CineteatroraQuell’amore lesbico che lo Stato non riconosce

Quell'amore lesbico che lo Stato non riconosce

Pare sempre più scontato affrontare in scena il dibattito divertito attorno a temi abusati come l’amore. Ed è altrettanto facile lasciarsi convincere dall’impressione di aver aggiunto qualcosa sull’argomento. Ma quando proprio i dogmi del sentimento vengono sovvertiti, nel senso di uno spaesamento prodotto dalla discussione su quell’amore da sempre soggetto a discriminazioni, rotture dei rapporti famigliari e assenza di un diritto riconosciuto, allora possono innescarsi linguaggi e riflessioni che dell’esempio concreto fanno occasione di ironia e insieme deflagrazione dello stereotipo.

Una leggerezza che non si schioda dalla realtà provata quella messa in scena da “Le Brugole” – gruppo composto da due attrici, Roberta De Stefano e Annagaia Marchioro, e due autrici, Giovanna Donini e Francesca Tacca – in occasione del terzo appuntamento con la rassegna “Regalaci uno spettacolo” dedicata alle giovani compagnie nate dalla Scuola Paolo Grassi di Milano. Attraverso una cornice aperta di dialogo con il pubblico, si smascherano uno dopo l’altro i criteri del giudizio e pregiudizio intorno all’amore lesbico.

E non c’è pudore, ma nemmeno ostentazione nel dichiararsi di due attrici che già dal prologo guidano all’incontro su una versione del discorso amoroso ancora profondamente spinosa. Quella che fa voltare la testa dall’altra parte, che procura spasso sui vizietti maschili, ma storce il naso su quelli femminili. Quella che ammette un elenco di probabili partner fallimentari nella serie di tipi su cui sorridere, pur a distanza di ferite: e così si alternano la milanese, la fricchettona, la psicopatica, l’artista, l’eterosessuale generosa e la santa, tutte accomunate da un’illusione incarnata e incantata fino a che la crudeltà di un amplesso o il tradimento non intervengono a cambiare le regole. 

Perché di interrogativi, dubbi, fragilità sommesse o esplose in una risata si tratta ne La metafisica dell’amore, premio Scintille Asti Teatro 2011: un rimbalzo efficacissimo di toni e ingredienti di scrittura che conoscono certo l’effetto e i suoi tempi comici, ma anche il ritiro della parola quando sulla scena calano gli scuri. Se dunque proprio il dialogo prelude a piacevolissime caricature istantanee e condivisibili fratture interne ai rapporti, quello è anche il momento in cui serve dire di aver conservato tutti gli scontrini per dare prova di una relazione che non esiste legalmente. Fuori dalla stanza d’ospedale resta solo lei, la compagna non vista di buon occhio e l’identità estromessa dallo Stato. Lei che implora d’entrare almeno un minuto per stare accanto alla donna di una vita o anche solo di mezza. Perché, in fondo, non serve il tempo a fare da passaporto per l’accettazione pubblica. 

L’identità che le Brugole rivivono sul palco è salva solo se fluida, non categorizzata, a meno che non si riesca a costruirci sopra una situazione comica fatta di strumenti mimici, detti, rovesciamenti burleschi e amari indispensabili a evitare prima le false pruderie e poi i razzismi. Ed è la stessa identità protagonista di approcci imbarazzati, languidi o sfrontati riconoscibili a qualsiasi amante, pur con differenze inevitabili e su cui occorre pizzicare, come in una libera cantata spagnola, alla chitarra che ha fatto incontrare una di loro con il primo innamoramento e poco dopo resiste alla separazione grazie a un lascito malinconico. Si aggiunge in coda la lettura di un oroscopo in cui riconoscersi una volta in più sorridendo dei clichés sulle donne stratificate e matrioske, figlie di altre donne testarde per volere di sentimento.

L’amore lesbico come ogni altro va guardato dritto negli occhi e, se serve, persino confessato davanti agli amici, alla madre del Sud che finge di non capire, al padre del Nord che considera più grave la provenienza regionale e alla collettività che ascolta e subisce leggi mai uguali per tutti. Da lì i registri più democratici si allentano e, nelle gradazioni pirandelliane per avvertimento e sentimento dei contrari, si inserisce il verso che riassume tutto in “un intrico che fa sudare” mentre lei, ancora immobile fuori dalla stanza d’ospedale, ringrazia il dottore per aver infranto le norme ed essere entrata a un minuto da quella fine vita su cui non avrà diritto di replica.
 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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