nel presidente del Consiglio Mario Monti è tornata, come fa notare i tanti report delle banche d’affari diramati nelle ultime settimane, ma il rischio di un avvitamento è sempre vivo. E non è un caso che una delle raccomandazioni appena arrivate ai clienti istituzionali da Goldman Sachs sia quella di comprare bond francesi e vendere quelli italiani.  

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