Prima di Instagram, tutti gli assegni da capogiro staccati nella Silicon Valley

Prima di Instagram, tutti gli assegni da capogiro staccati nella Silicon Valley

Se si fa eccezione per le nuvole dei cloud, sopra gli altissimi palazzi dell’IT non ci sono perturbazioni in vista. Lì, negli uffici modernissimi della Silicon Valley, la crisi sembra aver girato alla larga. Tanto che la notizia della settimana – almeno per gli smanettoni e per la stampa di settore – è l’acquisizione, da parte di Facebook, dell’app di maggior successo della storia dell’iPhone: Instagram.

Nata come applicazione fotografica in salsa social, Instagram ha costituito la sua fortuna sulla possibilità di applicare filtri “artistici” ai propri scatti. Negli ultimi due anni una vera e propria Instagram-mania ha travolto gli utenti dell’iPhone, coinvolgendo 30 milioni di utenti che hanno condiviso sul portale oltre 200 milioni di foto. Di qui l’interesse di Facebook, che ha investito la bellezza di un miliardo di dollari per acquisire l’applicazione e i suoi tredici (tredici!) dipendenti.

Se la notizia vi ha sorpreso, comunque, ricredetevi. Quella del colosso che acquista la startup di successo, infatti, non è una novità nel mondo del web degli anni zero e dieci. Anzi. Le acquisizioni multimilionarie sono diventate una tendenza ricorrente nel mercato dell’IT. La crisi sembra non aver scalfito minimamente la compravendita di applicazioni, software e programmi.

A cominciare dall’assegno staccato da Microsoft, nel 2011, per comprare Skype, il servizio leader nel campo della telefonia online. La cifra messa sul piatto da Bill Gates per assicurarsi l’applicazione ideata da Niklas Zennström, a maggio dell’anno scorso, fu di 8,5 miliardi di dollari. Praticamente, otto Instagram e mezzo: un record. Molto di più rispetto a quanto spese Google  nel 2009 per comprare Youtube – 1,6 miliardi di dollari – o rispetto ai 580 milioni di euro investiti da News Corporation, l’azienda di Rupert Murdoch, per assicurarsi il social network dedicato alla musica Myspace.

Uno degli acquisti più chiacchierati della storia fu quello che vide protagonista Yahoo!. La multinazionale di Sunnyvale, nel marzo del 2005, spese 35 milioni di dollari per fare suo Flickr, il servizio di fotocondivisione più utilizzato del web. Per anni Flickr fu un buon investimento, anche se col tempo l’ascesa degli altri social network (Myspace prima, Facebook poi) ne hanno ridimensionato la redditività. Secondo alcune voci, Yahoo! sta oggi meditando di vendere Flickr, un’azione che potrebbe portare liquidità importante nelle casse dell’azienda fondata da Jerry Yang e David Filo.

Ci sono poi una serie di acquisizioni meno pubblicizzate ma altrettanto fruttuose per i “comprati”. Come quella messa a segno dall’azienda di social games Zynga, che il mese scorso ha speso 200 milioni per inglobare OMGPOP, una compagnia emergente impegnata nella progettazione di videogiochi. O quella passata (quasi) sotto silenzio effettuata sempre da Facebook, che, nel dicembre 2011, ha comprato il servizio di geolocalizzazione Gowalla “abbandonando” la ben più blasonata Foursquare. Il costo? Tre milioni di dollari.

Una bazzeccola, rispetto al miliardo speso da Zuckerberg per Instagram nei giorni scorsi. Eppure, nella storia del mercato delle app, non si può mai dire che gli investimenti migliori siano quelli più costosi. Basti pensare a quanto successo ad Aol, che nel 2008 acquistò il social network Bebo per l’incredibile cifra di 850 milioni di dollari. Una mossa che al momento destò scalpore, ma che in seguito si rivelò un vero e proprio buco nell’acqua.