Banche, moneta, potereI Rothschild, i primi padroni del debito degli Stati

I Rothschild, i primi padroni del debito degli Stati

All’inizio di aprile la stampa internazionale ha dato ampio risalto alla riorganizzazione dell’impero finanziario della famiglia Rothschild. I cambiamenti nella governance con la fusione delle attività del ramo inglese con quelle del ramo francese hanno l’obbiettivo di cementare il loro “grip” sul gruppo. David de Rothschild, che sarà il presidente del gruppo risultante dalla fusione, ha affermato che l’operazione permette alla banca di rispondere meglio alle esigenze della globalizzazione e di far fronte agli scenari competitivi del futuro, assicurando e rafforzando nel contempo il controllo della famiglia nel lungo termine. «Even the Rothschilds appear to have realised that if they want things to stay the same they’ll have to change» (sembra che anche i Rothschilds abbiano realizzato che, se vogliono che le cose rimangano così come sono, dovranno cambiare) concludeva la “Lex column” del Financial Times del 6 aprile scorso. Ma la capacità di cambiamento non è una novità nella storia dei Rothschild, è insita nel loro dna.

Certo è difficile scrivere dei Rothschild: sono stati tirati in ballo in mille vicende storiche, sono fiorite su di loro numerose leggende e tantissime congetture. La dinastia bancaria è immersa in una straordinaria aura di mistero. A questo mistero hanno contribuito il potere, e la loro enorme ricchezza: partita dalla Judengasse di Francoforte – dove nacque nel 1744 il capostipite Meyer-Amschel, ebreo devoto e riservato che diventò banchiere di Guglielmo IX di Hesse Cassel – arrivò a presidiare agli inizi dell’Ottocento le principali piazze europee con i suoi figli James a Parigi, Nathan a Londra, Anselmo a Francoforte, Salomone a Vienna, Carlo a Napoli. Alla“fortuna” contribuirono la loro grande riservatezza (neanche negli anni del successo consolidato la sede in via Laffitte a Parigi era visibile né aveva insegne), quella capacità eccelsa di stare dietro le quinte e, soprattutto, il loro rapporto “di osmosi” con l’establishment ed il “potere”. Tuttavia è faticoso – per chi vuole evitare le congetture e rimanere distante dalle “favole” – basarsi su solidi dati storici e reperire le fonti: gli archivi della famiglia, nonostante i progressi degli ultimi anni, sono solo parzialmente consultabili, quelli di Francoforte furono bruciati etc. Per evitare di oscillare tra agiografia e leggenda occorre, innanzitutto, analizzare cos’è che ha reso questa dinastia di banchieri così differente dalle altre.

I Rothschild non furono né inventori di tecniche bancarie e della “scienza delle monete” come i grandi banchieri toscani del Medioevo né maestri dell’arte del cambio come i “lombard”. Certo il capostipite Meyer-Amschel fece un solido praticantato presso gli Oppenheim di Hannover ma non fu il suo know-how e la sua tecnica la fonte principale del successo. I Rothschild non furono, peraltro, né i primi né i soli “ad incidere” sulla storia: prima di loro i Bonsignori di Siena o i banchieri genovesi ebbero una influenza straordinaria sulla politica e sulle vicende d’Europa. Né furono mecenati al livello eccelso dei Medici. Eppure nessuna dinastia bancaria ha suscitato tanto interesse, tanta ammirazione e nello stesso tempo tanta avversità, quanto la loro. Ci sono due aspetti centrali nella storia dei Rothschild che li rende unici.

Il primo è la gestione del debito sovrano. Mentre i banchieri fiorentini come i Baldi e i Peruzzi nel Trecento, o i Medici nel Rinascimento, oppure i banchieri tedeschi come i Fugger nel Seicento, subirono pesantemente e irrimediabilmente i default sovrani, i Rothschild ebbero una straordinaria capacità di evitare i fallimenti. Anzi trassero profitto dalle difficoltà finanziarie degli Stati e dei Re d’Europa. È questa la prima fondamentale differenza con gli altri grandi banchieri.

Lo storico Egon Corti – in un suo celebre libro del 1929 – ha sottolineato che la vera origine della loro ricchezza si trova nei “profitti di guerra”. Seppero uscire indenni dalle guerre napoleoniche e si arricchirono con la Restaurazione. Il loro successo si fondò sulla gestione del debito pubblico sia delle grandi monarchie che dei piccoli ducati e principati europei. Diventarono i “demiurghi” del debito degli Stati d’Europa. Per gestire il rischio del debito sovrano svilupparono una vasta rete di amicizie ed influenze, crearono un formidabile network di alleanze politiche.

Per sottolineare l’ampiezza e la profondità di questo network e per rimarcare l’influenza dei Rothschild sui sovrani europei lo storico J.Bouvier presenta la lettera del dicembre 1840 di James Rothschild (plenipotenziario della famiglia a Parigi) alle moglie di un diplomatico russo: «Io conosco tutti i ministri, li vedo quotidianamente, e quando m’accorgo che la linea che seguono è contraria agli interessi del governo, vado dal Re, che vedo quando voglio… Siccome egli sa che ho molto da perdere e che non desidero altro che la tranquillità, ha piena fiducia in me mi ascolta e tien conto di quel che gli dico». 

