Sembrava il primo della classe, ora Casini è messo in disparte

Sembrava il primo della classe, ora Casini è messo in disparte

Prima l’intesa sulla riforma del lavoro, poi i ripensamenti sulla legge elettorale, adesso l’accordo sulla regolamentazione dei finanziamenti pubblici ai partiti. Non sarà un inciucio – per usare i termini dell’opposizione – ma è certo che i rapporti tra Pd e Pdl non sono mai stati così intensi. Negli ultimi giorni i due principali partiti italiani hanno inaugurato una stagione di reciproco, e interessato, sostegno. Un nuovo corso con un solo effetto collaterale: Pier Ferdinando Casini non è più al centro della scena politica.

Il leader del Terzo polo era riuscito ritagliarsi un ruolo fondamentale. Abile stratega, fin da novembre Casini aveva sfruttato a proprio vantaggio l’avvento di Mario Monti. All’inizio l’ex presidente della Camera era l’unico a sostenere il governo tecnico. Un’adesione convinta e incondizionata. Con il passare dei mesi si è trasformato nel portavoce dei partiti. L’intermediario necessario per assicurare l’appoggio parlamentare all’esecutivo. L’unico in grado di garantire il governo dai dubbi e dalle riserve di Pd e Pdl (posizione che gli ha attirato le simpatie di Giorgio Napolitano, il vero sponsor del Professore). Riconquistata l’attenzione dei media, il Terzo polo era tornato a crescere nei sondaggi. E i sogni quirinalizi di Casini si erano fatti sempre più concreti. A metà marzo, l’apice dell’ascesa casiniana: la foto pubblicata su Twitter in occasione di uno degli ultimi incontri a Palazzo Chigi. Con l’ex democristiano sorridente tra Bersani e Alfano, nel suo ruolo di custode del vertice. «Siamo tutti qui – il suo tranquillizzante commento – nessuna defezione».

Da allora qualcosa è cambiato. Le prime avvisaglie del nuovo corso si sono intraviste in occasione degli ultimi ritocchi di Palazzo Chigi alla riforma del lavoro. Le modifiche all’articolo 18, con l’introduzione del reintegro dei lavoratori licenziati per cause economiche, è stata giocata tutta sull’asse Pd-Pdl. Stavolta il presidente del Consiglio ha iniziato a trattare con i singoli. Oltre sette ore di vertice con Pierluigi Bersani per concordare le correzioni al testo. Dalla sua, il segretario Pdl Angelino Alfano ha di fatto autorizzato la modifica. Il delfino di Berlusconi ha chiuso un occhio – ammettendo l’esistenza di un patto, di un accordo «sulla parola data» – in cambio chissà di cosa (i maligni ipotizzano una reciproca gentilezza quando si tornerà a discutere di riforma Rai e giustizia). Insomma, quella tra Monti, Pd e Pdl sulla riforma del lavoro è stata una trattativa veloce, ma serrata. Con Casini, per la prima volta, costretto a sedersi in panchina.

Secondo avviso: la riforma dei rimborsi ai partiti. Domattina i tecnici di Pd-Pdl e Terzo Polo si vedranno per mettere a punto il testo. In seguito, forse già in serata, Alfano, Bersani e Casini potrebbero tornare a Palazzo Chigi per un vertice con Monti. Un incontro per informare il presidente del Consiglio e, con ogni probabilità, dare il via all’iter del disegno di legge. Un progetto di iniziativa parlamentare. Contrariamente a quanto espressamente ipotizzato da Casini, infatti, i due colleghi di maggioranza hanno bocciato la strada del decreto. Perché il presidente del Consiglio deve continuare ad accrescere la sua popolarità sulle spalle dei partiti? La materia è di competenza parlamentare – la tesi di Pd e Pdl – quindi se ne occuperanno le Camere. Magari con un percorso accelerato, che permetterà di esaminare il ddl in sede legislativa. Approvando il testo direttamente in commissione, senza passare dall’Aula. Stavolta a unire Pd e Pdl non è più Casini, ma lo spauracchio dell’antipolitica. Dopo il caso Lega, a spingere Alfano e Bersani verso la riforma è la paura di un ulteriore – definitivo? – distacco tra cittadini e Palazzo.

E poi c’è la legge elettorale. Qualche settimana fa Casini era riuscito a strappare un accordo di massima con Alfano e Bersani. Una riforma di tipo proporzionale, senza l’obbligo di indicare le alleanze. Di fatto, un sistema che avrebbe lasciato le mani libere ai partiti per accordarsi dopo il voto. Un modello che avrebbe limitato il peso delle “ali estreme”, garantendo al Terzo polo la maggioranza. A prescindere dall’esito delle urne. Ora il sogno dei centristi rischia di svanire. Le resistenze all’interno di Pd e Pdl si sono rivelate più forti del previsto. Gli accordi già raggiunti sono tornati in discussione. Di fronte a chi alza la voce in difesa del bipolarismo, la riforma elettorale sembra essersi arenata.

Oggi è stata pubblicata un lettera di una ventina di parlamentari – tra cui cinque ex ministri, tutti rigorosamente bipartisan – contrari al progetto di riforma. Critici da destra e sinistra che temono un ritorno della prima Repubblica. Gli interessati si sono messi d’accordo nel week end pasquale. Da domani – raccontano i responsabili dell’iniziativa – si lavorerà per raccogliere il maggior consenso possibile in Parlamento. La sensazione è che a Montecitorio saranno in tanti a seguire la protesta. Le conseguenze? Per non rischiare spaccature, Pd e Pdl potrebbero anche far saltare il tavolo. Lasciando in vigore il Porcellum. Certo, potrebbe esserci qualche ritocco in chiave anticasta. Magari inserendo le preferenze al posto delle liste bloccate. Ma l’impianto bipolare resterà così come è oggi: con un forte premio di maggioranza per la coalizione che ha raccolto più voti. La prima conseguenza è chiara a tutti: il Casini mediatore – quello equidistante da Pd e Pdl – rimarrà sempre all’opposizione.