In Portogallo la festa della Liberazione si fa contro l’Europa

In Portogallo la festa della Liberazione si fa contro l’Europa

Il 25 aprile non è una data importante solo in Italia. In Portogallo si celebra oggi l’anniversario della Rivoluzione dei garofani, che mise fine alla dittatura di Salazar, la più lunga del Novecento europeo, iniziata nel 1926. Ma per la prima volta da quel lontano 1974, i Capitani d’aprile, come furono battezzati i membri del Movimento delle forze armate che guidarono la liberazione del Portogallo, non parteciperanno alle commemorazioni ufficiali.

La loro protesta intende denunciare il tradimento della Costituzione e dei valori della Rivoluzione dei garofani, da parte del governo e dell’Unione Europea. Il manifesto attorno al quale si sono riuniti numerosi ex militari del Movimento delle forze armate ha sollevato certa commozione nel paese lusitano, ma anche una distanza critica rispetto a quella che in molti interpretano come un tipico gesto da reduci. Gli anziani, ma non troppo, capitani d’aprile – da quegli eventi sono trascorsi 38 anni – hanno però trovato un inedito appoggio, che ha dato nuovo impulso alla protesta.

L’ex presidente della Repubblica e primo presidente del governo costituzionale Mario Soares ha infatti deciso di appoggiare il manifesto dell’Associazione 25 aprile e di disertare gli atti ufficiali che lo hanno sempre visto in prima fila. Con le dovute distanze storiche, e una dose di immaginazione temporale, è un po’ come se Pertini avesse disertato il 25 aprile in Italia.

Il socialista Mario Soares fu, infatti, uno dei principali oppositori di Estado Novo, il regime salazarista che lo aveva costretto all’esilio, dopo diversi anni di carcere. Il primo maggio del 1974 ritornò a Lisbona da Parigi, accolto da una moltitudine di portoghesi mentre percorreva la famosa Avenida da Libertade della capitale. Quell’immagine, oltre al suo ruolo chiave nella transizione democratica e nei processi di indipendenza delle ultime colonie, immortala una delle figure più importanti della storia recente del paese, culminata nella presidenza della Repubblica, negli anni Ottanta, quando egli stesso firma il trattato di adesione alla comunità europea. Si comprende dunque come il suo appoggio al manifesto dell’Associazione 25 aprile sia capace di canalizzare il profondo malessere che attraversa buona parte della società portoghese da quando il Paese è stato salvato finanziariamente dal Fondo salvastati europeo.

Il Portogallo è guidato da un anno dal governo di centro-destra di Passos Coelho ed ha intrapreso un drastico percorso di riforme e tagli per garantire la messa in marcia del fondo salva stati. Il programma di austerità, accanto all’aumento dell’Iva al 23%, ha però messo in ginocchio i ceti più deboli, ma anche la classe media, a cui sembra non bastare più l’idea di competenza e novità che questo governo aveva portato con sè. I tagli alla sanità, le nuove tasse immobiliari, la disoccupazione galoppante, la riforma del lavoro, ossia tutte le misure che i Paesi deboli dell’Eurozona stanno adottando, agiscono su un tessuto economico particolarmente debole e con delle prospettive pessime. È inoltre forte nel Paese la sensazione di percorrere un cammino tracciato da altri, dato che l’ex presidente uscente, lo screditato socialista Socrates, si era impegnato a portare avanti esattamente le stesse riforme di chi governa adesso.

Contro queste misure, giudicate contrarie agli ideali democratici, gli ex capitani hanno scritto il loro manifesto “Aprile non si disarma”, facendo persino circolare voci di una possibile nuova sollevazione popolare. L’appello contenuto nel manifesto, in effetti, non è per nulla sibillino: “Per una mobilitazione del popolo portoghese, unito per salvare il Portogallo, la libertà e la democrazia”. Sebbene non sia plausibile immaginare una nuova rivolta dei garofani, i portoghesi si interrogano seriamente, in questo inedito 25 aprile, sulla capacità dei programmi della Troika, il trio composto da Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea e Banca Centrale europea, di salvare il Paese senza affondarlo del tutto.