Pro America e mercato, in Egitto l’Islam vuole tranquilizzare

Pro America e mercato, in Egitto l’Islam vuole tranquilizzare

Ci sono il musulmano riformista e quello conservatore, l’imprenditore islamista e l’ex ministro, l’ultimo premier dell’ancien régime e lo storico capo dell’intelligence. La griglia degli aspiranti leader del nuovo Egitto è affollata come una metropolitana all’ora di punta, con 23 candidati registrati, il cui dossier verrà vagliato entro il 25 aprile.

Solo qualche settimana fa il copione delle elezioni presidenziali – primo turno il 23-24 maggio, eventuale ballottaggio a giugno – sembrava già scritto: Amr Moussa, già ministro degli Esteri e segretario della Lega Araba, avrebbe assunto la prima carica dello Stato, mentre militari e islamisti avrebbero rinunciato a presentare un candidato ufficiale, in modo da non rompere gli equilibri politici. Le forze armate sarebbero state garantite nei loro interessi, soprattutto economici, e i Fratelli Musulmani avrebbero allargato la loro egemonia sociale, mettendo a frutto il controllo dell’assemblea legislativa.

E invece il quadro si è complicato, la lista dei contendenti si è arricchita giorno dopo giorno. Prima di promettere il ritorno alle caserme, l’esercito ha fissato le regole, mantenendo i requisiti dell’era Mubarak: il sostegno ufficiale di un partito presente in parlamento, o di 30 deputati, oppure le firme di 30.000 cittadini da quindici diverse province. Accanto a Moussa, sono spuntati altri candidati, espressione delle tendenze politiche più disparate, dal nasserismo al salafismo, fino all’islamismo riformista di Aboul Fotouh, cacciato dai Fratelli Musulmani proprio per aver violato il precetto della neutralità elettorale.

La campagna di Fotouh, che ha riscosso grande successo tra i giovani islamisti e ha suscitato interesse persino tra i liberali, ha provocato uno scossone all’interno della Fratellanza, impegnata, da una parte, a reclamare la guida dell’esecutivo, dopo il successo alle elezioni parlamentari, dall’altra, a rafforzare l’immagine di una forza moderata, “alla turca”, rispettosa del libero mercato e non ostile nei confronti dell’Occidente.

Su un altro fronte, con il passare delle settimane il patto non scritto tra militari e islamisti si è allentato. A fare deflagrare l’intesa è stato il rifiuto da parte del Consiglio Supremo delle Forze Armate di revocare la fiducia all’esecutivo Ganzouri, nominato dall’esercito lo scorso novembre, e di affidare la premiership a un esponente di Libertà e Giustizia, il partito della Fratellanza.

Gli islamisti hanno sviluppato progressivamente la sensazione di essere maggioritari nel Paese, ma minoritari nei gangli del potere. Il dominio del Parlamento e del panel incaricato di riscrivere la Costituzione – da cui, per protesta contro l’egemonia del movimento, si sono ritirati tutti gli altri membri, laici, liberali e copti, e che in seguito è stato sospeso da un tribunale del Cairo – non è sembrato sufficiente a mantenere le redini del nuovo Egitto. Così si è rotta un’alleanza nata dalla consapevolezza della reciproca forza e dalla necessità di spegnere le aspirazioni di quella minoranza, laica e occidentalizzata, che aveva avviato la rivoluzione a piazza Tahrir.

Fratellanza e militari guardano entrambi al modello turco, ma danno a questo paradigma contenuti diversi. L’una parla della possibilità di conciliare Islam e democrazia, gli altri pensano alla Turchia pre-Erdogan e immaginano un sistema in cui l’esercito detenga il diritto di veto su alcune materie. Un’ambiguità che non poteva non emergere.
Fino a qualche settimana fa i Fratelli Musulmani avevano mostrato prudenza, evitando di chiedere un voto di sfiducia nei confronti di Ganzouri, o di organizzare dimostrazioni di massa. La decisione di rinunciare alla battaglia presidenziale era sembrata dettata dal timore di una sconfitta, oppure da un sottile calcolo, secondo cui sarebbe stato più conveniente rafforzare la propria posizione socio-economica, in attesa del momento propizio, piuttosto che reggere il Paese in tempi di crisi.

