Il governo pronto a spendere altri 9 miliardi per i derivati

Il governo pronto a spendere altri 9 miliardi per i derivati

L’Italia rischia di pagare ancora per i suoi derivati. Dopo aver rimborsato alla banca americana Morgan Stanley 2,567 miliardi di euro a inizio dicembre, conseguenza della chiusura di una posizione preesistente, il Tesoro potrebbe fare lo stesso con altre cinque banche: BNP Paribas, Deutsche Bank, Dexia, Intesa Sanpaolo e UniCredit. Nel complesso, sarebbero circa 8,9 miliardi di euro la cifra che Roma potrebbe essere costretta a sborsare nei prossimi anni per chiudere le posizioni, secondo quanto affermano il giornale specialistico Risk e diverse fonti bancarie a Linkiesta. Colpa di una particolare clausola contenuta nei contratti fra Tesoro e banche.

Come ha spiegato alla Camera il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, la situazione fra Morgan Stanley e il Tesoro è isolata. Tutto gira intorno alla clausola Additional termination event (Ate), che permette a una delle due parti del contratto derivati di uscire dalla posizione in via anticipata. Se scatta un determinato evento, l’Ate fornisce la facoltà di risolvere il contratto, ovviamente pagando. «Tale clausola, risalente alla data di stipula del contratto, nel 1994, era unica e non presente in nessun altro contratto quadro vigente tra il Ministero e le sue controparti, e non è stato possibile, nel corso degli ultimi anni, rinegoziare la stessa», ha spiegato Rossi Doria alla Camera.

Tuttavia, come spiega Risk, è possibile che ci siano altre situazioni analoghe. Questo perché i contratti sottoscritti dal Tesoro non sono recenti ed era consuetudine inserire, in questo genere di operazioni fra banche d’investimento e controparti governative, la clausola Ate. Come spiega a Linkiesta un trader della divisione Fixed income di una primaria banca italiana, dietro anonimato, «è quasi sicuro che sono presenti le clausole Ate perché fino al 2006 i contratti su derivati fra istituzionali e governativi avevano una duration maggiore, anche oltre i 30 anni». Un metodo di protezione, quindi, sia per le banche sia per i governi. 

A volte però capita che qualcosa vada storto e, per evitare perdite maggiori, si voglia uscire dal contratto. E questo è ciò che potrebbe accadere. Infatti, le cinque banche tirate in ballo ora (BNP Paribas, Deutsche Bank, Dexia, Intesa Sanpaolo, UniCredit) avrebbero negoziato swap col Tesoro contenenti la clausola Ate che, secondo Risk e secondo le fonti bancarie contattate da Linkiesta, potrebbe essere oggetto della chiusura anticipata delle posizioni. Il motivo è presto detto. Come avvenuto nel caso di Morgan Stanley, il Tesoro sarebbe in perdita e, fatte le dovute valutazioni, sarebbe più vantaggioso chiudere. «Solo se si chiudono delle posizioni è possibile capire quanto era l’ammontare del derivato, dato che il Tesoro non lo ha comunicato», spiega a Linkiesta una fonte bancaria londinese. 

Tuttavia, è possibile scovare l’esposizione di queste cinque banche sui derivati con l’Italia attraverso altri mezzi. Incrociando i dati della Banca dei regolamenti internazionale (Bri) e quelli della European banking authority (Eba), emerge che BNP è esposta per 2,96 miliardi di euro con Roma, solo sui derivati. Elevata anche Deutsche Bank, con 2,44 miliardi di euro. Più contenuta, invece, l’esposizione di Dexia, Intesa Sanpaolo e UniCredit, di poco sopra un miliardo di euro. Non deve stupire che nel computo degli istituti di credito coinvolti ci sia anche la belga Dexia, quasi fallita lo scorso anno e oggetto di una pesante ristrutturazione. I derivati sono stati infatti accesi fra il 1996 e il 2005, rivelano fonti bancarie. Nello stesso periodo, tutti gli altri, da BNP a UniCredit.

Quello che è certo è che il portafoglio derivati dell’Italia è di circa 160 miliardi di euro. «Ad oggi il nozionale complessivo di strumenti derivati a copertura di debito emessi dalla Repubblica italiana ammonta a circa 160 miliardi di euro, a fronte di titoli in circolazione, al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi di euro», ha spiegato Rossi Doria. I derivati quindi valgono il 10% dei titoli di Stato emessi. Lo stesso sottosegretario ha poi reso noto che in circolazione ci sono «circa 100 miliardi sono interest rate swap, 36 miliardi cross currency swap, 20 swaption e 3,5 miliardi degli swap ex ISPA». I derivati chiusi con Morgan Stanley lo scorso 3 gennaio erano infatti due interest rate swap e due swaption, mentre non si sa ancora come siano composti i portafogli con le altre banche coinvolte.

Un altro dettaglio da tenere conto nei prossimi giorni è la situazione in cui versano i derivati esistenti. L’Istat ha infatti certificato che nel solo 2011 queste operazioni hanno aumentato gli interessi sul debito pubblico di circa 2 miliardi di euro. Non solo. Nel periodo compreso fra 2006 e 2011, l’incremento è stato di circa 6 miliardi di euro. Sono finiti quindi i tempi, come fra il 1998 e il 2006, in cui il Tesoro era in posizioni positive per 8 miliardi di euro, come aveva fatto notare Eurostat. 

Ancora da capire se e come il Tesoro vorrà uscire in via effettiva da queste posizioni. Contattato da Linkiesta, il ministero delle Finanze ha preferito non commentare. Analoga la reazione delle cinque banche interessate. Ma, come avvenuto per Morgan Stanley, ogni movimento si saprà solo una volta concluso. Per ora si conoscono l’importo totale dei derivati esistenti, 160 miliardi di euro, e alcune delle banche con cui sono stati contratti. Non si sanno, invece, le intenzioni del Tesoro, né la situazione di ogni singolo contratto, che può essere in guadagno o in perdita. Il timore, nemmeno troppo remoto, è che possano esserci altri esborsi per l’Italia.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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