L’agente MormoraStorace e gli altri, gli amici dimenticati di Marine Le Pen

Storace e gli altri, gli amici dimenticati di Marine Le Pen

Che la signora Le Pen non fosse un «Borghezio in tailleur» era chiaro fin dall’inizio. Evidentemente non a tutti. All’indomani dell’inatteso successo elettorale al primo turno delle presidenziali francesi di domenica scorsa, infatti, il tentativo di accreditarsi al party per i festeggiamenti del Front National appare forsennato più che mai: specie da parte di quegli esponenti mai domi di un nostalgico senso di appartenenza alla grande comunità riunita attorno alla fiaccola del Movimento Sociale Italiano. Tutta invidia, si direbbe.

La curiosità più divertente è che sulle pagine della candidata all’Eliseo non vi sia traccia delle sue esperienze nel Belpaese, quasi che il “Grand Tour” tra i simpatizzanti neofascisti di casa nostra non fosse degno di nota, o peggio: addirittura imbarazzante. Il merchandising targato «Le 22 avril, le seul vote utile, c’est Marine Le Pen» (link) si rivolgeva direttamente all’elettorato di destra e sinistra senza distinzione, invitando a non scegliere il partito del presidente uscente né quello del suo sfidante, il ribattezzato «U.M.P.S.». Un gioco di parole qualunquista, simile a quello utilizzato dal comico Beppe Grillo (che da sempre dichiara: «Noi del MoVimento 5 Stelle siamo alternativi a PdL e PD meno elle»): il Fronte ha infatti fuso insieme UMP, il partito di Sarkò: Unione per un Movimento Popolare, e PS, il Partito Socialista di Hollande.

I toni della quarantenne – c’è da dire – erano meno aggressivi di quelli del padre: niente turpiloquio, ma tanto populismo. «Les clandestins et les délinquants étrangers seront systématiquement expulsés» oppure «Tous les salaires jusqu’à 1.500 euros bénéficieront d’une augmentation de 200 euros nets» o ancora «Les traités européens seront renégociés pour retrouver notre souveraineté nationale».  Gli osservatori oggi si dicono convinti che la quasi metà dell’elettorato frontista sarebbe pronta a convergere sul presidente uscente al voto del secondo turno, eppure l’intera campagna della destra francese era giocata sull’accusa di lassismo al marito di Carlà ed al suo esecutivo «debole».

In terra esagonale, quasi un elettore su cinque ha scelto la fermezza bionda della figlia di Jean Marie. Scommettendo su un partito antico, fondato nel lontano 1972 e da allora guidato senza soluzione di
continuità dalla premiata coppia. Nel 2002 il vecchio genitore riuscì ad accedere addirittura al secondo turno contro il presidente Chirac, eppure il risultato di Marine è ritenuto oggi ancor più sbalorditivo.
Per l’occasione Angelo Mellone, dirigente Rai, torna a scrivere di politica e confessa a il Tempo: avrebbe francamente votato per lei, avesse avuto in tasca una tessera elettorale francese. Di lei dice: «Marine è davvero il prodotto della politica postmoderna e televisiva, e lo è in senso positivo: spigliata, comunicativa, seducente, allenata a percepire tendenze e umori della società francese e a trasformarle in battaglie politiche, dotata di una capacità di popolarizzare i concetti talmente nitida che le è costata l’accusa di “banalizzare” questioni politiche complesse».

Le battaglie dell’«avvocato 43enne» sono le stesse da anni, e convincono ancor più in un momento economicamente difficile perché solleticano la pancia, trascurano la testa e puntano dritte all’intestino della classe media tricolore. Il dubbio resta, qualora si voglia tracciare un nitido identikit della leader del Fronte, si tratta di «una modernizzatrice dell’immagine e della piattaforma politica del partito» o invece di «un’abile rabdomante delle paure che circolano nella società francese»?

Al di qua delle Alpi, il quasi venti per cento di consensi raccolti dal Fronte ha infiammato tanti attivisti, specie quelli più giovani – in linea con le tendenze elettorali dei nostri cugini. In rete, da settimane, il tifo
per la donna sui portali dell’ultradestra è rigoglioso. Festeggiano un po’ tutti a dire il vero (a prescindere dalle appartenenze), come racconta Marco Sarti. Sentite Borghezio, l’eurodeputato piemontese della
Lega: «La straordinaria affermazione di Marine Le Pen è la migliore conferma che le posizioni chiare su immigrazione, Europa e mondialismo riscuotono ovunque in Europa un crescente successo. È la vittoria di chi crede nei valori tradizionali e nell’Europa dei popoli e difende con coraggio la nostra identità minacciata dall’Islam estremista».

