Austerity, ma non per tutto: la Grecia spende 40 milioni in pistole

Austerity, ma non per tutto: la Grecia spende 40 milioni in pistole

Oltre 40 milioni di dollari in armi e munizioni. Questo è quanto la Grecia, solo in febbraio, ha speso per l’importazioni di questi prodotti dagli Stati Uniti. A certificarlo è Panjiva, società di intelligence commerciale newyorkese che dal 2005 tasta il polso dei trend di import-export mondiale. Proprio dall’ultima analisi, ripresa anche da Business Insider, è emerso che in febbraio la Grecia ha comprato dagli USA armi su armi come mai nella sua storia. «È un fenomeno mai sperimentato e che lascia aperte molte spiegazioni, tutte collegate alla crisi economica e all’incremento delle tensioni sociali nel Paese», fanno notare gli analisti americani. E ora il rischio è che, con la nuova tornata elettorale, il clima sociale possa peggiorare ulteriormente.

La ricerca di Panjiva lascia poco spazio all’ottimismo. Più di ogni altro Paese nel mondo, la Grecia ha iniziato una massiccia importazione di armi da fuoco, prevalentemente di piccolo calibro, nello scorso novembre. Da quando cioè il premier ellenico George Papandreou, alla vigilia del G20 di Cannes, ha invocato il referendum sulla partecipazione della Grecia all’eurozona. L’allarme di un possibile quesito referendario è poi rientrato dopo poche ore, ma questo è bastato per spingere l’importazione di armamenti dagli Stati Uniti fino a 16,5 milioni di dollari. Il mese precedente, di contro, non c’erano quasi stati acquisti. E così è stato anche per dicembre e gennaio.

Con l’avvicinarsi della ristrutturazione del debito ellenico, la cui notizia è stata data in febbraio, è arrivato il picco. Circa 42 milioni di dollari di armi e munizioni sono stati venduti dagli Stati Uniti alla Grecia. Un incremento «sospetto», come spiegano gli analisti della società d’intelligence, che si domandano in che modo possa conciliarsi l’austerity con l’acquisto di armamenti. «Considerando che gli Stati Uniti non hanno partecipato direttamente al salvataggio della Grecia, è poco probabile che ci sia stato un mutuo scambio commerciale su questa base», spiega Panjiva. Invece, il timore è un altro. «Il crescente clima di tensione che si vive in Grecia potrebbe essere la causa di questo aumento inaspettato, che non ha precedenti storici per il Paese», sottolineano gli analisti.

Il rapporto racconta però di più. Queste importazioni riguardano prevalentemente «pistole e fucili, con le rispettive munizioni». In altre parole, armi da difesa personale. O almeno, questa è la dicitura commerciale contenuta nello studio di Panjiva. «Non sono contemplati gli armamenti puramente militari, che hanno altri canali di distribuzione», spiegano gli analisti americani. Il trend si è fermato in marzo, ma «è possibile, in base ai dati in nostro possesso, che riprenda in aprile, maggio e giugno», avverte Panjiva. Del resto, il rischio di un’uscita dalla zona euro da parte della Grecia, sempre più crescente, è considerato come uno dei driver di questo fenomeno. Tuttavia, non si conoscono gli acquirenti. Il report di Panjiva non disaggrega la spesa privata da quella pubblica e non si può ipotizzare uno scenario partendo dalla tipologia degli armamenti comprati. «Possono essere sia acquisti statali sia privati», spiegano gli analisti.

La Grecia non è nuova a operazioni di questo genere. Il mix di austerity e armamenti era già saltato agli occhi dei media a fine 2009 e a fine 2011. L’anno scorso il premier Papandreou aveva infatti acquistato dalla Germania due sottomarini per 1,3 miliardi di euro, circa 220 carri armati Leopard II per 400 milioni di euro. Dalla Francia invece ha comprato sei fregate, quindici elicotteri multiruolo e un centinaio di motovedette per 4,4 miliardi di euro. E le cose non sono cambiate con il governo tecnico di Lucas Papademos, il successore di Papandreou. Mentre tutti i ministeri ellenici subivano tagli, quello della Difesa ha visto il budget in aumento. La spesa militare per il 2012, secondo i dati del dicastero, sarà di circa 7,3 miliardi di euro, il 18% in più rispetto all’anno precedente. Del resto, come spiegano diversi report delle banche d’investimento, le tensioni sociali sono sempre di più.

L’analisi più citata in questo campo rimane quella di UBS dello scorso dicembre. Gli economisti della banca elvetica hanno calcolato la probabilità dell’arrivo di un regime autoritario e di una guerra civile in caso di secessione della Grecia dall’eurozona. «Le consequenze di un euro break-up sono imprevedibili, ma guardando alla memoria storica, lo scenario potrebbe essere quello più negativo, cioè l’instaurazione di un governo militare», faceva notare UBS. Le corse agli sportelli bancari, l’austerity, la disoccupazione, l’eventuale ritorno alla dracma e la depressione economica possono infatti spingere il Paese in un abisso nel quale «potrebbero prevalere i moti nazionalisti e autoritari», spiegava UBS. Guardando all’ultima tornata elettorale del 6 maggio, che ha visto la forte ascesa del partito di estrema destra Alba dorata, il timore che questo scenario diventi realtà è sempre più elevato.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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