Le fondazioni, più opache e potenti della politica

Le fondazioni, più opache e potenti della politica

Una battaglia politica durissima e ricca di colpi di scena, che ha visto protagonisti esponenti delle diverse correnti del Partito democratico e rappresentanti di spicco delle istituzioni locali. La partita per il rinnovo dei vertici del Monte de Paschi, che ha portato alla sua guida l’ex numero uno di Unicredit Alessandro Profumo (uno fra gli ottanta soci de Linkiesta), ha registrato la netta affermazione dei candidati appoggiati dal sindaco di Siena, espressione dei Democratici di sinistra, nei confronti degli uomini sostenuti dal presidente del Consiglio regionale, vicino alla Margherita. Nella città toscana si è consumato l’ultimo e più clamoroso capitolo della storia delle fondazioni bancarie, che autorevoli economisti considerano da tempo la sede di un rapporto patologico tra finanza e potere politico, tra realtà creditizia e gruppi di interesse autoreferenziali.

Istituite all’inizio degli anni Novanta con l’avvio della privatizzazione e apertura al mercato della realtà creditizia italiana, le fondazioni sono enti privati senza fini di lucro, destinati a promuovere iniziative di interesse generale e ad assistere i ceti più bisognosi. Un’espressione genuina del terzo settore, di quel privato sociale che grazie alla sussidiarietà riesce spesso a colmare le carenze dello Stato sociale. Ma con alcune singolarità, che le rendono uniche nel panorama internazionale.

Le fondazioni detengono un enorme patrimonio appartenente ai cittadini, eredità dello status pubblicistico delle casse di risparmio da cui sono nate. Possiedono quote azionarie e partecipazioni nel capitale delle banche di riferimento, ed esercitano un potere decisivo di controllo, designazione e nomina dei vertici degli istituti di credito. Giuridicamente tale presenza viene considerata necessaria e funzionale al perseguimento degli obiettivi sociali e caritatevoli sanciti negli statuti delle fondazioni. Ma nella prassi emerge una palese contraddizione, una forma di schizofrenia tra la loro vocazione originaria e un ruolo centrale nella definizione di strategie economiche orientate al profitto e alla massima responsabilità verso gli azionisti della banca.

A completare il quadro è l’assoluto protagonismo della politica nella guida delle fondazioni. Perché nei loro organi di indirizzo e controllo, deputati a proporre e a influire in modo determinante sulla scelta degli amministratori dell’istituto creditizio, siedono persone nominate dai rappresentanti di comuni, province, regioni, oltre che delle università, della Chiesa e delle camere di commercio. Dunque le istituzioni locali, e i partiti egemoni sul territorio, riescono attraverso le fondazioni a mantenere il controllo e la presa su una realtà cruciale per la vita della comunità. E è difficile verificare fino a che punto il management di una banca possa improntare il proprio operato a parametri esclusivi di mercato e di ottimizzazione degli utili di impresa, rifiutando condizionamenti e influenze politiche nelle decisioni su come e dove investire. Si tratta comunque di un clamoroso rovesciamento della logica che ispirò le strategie di privatizzazione dell’assetto creditizio italiano, consacrata dal risultato di un referendum abrogativo dell’aprile 1993, che aveva sancito la fuoriuscita del Tesoro, dunque della politica, dalla nomina dei vertici bancari. La stessa politica che non intende rinunciare a un potere ramificato in altri gangli vitali del tessuto produttivo, in primo luogo nelle aziende locali di servizi pubblici, nonché in grandi imprese strategiche come la Rai, Ferrovie dello Stato, Poste italiane, Finmeccanica.

Agli occhi di Luigi Zingales, economista liberale e docente di Finanza e Impresa all’Università di Chicago, le fondazioni presentano un elemento aggravante rispetto alla stessa esperienza dello Stato imprenditore degli anni Settanta o degli anni Trenta. I gruppi che le rappresentano e controllano, rimarca lo studioso, incarnano centri di potere del tutto autoreferenziali, originari della prima fase della Repubblica e sopravvissuti al suo crollo, che si permettono di ergersi al di sopra e al di fuori di questa politica. In altre parole, pur preservando e raffinando il governo politico della realtà creditizia, lo fanno come «paladini di una generica società civile, o più esattamente come interpreti di lobby portatrici di specifici interessi». Zingales osserva come ormai «le fondazioni, anche grazie a una rete di organismi costitutivi sempre più complicata, prescindano dalla loro originaria legittimazione politica e vadano ben oltre il mandato elettorale nella capacità geniale di gestire in forma discrezionale enormi patrimoni pubblici». E sottolinea come l’unico antidoto per «rompere un’organizzazione del credito sempre più corporativa e feudale sia la piena apertura a un’economia libera, caratterizzata da un’assoluta e limpida separazione di ruoli e responsabilità».

Se quindi gli istituti di credito agiscono in un’ottica di mercato, le regole devono essere le stesse che disciplinano le società quotate in borsa. Il che equivale alla completa trasparenza e conoscibilità di retribuzioni e stipendi dei vertici delle fondazioni, all’assenza di qualunque condizionamento politico, e alla piena accountability dei manager verso gli azionisti. Nulla impedisce poi la creazione e lo sviluppo di soggetti finanziari alternativi per ispirazione e governance: banche di credito cooperativo, rurali, popolari, che possono diversificarsi e radicarsi in un territorio.

Attualmente, invece, regna la massima confusione e vaghezza nel nostro universo creditizio. Un groviglio che Zingales cerca di spiegare con un interrogativo: «Ai bisognosi destinatari delle iniziative delle fondazioni interessa che la provenienza delle risorse utili alle opere di beneficenza sia di natura bancaria?» La presenza stessa della fondazione nell’azionariato e nell’amministrazione della banca potrebbe indurre i vertici dell’istituto a destinare una parte rilevante degli utili verso finalità sociali decise discrezionalmente per ottenere, allargare e consolidare una rendita politica. Un comportamento che finirebbe per esporre la governance dell’istituto di credito a possibili violazioni degli obblighi verso i soci. Se proprio deve esistere un efficace controllo pubblico sull’operato delle banche, l’economista propone la ricetta sperimentata in Canada per la gestione dei fondi pensionistici. «Un modello di corporate governance in cui gli investitori istituzionali esercitano dall’esterno una funzione di incentivo e pungolo verso l’efficienza, la trasparenza e la legalità dell’amministrazione anche denunciando i manager incapaci, ma senza alcun potere di nomina dei gestori interni».  

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