«La crisi della politica è figlia della società italiana, acritica e passiva»

«La crisi della politica è figlia della società italiana, acritica e passiva»

Un’attrazione fatale verso il potere. Analisti e osservatori ricorrono a questa espressione per spiegare la metamorfosi e l’involuzione oligarchica che ha coinvolto la Lega dal suo ingresso nel governo e nei luoghi di comando a ogni livello istituzionale. Rapporto che sembra avere stravolto la fisionomia e la vocazione di un movimento nato per combattere la partitocrazia invadente e la burocrazia soffocante, per moralizzare la vita pubblica e rappresentare le rivendicazioni di autonomia e libertà del Nord.

Gli innumerevoli mutamenti di opinione del Senatùr su una vasta gamma di temi cruciali appaiono profondamente legati al percorso di avvicinamento a “Roma ladrona”. Nell’arco di pochi anni Umberto Bossi è passato dalla rivoluzione liberista e dalla lotta contro l’oppressione fiscale all’appoggio al protezionismo e dirigismo di Giulio Tremonti, dalla riforma federalista di stampo nordamericano all’opzione confederale svizzera di Gianfranco Miglio fino all’ipotesi secessionista, dall’adesione al modello elettorale maggioritario britannico a quello tedesco e infine al Porcellum. Per non dimenticare le clamorose acrobazie sul terreno religioso: dalla costruzione di un neo-paganesimo padano basato su un pantheon e su rituali celtici alla difesa oltranzista dell’Europa cristiana contro la globalizzazione multiculturale e la minaccia di invasione islamica; dalle durissime accuse contro le degenerazioni affaristiche di una “Chiesa mondana” all’asse privilegiato con la Santa Sede sui temi etici e sui diritti civili: alleanza consacrata dal sostegno del Carroccio all’ex Governatore di Bankitalia Antonio Fazio, noto per le sue relazioni in ambiente vaticano.

A riflettere sulla natura e sulle peculiarità del potere italiano, capace di assorbire e neutralizzare le istanze più innovative, è il filosofo politico e del diritto Carlo Lottieri, docente di Teoria dello Stato all’Università di Siena e studioso del pensiero liberale classico e libertario. Un filone di idee che partendo dal giusnaturalismo di John Locke e animandosi dell’apporto degli illuministi e dei rivoluzionari inglesi e americani del Settecento, attraversa l’individualismo etico-politico di Henry David Thoreau, fautore della disobbedienza civile, per trovare sbocco nella Scuola austriaca dell’economia di Ludwig Von Mises, Friedrich Von Hayek e Murray Rothbard. Intrecciando questa robusta corrente intellettuale con il realismo di Miglio e con l’analisi del diritto di Bruno Leoni, giurista a lungo dimenticato in Italia e teorico del primato della common law sulla civil law, Lottieri, autore del libro “Credere nello Stato”, critica alla radice la legittimazione ideologica del potere, la mitologia del monopolio legale della forza e dell’obbedienza che ha giustificato e alimenta le istituzioni pubbliche. Sostenitore dell’autonomia della società e del mercato dalla coercizione statale, lo studioso propone un modello di convivenza fondato sull’adesione volontaria e consensuale, sull’interazione e cooperazione spontanea, proprio come fecero i Padri fondatori delle colonie nordamericane e degli Stati Uniti.

Imperativo morale per il filosofo è dunque demistificare e mettere in discussione il potere, o almeno porre rigorosi vincoli costituzionali per dividerlo e limitarne quanto più possibile la sua potenzialità liberticida e corruttiva. Altrimenti esso è destinato a inquinare e neutralizzare qualunque velleità rivoluzionaria, proprio come accaduto con la Lega di Umberto Bossi. Il quale, rimarca Lottieri, ha enormi responsabilità nel fallimento politico della sua creatura, movimento guidato da un leader carismatico che ha riversato in aggressività e volgarità le frustrazioni accumulate nella prima parte della vita e la prolungata demonizzazione del Carroccio da parte dei mezzi di informazione. «Sono state simili caratteristiche personali ad attirare nell’entourage del capo indiscusso un gruppo di persone ciniche e affamate di potere. A fronte del rafforzamento di un ceto dirigente mediocre e privo di spessore, il messaggio originario autonomista e indipendentista del partito si è andato indebolendo fino a trasformarsi nel miraggio della Padania». Un impoverimento che neanche la presenza e l’opera di Gianfranco Miglio nei primi anni Novanta è riuscito a colmare.

