Cineteatrora“Il mio talento è la mia libertà”, la Guerritore diventa Oriana Fallaci

“Il mio talento è la mia libertà”, la Guerritore diventa Oriana Fallaci

La resistenza della guerra e la somma delle vittime, la miseria dei tiranni: tutto confluisce nell’umano troppo umano della scrittura di Oriana Fallaci. Nelle sue spaccature feroci come il battito delle dita sulla macchina da scrivere, unico luogo realmente salvo dove “le gocce si fermano sulla carta”. Di quel fare/essere spinto e insieme ritirato, discusso e infuocato negli ultimi anni di strali lanciati contro l’integralismo islamico e le responsabilità dell’11 settembre, ora Monica Guerritore si addossa da regista, attrice e drammaturga il tradimento biografico e più teatrale di un monologo senza presunzioni ideologiche e programmatiche.

Di fatto, qualsiasi stralcio di dichiarazione rappresenta in Fallaci l’oggetto di una libertà di pensiero primaria che non intende piegarsi, né aderire a schieramenti. Un’integrità di mestiere che venera la parola per il tramite del vero e, pur di raccontare, finisce all’obitorio di Città del Messico mescolata all’odore di marcio e disinfettante tipico delle stragi. E sono sempre quegli occhi, quello sguardo fisso nella fortuna cieca dei peggiori despoti a rifiutare il velo – lo strano cencio che rende le donne “pipistrelli umiliati” – poco prima di intervistare Khomeini nel 1979.

Guerritore ritaglia e unisce al buio questi e altri frammenti attinti da un materiale vasto che si nutre e indaga da Niente e così sia a Lettera a un bambino mai nato, da Inshallah a La rabbia e l’orgoglio, provandosi a rileggere pagine sommesse e interviste concesse malvolentieri perché costrette a risposte fedeli e precise. Una voce registrata la interroga, fa da cornice a una partitura gestuale e di immagini che restituiscono l’essenza di un volto reso pubblico dalla pagina e sdoppiato nel mito più volte condannato o esaltato. Non si fa cenno al botta e risposta che, poco dopo l’attacco alle Torri, scalpitava dalle pagine del Corriere della Sera tra la rabbia della giornalista e l’invocazione al silenzio di Tiziano Terzani. Non tutto è tradotto, ma necessariamente tradito dalle pareti aperte di una scena pensata da Guerritore come una stanza-scenario di guerra privata sotto cellophane che coprono colonne altissime di librerie e una scrivania con una luce fioca puntata sopra. Alle spalle alcuni video trasmettono ambientazioni storiche e contemporanee, atmosfere newyorkesi in cui la giornalista sceglie di vivere ritirata gli ultimi periodi di malattia.

E proprio del male, del maligno non soltanto di un tumore ereditato dalla famiglia e da una nube nera di petrolio del Kuwait si fa cardine sempre umano un’interpretazione che stenta il passo e si spoglia della parrucca implorando di non essere guardata. Lì interviene con più coraggio l’andirivieni ammesso del palcoscenico e di un personaggio che si osserva e sa osservare con ironia cruda. Qualcuno che risponde senza compromessi riconoscendo il proprio amore per Alekos Panagulis, confessando un aborto più doloroso di qualsiasi fine vita e l’odio assoluto per la morte, soprattutto quando al termine di una riedizione di Intervista con la storia, dopo gallerie di dittatori e voci del potere internazionale tra cui Gheddafi, Kissinger, Deng Xiao Ping e Walesa, compare il dolore estremo per la perdita della madre. L’estensione dei corpi si smarrisce e il passo diventa ancora più affannoso, l’isolamento della scrittura e del suo tunnel ancora più indispensabili e opposti alla sensazione di tornare all’esterno per pochi momenti accorgendosi che, invece, il ritmo del mondo non è cambiato affatto.
Guerritore-Fallaci continua a puntare dritto lo sguardo, si lascia sommergere da musiche che ritornano e talvolta invadono una regia che si vorrebbe più capace di progressione con conseguenze e fatti intrecciati tra una sigaretta e l’altra del vizio adorato e incolpevole. E da lì insiste con altrettanta urgenza e rispetto, rimarcando le pose riposte delle ore trascorse nella pace faticosa di un nuovo libro da concepire. Più di una volta quelle opinioni hanno anticipato risoluzioni mondiali, imbracciato fucili verbali e levato alte le braccia contro l’orrore terrorista che tuttavia non può non contraddire, agli occhi di chi ha letto e ammirato le marcia letteraria e femminile di Un uomo, un passato di difesa altrettanto strenua di un terrorista e compagno di vita.

E se l’effetto delle contraddizioni fa paura nella realtà, il palcoscenico serve a mitigarne e tradirne il colpo sicuro per privilegiare le ombre, le precarietà di una testimone che nasconde una rivoltella pronta all’uso per i momenti più impietosi. Una vietcong che non ha mai usato quell’arma, ma ha scelto di scrivere fino all’ultimo combattendo e implorando il mondo carnefice di chiudere gli occhi davanti alla sua prossima vittima.

Piccolo Teatro Grassi
dal 10 al 15 aprile 2012
Monica Guerritore è Oriana Fallaci in
Mi chiedete di parlare…
scritto e diretto da
Monica Guerritore

personaggi e interpreti
Oriana Fallaci Monica Guerritore
l’assistente di Oriana Lucilla Mininno
la voce di una giornalista Emilia Costantini
la voce di Francois Pelou è di Rachid Benhadj

ricerca e raccolta meteriali biografici Emilia Costantini
collaborazione alla regia e autore video Enrico Zaccheo
luci Pietro Sperduti
capo-elettricista Marco Marcucci
direttore di scena Andrea Duilio Sorbera
responsabile audio Paolo Astolfi
scenografia Monica Guerritore
costumi Graziella Pera/Monica Guerritore
sartoria D’Inzillo/Roma 

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