Alla fine, però, ha prevalso la paura di perdere il treno della storia. Dopo una sofferta votazione, 56 a 54 all’interno del Consiglio consultivo, la Fratellanza ha deciso di sostenere la candidatura ufficiale di Khayrat Al Shater, figura di primo piano dell’apparato islamista. Non solo un businessman di successo in vari campi – dall’industria dei mobili all’informatica, alla grande distribuzione – e un politico dalla piattaforma moderata, fatta di free market e di relazioni stabili con Usa ed Israele. Shater è l’uomo che ha in mano le chiavi finanziarie del movimento, il leader che ha guidato la trattativa con i funzionari del Fondo Monetario Internazionale, il cui prestito da 3,2 miliardi di dollari è necessario per risollevare le casse asfittiche del Paese.

La sua affiliazione alla Fratellanza è di vecchia data e il neo-candidato, come molti esponenti del movimento, ha vissuto più volte l’esperienza del carcere a causa del suo attivismo politico. Tuttavia, la nomina ha suscitato reazioni contrastanti. Malgrado nessuno ne contesti la serietà e l’affidabilità, la sua figura è rimasta troppo a lungo dietro le quinte, e la sua immagine è troppo coincidente con quella dell’élite per risultare davvero popolare.

Shater avrà bisogno del supporto di tutto il network del movimento per sbaragliare la concorrenza, compresa quella di Hazem Salah Abu Ismail, uomo carismatico, capace di riscuotere grandi consensi nell’ala conservatrice dell’Islam, un personaggio che cita spesso l’Iran come modello, per la sua “indipendenza” da Washington, e intende fare carta straccia del trattato di pace tra il Cairo e Gerusalemme. In un primo momento sembrava che Abu Ismail sarebbe stato escluso dalla tenzone elettorale per via della cittadinanza americana della madre – la legge prescrive che i candidati e i loro parenti di primo grado abbiano solo il passaporto egiziano – ma un tribunale del Cairo ha dato ragione all’esponente islamista.

Con una provvedimento parlamentare, che impedisce per dieci anni la candidatura di “presidenti, vice-presidenti e primi ministri” del vecchio Egitto, e degli ex leader del dissolto partito di Mubarak, i Fratelli Musulmani stanno invece cercando di affondare la campagna di un premier dell’ancien régime, Ahmed Shafik, e soprattutto quella del generale Omar Suleiman, l’ultimo cavallo di razza sceso nell’arena. Dopo avere negato più volte la volontà di competere, il ventennale capo dell’intelligence mubarakiana, l’uomo forte che trattava con Israele e conduceva una lotta senza quartiere contro gli islamisti, ha annunciato la propria candidatura due giorni prima della scadenza, attaccando “le pratiche monopolistiche della Fratellanza”.

Suleiman potrebbe rappresentare il volto della sfida ufficiale lanciata dai militari ai Fratelli Musulmani, ma non è certo che l’intero mondo delle forze armate si deciderà a sostenerlo. Inoltre, proprio come Shater, l’ex leader del famigerato mukhabarat – e vicepresidente per qualche giorno, quando il raìs pensava di rimanere in sella con qualche ritocco al vertice – ha sempre agito dietro le quinte e la sua popolarità non è mai stato davvero grande.

Il generale ha preso le distanze da quell’ancien régime di cui faceva parte, giustificando il suo impegno con la necessità di “restaurare la sicurezza e spingere gli investitori stranieri a tornare in Egitto”. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno fatto professione di pragmatismo. Per quanto Suleiman fosse l’uomo chiave del counterterrorism – come emerso dai cable pubblicati su Wikileaks – Washington ha intensificato il dialogo con gli islamisti, alcuni dei quali sono stati ricevuti la scorsa settimana alla Casa Bianca. Lo stesso Shater è in costante contatto con l’ambasciatrice americana, Anne Patterson, e con molti imprenditori a stelle e strisce.

La partita presidenziale si annuncia incerta. Secondo un sondaggio condotto dal cairota Al-Ahram Centre for Political and Strategic Studies, Moussa rimane in testa, con il 30,7 per cento dei consensi, davanti ad Abu Ismail, con il 28,8 per cento, mentre Aboul Fotouh raggiungerebbe l’8,5 per cento, Suleiman l’8,2 per cento e Khater un misero 1,7 per cento. In caso di conferma dell’esclusione di Ismail, i suoi voti convergerebbero su Moussa e su Fotouh.

La spaccatura all’interno della Fratellanza rende ancora più ingarbugliata la matassa politica egiziana. In un contesto in cui brilla l’assenza di candidati provenienti dal blocco laico e rivoluzionario del 25 gennaio, nessun aspirante leader dovrebbe vincere al primo turno. Un problema per Moussa, che al ballottaggio difficilmente sconfiggerebbe un avversario proveniente dall’universo islamista, un mondo al momento diviso, ma comunque maggioritario.