Agli occhi di Lottieri tuttavia appare decisivo il ruolo esercitato dal potere nel favorire e determinare la sconfitta delle ragioni originarie della Lega. «È l’architettura stessa delle nostre istituzioni che impedisce agli abitanti di un territorio di decidere il proprio destino, di separarsi o aggregarsi ad altre regioni in maniera pacifica e volontaria. In tal modo le spinte federaliste presenti nel Nord si sono tradotte in un nulla di fatto anziché essere incanalate verso sbocchi costruttivi e democratici, come nel Quebec in Canada, dove ben tre referendum sull’indipendenza sono stati votati e respinti». Un potere, che in Italia si sostanzia nell’intreccio perverso tra politica, affari e informazione, ha esercitato un’attrazione irresistibile nei confronti di un personaggio spregiudicato e presuntuoso come Bossi.

Così, ricorda lo studioso, il Carroccio si è insediato saldamente nel controllo delle banche e delle aziende municipalizzate locali, nei colossi pubblici come la Rai, Finmeccanica, Fincantieri, Poste italiane, partecipando alla spartizione dei posti di comando con le formazioni politiche tradizionali. E ha giustificato questa strategia in nome del legame sacro e etnico con il territorio e le comunità padane, con la difesa dei loro interessi e della loro identità. Il Senatùr è entrato a pieno titolo nei meccanismi insidiosi del potere, illudendosi di giocare un ruolo di protagonista e finendo per esserne travolto. Tutte le capitali, non solo “Roma ladrona” ma anche Washington e Londra, costituiscono una tale concentrazione di potere da allentare e fiaccare ogni impulso innovatore. E la capitale dello Stato italiano, puntualizza Lottieri, possiede una capacità mirabile di ammorbidire e attenuare quelle spinte, di divorare e liquidare anche la volontà dei rivoluzionari “duri e puri”.

Il filosofo è scettico sul futuro politico del Carroccio: «Sinceramente non vedo vie di uscita realistiche dal pantano in cui è immerso. L’intero movimento dovrebbe ammettere il fallimento epocale della sua classe dirigente, da cambiare radicalmente, poiché neanche Roberto Maroni possiede la necessaria credibilità per prenderne in mano le redini».

Lottieri individua un’ultima possibilità di reazione in una battaglia per il referendum sull’indipendenza della Padania, che però considera poco plausibile a causa del condizionamento molto forte dei nuclei più intransigenti della militanza, «ben diversi dall’elettorato che in questi anni ha votato Lega turandosi il naso». Peraltro non bisogna pensare che Bossi sia fuori gioco: «Una persona ideologicamente legata alla sua creatura politica, che a essa ha dedicato tutto se stesso, non accetterà facilmente di essere emarginato dalla guida di un partito controllato fino a ieri in modo ferreo». Quanto al destino del federalismo e dell’autogoverno, le rivendicazioni più limpide e originali che hanno animato la storia delle “camicie verdi”, lo studioso riscontra «un ribollire vivace di movimenti autonomisti e ostili alla tirannia fiscale». Ma prende atto dell’estrema difficoltà di «entrare in una realtà politica chiusa e dominata da accordi di cartello oligopolistico, grazie al collante del finanziamento pubblico dei partiti».

È qui, nel rapporto fra individui e istituzioni, la peculiarità e l’unicità del potere italiano, la sua qualità distintiva rispetto al potere negli altri paesi di democrazia liberale. Se negli Usa le cose vanno meglio, evidenzia Lottieri recuperando le storiche argomentazioni di Alexis de Toqueville, «è perché lì la società è più viva, cosciente dei propri diritti e capace di reagire agli arbitri e alle violazioni del potere». Una comunità e un mercato che si autogovernano, gelosi della loro autonomia, come rivelano i fenomeni speculari e convergenti dei Tea Parties e di Occupy Wall Street, uniti dall’iniziativa spontanea e dalla ribellione contro il salvataggio delle grandi corporation con risorse pubbliche. Il fallimento della politica cui assistiamo oggi in Italia, conclude il filosofo del diritto, non riguarda solo le istituzioni ma soprattutto la società, formata da cittadini ridotti a sostenitori acritici, passivi e gregari dei partiti e dei capipopolo. Per questo motivo, «o le persone si organizzano e si mobilitano attorno a temi e obiettivi precisi e di ampio respiro oppure il potere ci crollerà addosso come una lama nel burro».