Troppo Stato e poche idee: la crisi dei musei in Italia

Troppo Stato e poche idee: la crisi dei musei in Italia

A nemmeno due anni dall’inaugurazione e dopo una decina d’anni di lavori, il Maxxi potrebbe già chiudere. Venerdì pomeriggio il ministero dei Beni Culturali ha avviato la procedura di commissariamento. Ieri, nel corso di una conferenza stampa, il presidente della Fondazione che gestisce lo spazio dedicato alle arti del XXI secolo, Pio Baldi, è intervenuto – numeri alla mano – per affermare che «chi parla di una previsione di perdite pari a 11 milioni di euro nel triennio confonde deficit con fabbisogno futuro». A rincarare la dose vicepresidente della Fondazione, Roberto Grossi, che ha denunciato: «C’è un mancato investimento dello Stato sul Maxxi come in tutto il mondo della cultura. È questo il vero motivo che però non si vuole dire». 

Secondo i dati diffusi, il museo progettato dall’archistar Zaha Hadid, che si trova nel quartiere Flaminio, ha chiuso l’anno scorso con un disavanzo di 700mila euro, in gran parte per via dei tagli lineari del governo Berlusconi, coperto però «grazie all’attivo del bilancio 2009 e 2010, pari a 2,38 milioni di euro», ha detto Baldi. Il ministro per i Beni e le Attività Culturali Lorenzo Ornaghi ha garantito massimo impegno per evitare il peggio, ma le cifre che sono circolate evidenziano già un impegno piuttosto rilevante dello Stato nel sostenere il museo: 2 milioni all’anno di contributi, 6 milioni per i primi due anni di attività e quasi 200mila euro per la struttura espositiva. 

Alla luce di queste cifre, la domanda che sorge spontanea è: come mai, seppure molto visitato, il Maxxi non è remunerativo? Secondo una definizione condivisa, un museo è considerato “remunerativo” quando riesce a finanziare con le proprie entrate il 50% delle proprie spese. Perciò, è ovvio che un contributo pubblico è ineliminabile, ma – tranne rari casi – in Italia la fatidica soglia del 50% è irraggiungibile. Come mai? Linkiesta ha girato la domanda ad alcuni esperti, e il quadro di sintesi che emerge è desolante: gestione centralistica, mancanza di trasparenza nei bilanci, carenze nella formazione economica degli storici dell’arte e una generale incapacità di intercettare i gusti del pubblico. In Italia il Pil prodotto dall’industria dell’arte, secondo una recente ricerca della Fondazione industria e cultura è di 36 miliardi l’anno, il 2% del Pil totale e la metà di quello prodotto da Germania, Francia e Gran Bretagna, e occupa 470mila lavoratori. 

«Nessun museo è remunerativo, nemmeno i grandi nomi americani. I musei d’arte contemporanea, non vincolati a grosse attività di conservazione, costano 25-30 euro l’anno per visitatore nei casi più efficienti, a fronte di biglietti da 6-8 euro. È pertanto una legge ferrea che almeno il 50% del contributo debba arrivare da donatori privati, da soggetti pubblici o da un insieme dei due», spiega Stefano Baia Curioni, vicepresidente del centro Ask (Art, Science and Knowledge) dell’Università Bocconi di Milano. La Tate Gallery o la National Gallery di Londra, o ancora la Hamburger Bahnhof di Berlino sono dei musei “remunerativi”, mentre l’autofinanziamento del Centre Pompidou di Parigi è al 26%, così come quello del Mart di Rovereto, uno dei musei meglio gestiti d’Italia.

Per Curioni in Italia ci sono dei luoghi “bandiera” di grande richiamo, come il Colosseo o Palazzo Ducale a Venezia, in cui si recano milioni di persone all’anno senza alcun bisogno di promozione e sostegno, ma la maggioranza dei musei necessita di una visione di lungo periodo non slegata all’idea di città e di cittadino che le amministrazioni pubbliche vogliono portare avanti nel medio-lungo termine. «La cultura in Italia mediamente non è presa sul serio come fatto collegato alla formazione civica», spiega ancora il docente bocconiano, che denuncia «l’assenza di un’agenda locale condivisa da esperti del settore, professionisti e amministrazioni pubbliche». 

Secondo Leonardo Piccinini, critico d’arte e stretto collaboratore di Philippe Daverio, «il Maxxi è una struttura voluta dall’alto senza alcuna previsione di spesa sensata sul lungo termine. Il problema italiano è però un altro: la gestione centralistica delle sovrintendenze. Un esempio: il guadagno dell’Accademia di Brera, in termini di sponsor e bigliettaggio, va direttamente allo Stato e non resta al museo. È poi lo Stato a ridistribuire a Brera i fondi, spesso in modo inefficiente». Negli ultimi anni, dice Piccinini, l’istituzione dei poli museali nelle città d’arte come Firenze, Roma e Venezia è andata esattamente in questa direzione, ma ancora non basta: «La tutela va gestita in modo centralizzato per poter garantire uno standard elevato (come avviene nel restauro con l’Opificio delle pietre dure) e unità d’interventi in tutta la Penisola, non affidando le competenze alle singole Regioni. Poi, come in Usa, aiuterebbe molto la defiscalizzazione delle donazioni da parte dei privati», conclude l’esperto.

«In Italia c’è un’assoluta mancanza di trasparenza dei bilanci. Al contrario, è importantissimo avere dati pubblici e d’immediata comprensione, sia quantitativi che qualitativi, sulla gestione economica delle strutture, per capire i loro punti di forza e di debolezza e agire di conseguenza». Ne è convinta Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, che cita l’esperienza transalpina: «In Francia, Paese dove pure persiste un modello forte d’amministrazione pubblica, la Réunion des Musées Nationaux Grand Palais pubblica ogni anno il bilancio, senza nascondere le criticità». Secondo Asproni, dalla Francia l’Italia dovrebbe copiare anche la cosiddetta “délégation de service public”, cioè la delega gestionale, via bando aperto a tutti, al privato. Esattamente come il project financing per le infrastrutture. Infine, Asproni denuncia la mancanza di formazione manageriale di chi si occupa di arte e cultura: «C’è un problema di comunicazione tra i due mondi, che solo di recente hanno cominciato a interagire. Prima, la parola “messa a reddito” era vista come un declassamento da artisti e storici dell’arte. C’è poi il problema della raccolta fondi, un po’ per l’assenza di defiscalizzazione sulle donazioni, un po’ per la mancanza di figure professionali preparate in questo campo, in grado di allargare il cerchio a piccole sponsorizzazioni e mecenatismi». 

Una volta concluso l’iter della riforma del lavoro, è il coro degli esperti, sarebbe utile una riforma del ministero dei Beni Culturali, inefficiente perché accentratore di troppe funzioni e troppo poche competenze. Una delle voci più consistenti di uscita, infatti, riguarda custodi e personale amministrativo, cioè dipendenti pubblici. Infine, occorre sganciarsi dall’idea del museo “Guggehneim”, un marchio dell’egemonia culturale occidentale che – è il caso di Bilbao – ha funzionato per un periodo, ma che ora sta fallendo (il Guggenheim di Los Angeles ha chiuso, quello di Berlino chiuderà l’anno prossimo). Strutture non economicamente sostenibili, in grado di funzionare solo a condizione che la cultura sia messa al primo posto nella strategia di rilancio economico delle città.

Twitter: @antoniovanuzzo

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