Nulla di nuovo. A dire il vero, la mobilitazione in favore delle destra radicale francese aveva portato il leader de La Destra, Francesco Storace, a raggiungere Parigi in cerca di visibilità e gloria per
tuonare contro «pensiero unico, ruolo soverchiante della BCE, fiscal compact». Questa mattina i siti che si richiamano senza remore all’esperienza del MSI urlano di gioia: «Ora, anche in Italia, è necessario creare un grande movimento unitario della destra popolare, sociale, radicale: un grande «fronte nazionale» che si
batta per la nostra sovranità politica, economica e monetaria. Presto, dopo le elezioni presidenziali francesi, la nostra amica Marine Le Pen tornerà in Italia a suggellare l’unificazione de La Destra di Storace con la Fiamma Tricolore di Romagnoli e la nascita di un Fronte Europeo che si opporrà duramente a questa Europadelle banche e della burocrazia». È ciò che si legge, ad esempio, sulla piattaforma Destra per Milano, aggregatore delle diverse anime nere meneghine e curato dal conte Roberto Lavarini (già AN, poi PdL).

Eppure, non tutti ci stanno. A destra c’è anche chi considera la Le Pen una non troppo “dura e pura”. Ad esempio Gabriele Adinolfi, ideologo di CasaPound abilitato al rilascio di patenti di genuinità nera, secondo cui: «il copioso punteggio, comunque significativo come termometro politico, raccolto da una Marine sempre più “normalizzata” che fino ad ora si è accuratamente attrezzata per trasformarsi in un’ammiccante portatrice d’acqua di Sarkò può trarre in inganno gli osservatori superficiali. Esso ha invece il significato di disinnescare ogni critica – sia intelligente che idiota – del campo nazionale e di preparare il maquillage ad un regime subalterno ai centri angloamericani che assumerà una dialettica da «scontro di civiltà». Marine non è suo padre. She’s California dreaming». In soldoni: Marine sarebbe il cavallo di Troia di un «complotto» atto silenziare il dissenso antiborghese.

Per un Adinolfi scettico, un La Russa eccitato. L’ex ministro della Difesa passa all’attacco e dichiara a mezzo stampa: «Mi complimento per il prestigioso risultato, superiore alle aspettative frutto di tanto impegno e capacità, amore per il proprio Paese e tesi chiare e coerenti. La lezione che ne dovrebbero trarre tutti è che senza la destra non si vince». Conclude con un appello accorato, un autoinvito sugli Champs Élysées: «Spero di avere presto occasione di complimentarmi di persona», chiosa il coordinatore nazionale del PdL, partito che all’Europarlamento è compagno di banco del gruppo gollista di Sarkozy, nella grande casa del Partito Popolare Europeo.

Lo scorso ottobre, la Marine aveva attraversato Europa ed America. In Italia aveva trovato la convinta ospitalità dell’allora sottosegretaria Daniela Santanché: a Palazzo Mezzanotte a Milano, si era celebrato il rendez-vous. A Verona, invece, Marine aveva passeggiato assieme a Massimo Mariotti, luogotenente scaligero della corrente del sindaco di Roma Gianni Alemanno e oggi candidato al consiglio comunale nella Lista Civica per Verona messa in piedi, dopo mille intoppi e sgambetti, dal sindaco uscente Flavio Tosi (tanto si potrebbe dire a proposito della frattura all’interno del gruppo dirigente del partito del segretario Alfano: nella città veneta in molti hanno sconfessato la scelta di correre in solitaria, abbandonando gli incarichi di vertice e sostenendo la candidatura del leghista uscente).

A marzo la Le Pen aveva addirittura raggiunto le funestate coste di Lampedusa in compagnia del canuto Borghezio. E Fini? Il delfino di Almirante – fondatore del Movimento Sociale cui Jean Marie era legato da un sincero rapporto di amicizia – non è più gradito in casa Le Pen. «Un traditore, un voltagabbana, un comunista»: sono gli epiteti più ricorrenti con cui lo si indica Oltralpe. A dettare la linea è il compagno di Marine, il numero due del partito Louis Aliot – ideatore del programma, curatore della mobilitazione elettorale e, soprattutto, responsabile della campagna acquisiti del Fronte, per tutti l’addetto al restyling del partito estremo descritto in «Bienvenue au Front. Diario di una infiltrata” dalla reporter Claire Checcaglini che ha parlato di «trasformazione puramente estetica». È lui il vero autore della cosiddetta «dé – diabolisation» del Fronte: una purificazione di facciata.

Ed ora? Appuntamento a Parigi, in piazza de l’Opéra, il primo di maggio. Nel giorno della festa dei lavoratori Marine forse scioglierà la riserva. Due le ipotesi più accreditate: libertà di voto per gli elettori della Fiamma, orgogliosamente ostili alla contaminazione e contrari al richiamo del «voto utile», o una timida indicazione «a contrario«. Quella di arginare l’avanzata socialista dell’ex compagno di Ségolène Royal, scegliendo il meno peggio: un certo Nicolas Sarkozy, tanto endorsato dalla nemica del popolo francese, Angela Merkel, arcigna «porte-parole» delle «tecnocrazie bancarie» che aveva promesso di calare in Francia a sostegno del collega, salvo sparire anche in ragione dei sondaggi riservati che identificavano nell’antieuropeismo una carta vincente. E così è stato.

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