Un’onda socialista travolgerà l’asse Merkel-Sarkozy?

Un’onda socialista travolgerà l’asse Merkel-Sarkozy?

Trasformare il volto politico e sociale dell’Europa e promuovere una svolta storica sul piano culturale e ideologico. È la speranza che attraversa e accomuna i partiti socialisti del Vecchio Continente mentre si avvicina la scadenza elettorale in Francia. L’eventuale vittoria di Francois Hollande nella corsa per l’Eliseo e un’affermazione del Ps nella tornata legislativa potrebbero incrinare alla radice l’asse Sarkozy-Merkel e portare un duro colpo all’egemonia conservatrice nell’intera Unione. Nelle aspirazioni delle forze progressiste e socialdemocratiche il successo di Hollande rappresenterebbe la prima tappa di un percorso che con un effetto domino dovrebbe coinvolgere l’Italia per completarsi in Germania nell’autunno 2013. Una vera e propria “onda rosa o arancione” per orientare a sinistra il pendolo del governo nella Ue. E per determinare un cambiamento epocale nella società rovesciando il paradigma neoliberista che ha dominato la vita pubblica negli ultimi trent’anni.

Ristabilire con forza il primato della politica sull’economia e sulle dinamiche di mercato costituisce l’obiettivo primario del Manifesto di Parigi, firmato a marzo dai socialisti dell’Europa continentale e divenuto la piattaforma della strategia del Ps, della Spd, e dello stesso Partito democratico, sia pure fra incertezze e dissensi interni. Al di là delle Alpi e del Brennero il progetto ha riscosso entusiasmo e continua ad alimentare interesse. Tuttavia non mancano punti controversi e ambiguità destinati a suscitare interrogativi. Una vittoria dei progressisti a Parigi, Roma e Berlino potrebbe davvero preludere a un mutamento radicale in Europa? Il Vecchio Continente che ne scaturirebbe sarebbe più attrezzato a fronteggiare la crisi, anche considerando la presenza di un’impostazione novecentesca nei programmi elettorali dei socialisti francesi e tedeschi?

Fiducioso nella possibilità di realizzare un passaggio storico è il politologo e sociologo Luciano Pellicani, studioso e divulgatore del socialismo liberale e federalista, protagonista della polemica contro l’ortodossia marxista e teorico del rinnovamento del socialismo italiano alla fine degli anni Settanta. Nell’iniziativa promossa da Hollande e dal leader Spd Sigmar Gabriel, Pellicani coglie “un risveglio, uno scatto d’orgoglio per incidere nella realtà plasmata dalla logica reaganiana a partire dal 1980, alla quale anche la Terza Via immaginata da Bill Clinton nel 1999 era organica e funzionale”. Una realtà dominata inizialmente dalla conquista dell’indipendenza dell’economia dalla politica e poi dal primato delle dinamiche finanziarie sulle istituzioni pubbliche. Si è consolidato un “fondamentalismo di mercato che ha provocato le critiche di diversi studiosi liberali ed è stato rettificato dallo stesso Barack Obama”. Reazione inevitabile dunque, a conferma che le idealità socialdemocratiche “conservano una validità di fondo, che deve essere rielaborata in una società sempre più imborghesita, in cui il 60 per cento della popolazione è costituita da ceti medi impegnati nei servizi”.

Ma se “a Parigi si è accesa una luce ed è stata superata l’inerzia contro un’egemonia non più sopportabile”, lo studioso delinea un quadro scoraggiante per l’Italia e per il Pd. In cui “permane da decenni il pregiudizio verso l’esperienza socialdemocratica e la cultura riformista”. Pellicani recupera una riflessione di Arturo Labriola, il quale individuava la parabola della sinistra nella “mescolanza di teologia politica e di corruzione”. “La stessa parola socialismo è stata a lungo screditata, e la responsabilità è nella degenerazione della storia del Psi e nella persistente demonizzazione del riformismo socialista da parte del Pci. Basti pensare, osserva il sociologo, che all’epoca della trasformazione dei Democratici di sinistra, Massimo D’Alema rifiutò la denominazione di socialista poiché “la base non l’avrebbe accettata”. E Walter Veltroni, all’indomani della vittoria dell’Ulivo prodiano nel 1996, “si affrettò a salutare la reazione positiva delle borse cercando nei mercati una fonte di legittimazione”.

