Portineria MilanoSale l’onda, ora Bossi ha paura di finire come Craxi

Sale l’onda, ora Bossi ha paura di finire come Craxi

Per Roberto Maroni è l’ora di lanciare l’opa sul partito. C’è un motivo se l’ex ministro degli Interni ha deciso di non partecipare alla riunione in via Bellerio insieme con Umberto Bossi e i vertici della Lega Nord sul caso di Francesco Belsito, il tesoriere padano in odore di ‘ndrangheta indagato dalle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria, per truffa ai danni dello stato, appropriazione indebita e riciclaggio. È un ultimatum quello che l’ex ministro dell’Interno ha dato al Senatùr: Belsito si deve dimettere entro domani mattina o inizierà una guerra senza esclusione di colpi contro il cerchio magico. «Quello che ho detto stamattina in Cattolica basta e avanza» ha confidato Maroni ai suoi, in una delle giornate più lunghe per tutto il Carroccio. «Sono anni che chiedo chiarezza sui conti e non mi hanno mai portato le carte. Ora se la sbrighino loro. Bisogna fare pulizia. Se non cambieranno davvero le cose, le faremo cambiare noi in consiglio e poi al congresso federale». 

Chi ha avuto modo di parlare con Bossi in queste ore parla di «uomo distrutto» e «con il morale sotto i piedi». Mettere alla porta Belsito è un’idea che è ronzata per tutto il giorno nella testa del Capo. Ma le indagini riguardano pure i soldi finiti alla sua famiglia, alla moglie Manuela Marrone e ai suoi figli: licenziarlo potrebbe rappresentare un’ammissione di responsabilità. Non ci sono indagati tra le mura della casa di Gemonio, ma resta un marchio indelebile sul nome del Senatùr, che rischia di sfasciare per sempre tutto il movimento. Per questo motivo Bossi ha continuato a prendere tempo. Intorno a lui c’è chi ha parlato di persecuzione da parte dei magistrati e di un attacco mirato da parte dei «barbari sognanti» di Maroni. Si è confidato con Giancarlo Giorgetti, Roberto Castelli e Roberto Cota, persino con l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti. In serata è arrivata la decisione, che smentisce la difesa del tesoriere dei mesi scorsi. Non solo. Dentro la Lega ci si è domandato fino all’ultimo dove fosse finito Belsito. Arrivato nella sede di via Bellerio intorno alle 19, poi ha dato le dimissioni.

Del resto, definire la situazione drammatica è quasi un eufemismo. Le forze dell’ordine nella sede della Lega non ci andavano dal 1996, quando arrivò la Digos su ordine del procuratore veronese Guido Papalia per le indagini sulla Guardia Nazionale Padana. Questa volta, però, non c’era quel famoso «Maroni di lotta» a fermare il pm John Woodcock arrivato di buon mattino insieme con gli agenti della guardia di Finanza. Le fiamme gialle hanno controllato le carte della tesoreria del partito, della segreteria di Bossi, e persino quelle del Sinpa, il sindacato padano della vicepresidente del Senato Rosi Mauro. Sono i movimenti dei «bossiani» del cerchio magico, insomma, quelli all’attenzione della magistratura.

Come detto, non ci sono indagati tra i parenti più stretti del Senatùr, ma sono i conti della famiglia, «quelle distrazioni di fondi elettorali per esigenze personali» come si legge nelle carte del decreto di perquisizione, quelli su cui i pm vogliono vederci chiaro. D’altra parte, su quei trasferimenti di denaro ci volevano vedere chiaro pure i tanti militanti che in questi anni hanno continuato a tuonare contro il «comitato d’affari» di Gemonio. È stato proprio uno di loro, un tesserato leghista meneghino, che alla fine del gennaio scorso si è presentato alla procura di Milano con un esposto poi arrivato sul tavolo del pm Alfredo Robledo. Quindi, di concerto, si sono mosse le procure di Napoli e Reggio Calabria, dove Belsito avrebbe effettuato movimenti illeciti di denaro tramite alcune società che sarebbero vicine alla ‘ndrangheta.

«C’è una Lega pulita, è quella che deve venire fuori in questo momento, altrimenti ci spazzeranno via per sempre. Bossi rischia di fare la fine di Craxi e di tutto il Psi», confessa un maroniano di ferro, che invita a leggere con attenzione la ricostruzione dell’indagine di Woodcock sul tesoriere Belsito. Starebbe proprio lì, tra le righe del decreto di perquisizione del magistrato napoletano, la chiave di volta per capire come dal 2004, anno della malattia del Senatùr, 11 marzo per l’esattezza, sia iniziata la gestione «opaca» della tesoreria del partito. In quell’anno, tengono a precisare altri leghisti, a stare male non fu solo Bossi, ma pure l’ex tesoriere Maurizio Balocchi, che malato di diabete diventò cieco. Belsito era il suo braccio destro, il suo assistente, arrivato pochi anni prima da Forza Italia, cresciuto politicamente come autista (sic) alla corte del senatore Alfredo Biondi. Fu allora che Belsito prese in mano i conti della Lega, gestendoli fino a oggi.

Sono tutte cose che nel Carroccio si dicono sottovoce da anni, ma che nessuno, a parte i tanti espulsi, ha avuto il coraggio di confessare o denunciare. Ci ha provato Maroni nei mesi scorsi, ma le sue richieste sono rimaste al palo. Ci hanno provato le tante inchieste giornalistiche, ma il muro di Gemonio non è mai stato scalfito. Siamo alla resa dei conti? La denuncia di un militante potrà smuovere davvero le cose? Come al solito tra i barbari sognanti ci si divide sul futuro del movimento. C’è chi si domanda su come muoversi, in particolare con Bossi. Il Capo. L’icona. L’inventore della Lega Nord questa volta è alla sbarra. Qualcuno vuole la sua testa. «È evidente che in questi anni è stato usato dal cerchio magico, non si può più andare avanti di questo passo», dice un altro leghista. Ma l’eretico e maroniano sindaco di Varese Attilio Fontana ci va cauto. «Bisogna vedere se Bossi sa esattamente tutto» perchè «se ci sono situazioni sbagliate sono convinto che Bossi non le conosce». Se ci sono colpevoli e di cosa lo deciderà la magistratura. Per ora quello che è certo è che a saltare sarà il Cerchio magico.