Piazza Fontana, anatomia di una generazione

Piazza Fontana, anatomia di una generazione

Venerdì 12 dicembre 1969. Il cielo era coperto, con un freddo che prometteva neve e il tramonto che arrivava presto nei giorni più corti dell’anno. Dall’Università Statale di Via Festa del Perdono (dove chi scrive frequentava il secondo anno di Lettere, indirizzo storico) si vide nella livida luce del crepuscolo urbano un addensarsi repentino di gente, di ambulanze, di sgommate di pantere e gazzelle, nella lacerante sinfonia di lampeggianti e sirene, che sormontava il frastuono del traffico già impazzito di suo nella frenesia prenatalizia.

Dal grumo di folla agitata nella prospiciente Piazza Fontana si allontanavano barcollanti persone isolate e sconvolte che con parole smozzicate e piangenti trasmettevano il fotogramma confuso di un carnaio indescrivibile, di una scena inimmaginabile, di uno choc individuale e collettivo che lasciava immoti e incapaci persino di pensare. E aleggiava la voce di una calamità accidentale, di una esplosione di gas, perché il comune sentire si ribellava all’idea stessa che ci fosse mano d’uomo dietro allo scempio. Presto, molto presto la realtà della “bomba” si impose, angosciante e crudele.

E nella difficoltà di accettare un fatto tanto tragico e sconvolgente ci si aggrappò, sempre nel sentire comune e nei discorsi del nutrito popolo dei pendolari, ad un’altra versione: quella che cioè l’ordigno aveva scopo dimostrativo come quelli rinvenuti in altre banche (la Comit di Piazza Scala e la BNL di Roma, bombe fatte subito brillare da inquirenti o conniventi o in completa crisi di nervi). Ma che autori e registi degli attentati non avessero messo nel conto che quella fosse, a differenza di tutte le altre, l’unica banca aperta anche di venerdì pomeriggio, per servire apposta gli ignari agricoltori della Bassa e del Lodigiano, e alla fine vittime più di ogni altro davvero innocenti. Un’ipotesi che non venne mai smentita, ma solo dimenticata: anche perché è acclarato l’influsso dei “servizi deviati” e certo il ruolo dei “neofascisti”, ma la verità giudiziaria in più di 40 anni non ha consegnato esecutori e mandanti con nome e cognome che confermassero progetto e dinamica dell’atto criminale.

La strage costituì la tragica svolta. Il periodo era già inquieto: in quell’anno c’erano già stati in Italia 145 attentati, l’”autunno caldo” degli scioperi e delle rivendicazioni dei sindacati operai avevano elettrizzato un clima nel quale la politica di governo e parlamento appariva lontana e del tutto inadeguata. E neppure un mese prima, nell’adiacente Via Larga, c’era scappato il morto: il poliziotto Annarumma con il cranio attraversato da un tubo d’acciaio nei tumulti seguiti ad un corteo dei Marxisti-Leninisti.

Eppure Piazza Fontana cambiò tutto: come a portare una città, una società intera, tutto un Paese per sempre a una “perdita d’innocenza”, a spezzare quella tranquilla e faticosa operosità che aveva costruito il “boom” economico e preparava una progressiva distribuzione del benessere. Lo si comprese il giorno dei solenni funerali in Duomo: colpiva e “parlava” il silenzio assordante della piazza gremita e composta, che trasmetteva lo smarrimento per un delitto inconcepibile e insieme l’angoscia e lo sgomento dell’inoltrarsi in una ignota stagione di sangue, che appariva anch’essa ingiusta, sbagliata, eppure non esorcizzabile.

Il dopo è ahimè tristemente noto: la morte dell’anarchico Pinelli volato dalla Questura, l’inchiesta sulla strage e i relativi processi (e depistaggi) alla ricerca di verità ambigue e spesso volutamente sfuggenti, la “strategia della tensione” e l’assassinio del commissario Calabresi, additato alla “giustizia proletaria” dalla violentissima campagna di stampa condotta per oltre due anni da Lotta Continua, campagna vigliaccamente sorretta dal fior fiore dell’intellighentsia nazionale (in 800 – il più giovane era Paolo Mieli – sottoscrissero quel vergognoso manifesto).

Luigi Calabresi venne abbattuto sotto casa nel maggio 1972. La predicazione della violenza prima verbale, poi fisica e quindi armata dava i suoi velenosi frutti. Da quel delitto cominciò una lunghissima scia di sangue che forse non si è ancora completamente disseccata (Dopo gli omicidi D’Antona e Biagi, i giuslavoristi e alcuni sindacalisti sono tutt’ora sotto tiro degli eredi delle Brigate Rosse…).

Ma perché da Piazza Fontana in poi il Paese ha subìto tanti “anni di piombo” che ne hanno fermato la crescita e depresso lo spirito? Quante volte è capitato di interrogarsi al riguardo con Walter Tobagi, il più lucido e profondo analista di quel tragico periodo (e non a caso anch’egli vittima del terrorismo rosso, perché davvero “aveva capito”). Chi scrive lo riaccompagnava a casa dal Corriere, cambiando ogni sera orari e percorsi nell’ingenuo tentativo di proteggerlo, e insieme si ragionava sul senso di quella stagione.

La chiave stava nella ventata nuovista e creativa del ’68. Che altrove, come in California, aveva inciso sulla società e sulla struttura aziendale, rivolgendosi al futuro (e ne era scaturita Silicon Valley). Qui invece, rinchiudendosi nel recinto della sinistra politica, si era rivolta tutta al passato. E stava costituendo con questi giovani la tragica rivincita dei “nonni” massimalisti e rivoluzionari (che avevano poi provocato il fascismo), contro la linea dei “padri”, democratici e costituzionali. Era la chiave di lettura già del primo libro di Tobagi, uscito nel 1970 sulla storia del Movimento Studentesco.

«E verrà un giorno – anticipava Tobagi – nel quale si potrà finalmente chieder conto a questi nostri coetanei della loro “colpa morale” : che non è soltanto di aver predicato la violenza e favorito alla lunga il terrorismo, quanto piuttosto, e soprattutto, di aver sequestrato il futuro a una intera generazione…». Tobagi venne ammazzato dai terroristi rossi nel 1980, ma la sua intuizione non ha perso di validità e si è piuttosto rafforzata nello scorrere del tempo.

Del delitto Calabresi, grazie alla crisi di coscienza di un venditore di frittelle, si è arrivati a individuare autori e mandanti con nove processi e relative condanne. Sono i vertici di Lotta Continua. E “meno male che abbiamo perso” ammetterà uno dei capi, Mauro Rostagno, prima di venire misteriosamente assassinato in Sicilia. Ma la sconfitta culturale è ancora da riconoscere. Perché infatti è stato diffuso e propagandato in questi anni un mito della “meglio gioventù” di cui si magnificano le idee ma accuratamente si tacciono le responsabilità. Come accade anche per il film ora nelle sale sul “Romanzo della strage”: dove si ricuperano dopo 40 anni l’umanità e il rigore del commissario Calabresi, ma si nasconde completamente la selvaggia campagna di denigrazione e di odio che lo accompagnò fino ai colpi di pistola che lo uccisero.

È come se il reticolo dei “reduci di allora” conservi la condizione di adolescenti ingrigiti, che rivendica presunti meriti ed evapora le sicure colpe (che non vanno espiate, ma nemmeno riconosciute) : e dall’alto delle tante cattedre mediatiche da cui su tutto si pontifica si stende la cortina del silenzio su quanti chiedono un serio bagno di verità. Lì solo su questo ormai si Lotta e molto si Continua a “sequestrare il futuro”… 

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