La strada da percorrere per i progressisti italiani è ancora lunga, e richiede un’opera rigorosa di ripensamento storico. Al contrario, la lettura del programma elettorale di Francois Hollande lascia poco spazio ai dubbi: riproposizione del ruolo cruciale dello Stato come guida e motore dello sviluppo e della coesione, robusto intervento pubblico nei settori strategici con il rischio di creare pesanti apparati burocratici, centralismo e poca fiducia nell’autonomia delle comunità e del mercato, abbassamento dell’età pensionabile, incremento della spesa pubblica e della tassazione. È condensato in questi obiettivi il socialismo del futuro? Pellicani invita a non drammatizzare: “La tentazione statalista e dirigista è radicata nella sinistra continentale, e l’eredità giacobina condiziona da sempre quella francese. Ma dobbiamo verificare quante delle misure promesse da Hollande verranno realizzate e quante rappresentino solo uno strumento di mobilitazione dei militanti più ortodossi. Anche François Mitterrand, pochi anni dopo avere conquistato la presidenza, abbandonò le sue promesse massimaliste, così come era avvenuto negli anni Sessanta in Italia con la programmazione economica del primo centrosinistra”.

È indispensabile, evidenzia il politologo, avvicinare il più possibile le idealità alla realtà, esprimere una misura nei progetti e nelle azioni. Figura simbolo dello spirito autenticamente riformista è secondo Pellicani Olof Palme, il primo ministro svedese assassinato nel 1986, “il quale paragonava il capitalismo a una pecora che non deve essere uccisa, ma tosata per assicurare la fruizione effettiva dei diritti sociali e una ragionevole redistribuzione della ricchezza”. Per questa ragione “la socialdemocrazia, che da oltre vent’anni viene data per esaurita, continua a rispondere a esigenze diffuse, alle domande di eguaglianza concreta e di emancipazione”.

Persuaso che “qualcosa stia cambiando e che maturi sempre più la consapevolezza del fallimento delle politiche finanziarie di Angela Merkel” è Vincenzo Visco, già ministro dell’economia del primo governo Prodi. Secondo Visco il Vecchio Continente, sia pure con enorme ritardo rispetto agli Stati Uniti, “ha preso coscienza del disastro inevitabile prodotto da decenni di approccio liberista, lo stesso che sfociò nella catastrofe del 1929”. La questione da affrontare, spiega l’economista, è la risposta europea e sovranazionale a una crisi globale: “e su questo fronte la strategia socialdemocratica tradizionale non basta più, soprattutto nei confini nazionali”. Basti ricordare che “la Spd non ha innalzato le barricate davanti alle decisioni del governo Merkel nei confronti della Grecia”. Il pericolo “è l’affermarsi di logiche protezionistiche e nazionalistiche, con una Germania unico paese in netto surplus di bilancio, forte di un uso dell’euro a proprio esclusivo vantaggio e ostile a qualunque corresponsabilità comunitaria”.

Ma il Manifesto di Parigi tace sul tema dell’unificazione federale e democratica, sugli Stati Uniti d’Europa. Un silenzio tanto più assordante, se si pensa che paladino di Unione politica basata su un’equilibrata articolazione di poteri tra Bruxelles e Stati membri, su un governo centrale legittimato dal voto popolare allo stesso modo di un Parlamento modellato sul Congresso Usa, fu Altiero Spinelli. Pellicani imputa quel silenzio alla “prudenza tutta politica che deriva dal retaggio nazionalistico, statalista e giacobino della sinistra francese e non solo”, mentre Visco lo attribuisce “alla paura di venire cannibalizzati dalla Germania in una governance a struttura federalista”. Tuttavia, rileva l’ex responsabile dell’economia, “è vero che i partiti socialisti sono generalmente introvertiti e bottegai, ed è plausibile il timore che ricette e modelli di stampo novecentesco non siano credibili per la società di oggi”.

Anziché “focalizzare l’attenzione sugli stravaganti capitoli fiscali e previdenziali della piattaforma di Hollande”, Visco indica in una complessiva riorganizzazione dell’economia e delle sue regole la bussola per i progressisti di ogni parte del mondo. Altrimenti “ci attendono 15 anni di recessione”. A differenza di Pellicani, l’economista nutre fiducia che il Pd possa innovare la strategia culturale del socialismo europeo. “A condizione di operare una sintesi riformatrice, invece di galleggiare nello scontro fra posizioni minoritarie e perdenti: laburisti, liberisti all’amatriciana e democristiani amanti del moderatismo”. Quanto agli effetti di una possibile “onda rosa”, Visco è cauto: “Dalla vittoria di Hollande potrebbe scaturire una modernizzazione della sinistra, e la sua emancipazione dal sindacato sui temi economico-sociali. Ma è difficile ipotizzare trasformazioni profonde ed epocali”. L’unica certezza è che “se non cambia alla radice l’Europa non ha futuro”.