Il viaggiare democratico, quando sui treni sparì la terza classe

Il viaggiare democratico, quando sui treni sparì la terza classe

Forse aveva pensato a uno scherzo il signor Bortolo Chiodi, da Clusone, di anni 53. Aveva in mano il suo bravo biglietto di terza classe per Bergamo acquistato da qualche tempo ed era andato al marciapiede della milanese Stazione Centrale da cui, alle ore 17 del 4 giugno 1956, partiva il treno che avrebbe dovuto prendere. Ma della terza classe nemmeno l’ombra: solo carrozze di prima e seconda. Allora aspetta l’accelerato delle 19, ma anche quello non aveva la terza classe.

Piuttosto sorpreso, va nell’ufficio del capo stazione, il quale lo scambia per il solito contadino squattrinato che deve tornare in qualche modo a casa e lo invita ad andare nell’apposito ufficio della questura. Ma Bortolo Chiodi da Clusone non ci sta: non è un malfattore, ha regolarmente pagato il biglietto e vuole andare a Bergamo. Allora il capo stazione capisce: gli spiega che la terza classe non c’è più, è stata abolita il giorno precedente, e lo fa accompagnare al treno delle 19.35. Il signor Chiodi si può quindi sedere in una carrozza dai sedili di legno che in effetti fino a un paio di giorni prima era di terza, ma che ora, complici un pennello e un po’ di pittura, è diventata di seconda.

La notiziola, che oggi ci fa sorridere, viene dalla cronaca cittadina del Corriere della Sera (accanto a un’altra notizia che sembra molto più attuale: una coda di 1.100 persone all’ufficio passaporti della questura, l’Italia è sempre uguale a se stessa). Il 3 giugno 1956, infatti, era avvenuto un fatto epocale: era stata abolita la terza classe ferroviaria. «Ce lo chiede l’Europa», qualcuno deve aver detto a quei tempi, infatti il provvedimento riguarda tutte le ferrovie del continente, tranne Spagna e Portogallo. Si vogliono “democratizzare” i trasporti, ma in Italia tutto si risolve come al solito: si promuovono le carrozze di terza che diventano seconda, e quelle di seconda che diventano prima, assieme alle ex carrozze di prima classe, dai morbidi sedili di velluto rosso con poggiatesta bianchi, di fatto declassate.

Un efficacissimo titolo del Corriere della Sera del 3 giugno riassume le italiche usanze: “L’abolizione della terza segna una svolta nel costume italiano”, mentre il catenaccio spiega: «Finché però non sarà rinnovato il materiale rotabile, si viaggerà sui vecchi vagoni promossi alla classe superiore. Invariate per ora le tariffe». Al di là del fatto che si viaggia “nei” vagoni, e non “sui” vagoni, a meno di non accomodarsi sul tetto, il meccanismo è molto chiaro: l’abolizione della terza classe è una finta, perché le carrozza di terza continueranno a essere usate (e lo saranno per un’ulteriore trentina d’anni) e gli italiani che non usano il treno finanzieranno con le loro tasse i viaggi dei concittadini che lo utilizzano, visto che il mancato ritocco tariffario eleva in un colpo solo le perdite delle Fs da 60 a 80 milioni di lire all’anno.

«Le tariffe, per ora», scrive Carlo Laurenzi, autore dell’articolo nel Corriere, «si adegueranno al provvedimento nella maniera più democratica, giacché si viaggerà in prima muniti d’un biglietto il cui prezzo non supererà il prezzo dell’attuale biglietto di seconda; analogamente il biglietto di seconda classe costerà quanto l’attuale biglietto di terza». Un magheggio descritto con puntualità dal Corriere d’Informazione del 4-5 giugno: «Può sembrare un gioco di parole, ma la situazione è questa: con un biglietto di seconda che in realtà è di terza si viaggia in carrozze di terza sulle quali è scritto seconda. Analogamente, con un biglietto di prima, che costa come uno di seconda, si viaggia in vetture di prima e di seconda con scompartimenti a sei posti». 

Quel che sta per accadere ben lo sintetizza un articolo nella Stampa di domenica 3 giugno: «In pratica dal provvedimento che decorre da stamane si può trarre questa deduzione: nessun utente resta avvantaggiato in qualche modo concreto. Subiscono invece uno svantaggio: da una parte l’amministrazione ferroviaria (che vedrà ridursi gli incassi venendo a mancare la clientela che pagava le tariffe dell’ex prima classe); dall’altra i privilegiati che godono di tariffe di libera circolazione in prima classe, oltre a un numero variabile di biglietti gratuiti per i familiari». Già, potrà sembrare strano, ma esiste una “casta” della prima classe, e anche ben protetta.

Lo spiega il Corriere: «Le critiche più aspre, per ora, sono state affacciate proprio dai funzionari delle Ferrovie dello Stato, in seno alle loro organizzazioni sindacali: abituati come sono a viaggiare gratuitamente in prima o in seconda classe, i funzionari delle Ferrovie, con le proprie famiglie, aborrono adesso l’effettivo “declassamento” che avverrà da domattina». Insomma, questi signori, abituati a viaggiare a sbafo nelle carrozze col velluto rosso, schifano i parvenu che potranno ora sedersi accanto a loro pagando una tariffa equivalente all’ex biglietto di seconda. Cose d’altri tempi: nell’Italia di oggi nessuno mai si sognerebbe di protestare per la perdita di un privilegio, tantomeno attraverso i sindacati.

In ogni caso la Stampa rivela che il bengodi dei viaggi a basso prezzo finirà molto presto: «Le tariffe dovranno subire un ritocco». E infatti quotidiano torinese del 27 giugno successivo, cioè appena ventiquattro giorni dopo la democratizzazione delle classi, annuncia le novità: «La tariffa di terza classe (ora seconda) aumentata del 9 per cento, quella della seconda (ora prima) del 16 per cento».

Assieme all’abolizione della terza classe, arriva anche qualche altra novità di tono minore: l’aumento del supplemento rapido dal 15 al 20 per cento del costo del biglietto, e l’introduzione della prenotazione obbligatoria in tutti gli elettrotreni (ve li ricordate? Il mitico “Settebello” con la bolla panoramica disegnata da Giò Ponti) «che vale anche» precisa il Corriere della Sera del 2 giugno, «per i parlamentari e per il personale ferroviario» evidentemente seccati di non poter più salire liberamente in qualsiasi treno senza prenotare.

La pagina milanese del già citato Corriere d’Informazione del 4-5 giugno 1956 rivela che nella Stazione Centrale «l’ultimo biglietto di terza classe è stato venduto alle 23.30 di sabato: recava il numero 09963 ed è stato acquistato da un viaggiatore diretto a Verona» (chissà se l’ha buttato o l’ha conservato come una reliquia). Resta la consolazione che mai più nella loro storia le Ferrovie dello Stato avrebbero osato prendere un provvedimento in base al quale, come già detto, «nessun utente resta avvantaggiato in qualche modo concreto». O forse no.

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