L’altro ingrediente del loro successo fu la capacità di adattamento. Una capacità darwiniana. Furono eccezionali, capaci camaleonti. Prima diventarono i principali banchieri dell’“Ancien Régime”, fautori e sostenitori del nuovo ordine europeo post-napoleonico. I Rothschild curando i prestiti degli Stati e delle monarchie europee preferivano la pace, cioè lo “status quo” che era congeniale ai loro affari. Per questo furono centrali nello schema della Santa Alleanza e divennero (in particolare Salomone) alleati di ferro del potente Metternich.

Non sempre furono “deus ex machina” della storia. A volte si trovarono spiazzati dagli eventi storici: si pensi ai moti di rivolta del 1848 oppure all’ascesa di Luigi Napoleone in Francia. Ma riuscirono, con una capacità straordinaria, a parare i colpi, riadattandosi al nuovo clima: in Francia, ad esempio, da strenui sostenitori degli Orléans seppero dialogare con i nuovi bonapartisti e poi con i repubblicani. A metà dell’Ottocento, nel nuovo scacchiere europeo che andava configurandosi seppero ritagliarsi un posto di primo piano appoggiando le potenze occidentali nella guerra di Crimea, etc. 

La capacità di adattarsi non riguardava solo gli schieramenti, il cambio di alleanze o la scelta dei partner politici. Ma, anche, il modus operandi del fare banca. Non rimangono travolti dai cambiamenti economici della rivoluzione industriale e dagli sconvolgimenti della seconda metà del XIX secolo. Al contrario di altri banchieri, di fronte alle modifiche di scenario, seppero ri-modulare le loro attività bancarie: da strateghi degli arbitraggi sui debiti riposizionarono il loro business al credito industriale e ai nuovi mercati globali. Da banchieri dei Principi seppero poi puntare sull’ “homo novus” dell’industria e dei grandi commerci internazionali.

Lo storico M. Aubry sottolineava:  «L’origine e la base del lavoro quotidiano dell’Alta banca consistevano nell’arbitraggio, nello scambio rapido da piazza a piazza di tutti i valori di credito, fissi o variabili, cambiali o fondi pubblici. L’arbitraggio aveva la sua ragion d’essere nell’ineguaglianza della bilancia attiva e passiva tra due piazze di commercio e la sua remunerazione nelle differenze di cambio che ne risultavano, a profitto dei banchieri avvertiti e ben secondati dai loro corrispondenti».

I Rothschild da gestori del debito, da “venditori di rendita” si spostarono, nella seconda metà dell’Ottocento, sul terreno degli investimenti industriali: parteciparono all’euforia delle ferrovie (si pensi alla fondazione della “Compagnie des chemins de fer du Nord”), entrarono nel settore minerario, parteciparono al finanziamento della nuova industria. Epico fu lo scontro con il Crédit Mobilier dei fratelli Pereire. 

Inoltre i Rothschild puntarono fortemente sullo sviluppo della piazza finanziaria londinese, espressione della potenza imperiale ed economica dell’Impero inglese. E consolidano persino i rapporti con la monarchia anglosassone: Nathaniel, figlio di Lionello Rothschild, nel 1885 diventò Pari d’Inghilterra, primo cittadino di origine ebraica ad avere un seggio alla Camera dei Lords. Nel 1890 il genero di Lionello, Ferdinando ricevette nella propria abitazione la visita della regina Vittoria. A cavallo tra Ottocento e Novecento molte dinastie di banchieri europei si estinsero, ma i Rothschild rimasero, forti di enormi ricchezze.  Come ha sottolineato ancora J. Bouvier, i Rothschild operavano, dunque, su più piazze e «giocavano contemporaneamente su più tavoli».  Gestione del debito (e del rischio del debito sovrano) e capacità di adattamento sono stati i due ingredienti fondamentali alla base della loro storia e del loro duraturo successo.

I Rothschild di oggi, anche considerati unitariamente nelle varie ramificazioni, non hanno più la centralità che avevano nell’Ottocento. Il sistema finanziario odierno è altamente complesso e poli-centrico. Numerosi i conglomerati di potere e i big players: basti pensare che accanto alle grandi banche d’affari anglosassoni e agli hedge funds vi è il crescente protagonismo dei fondi sovrani dei Paesi emergenti. Ma il fascino (o l’avversione) che suscitano i Rothschild è ancora enorme.

Al di là dei giudizi e soffermandosi sul solo “dato storico”, rimangono un esempio in cui il Banchiere vale più della Banca, in cui la “regia” vale di più dello strumento finanziario. Spesso ci si dimentica che nei mercati, oltre gli algoritmi, oltre i potenti sistemi di flash trading, vi sono delle “cabine di regia”. Guardando la loro secolare storia, i Rothschild restano l’esempio più sorprendente di “cabina di regia” del sistema finanziario, per questo vengono considerati l’emblema del rapporto tra banca e potere.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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