“Cari comuni, l’Imu è una tassa brutta, ma va pagata”

“Cari comuni, l’Imu è una tassa brutta, ma va pagata”

Una forma di Ici geneticamente modificata. Una patrimoniale occulta, poco comprensibile e di difficile applicazione, imposta da uno Stato che si nasconde dietro gli enti locali e li costringe a trasformarsi in gabellieri a suo nome. L’Associazione nazionale dei comuni italiani non poteva scegliere espressioni più dure per manifestare il suo dissenso radicale verso l’Imu, il provvedimento più controverso adottato dal governo Monti per promuovere il risanamento finanziario del paese. Lontane anni luce dall’appello alla disobbedienza fiscale lanciato ai primi cittadini del Carroccio da Roberto Maroni, le argomentazioni e il linguaggio dell’Anci non sono meno puntuali e intransigenti. Il suo presidente Graziano Delrio denuncia l’introduzione di «una tassa che di comunale ha solo il nome, visto che in grandissima parte privilegia l’erario». E riassume con poche cifre l’effetto della nuova imposta sugli immobili.

A fronte di un incremento tributario più che doppio rispetto all’Ici del 2011, le amministrazioni cittadine perderanno il 27 per cento del gettito del precedente tributo comunale, mentre le istituzioni nazionali ricaveranno dall’operazione oltre 13 miliardi di euro sui 21,4 complessivi. Il risultato è inequivocabile: un raddoppio del prelievo fiscale per i contribuenti e una drastica riduzione delle entrate per i comuni. Riduzione aggravata dai vincoli del Patto di stabilità interno, che impedisce qualunque politica di investimenti pubblici, e dal taglio incisivo dei trasferimenti statali a favore delle autonomie: un impoverimento che per l’anno in corso ammonterà a 2 miliardi e mezzo. Delrio parla di grave ferita all’autonomia e alla responsabilità economica dei comuni, e propone all’esecutivo una soluzione: separare nell’Imu l’enorme gettito destinato allo Stato dalle risorse che entreranno nelle casse locali. «È l’unico modo per rendere consapevoli i contribuenti sull’uso e le finalità delle loro tasse, architrave della democrazia liberale». Se Monti non offrirà risposte persuasive, la scelta sarà obbligata: «Molti sindaci come me saranno costretti ad aumentare i tributi locali, a partire dalle aliquote Imu e dalle addizionali Irpef, per garantire la continuità dei servizi pubblici essenziali». Il lungo braccio di ferro che si va profilando tra Stato e territori sembra destinato a perpetuare, anzi accrescere, l’oppressione fiscale dei cittadini. Ma le critiche avanzate dalle amministrazioni locali all’Imu sono tutte fondate?

E la minaccia di un incremento della pressione tributaria come unica strada per assicurare le funzioni assegnate ai comuni dalla Costituzione poggia su ragioni reali? O rappresenta un alibi per mantenere elevata una spesa pubblica funzionale al consenso politico e sociale, da parte di istituzioni tutt’altro che virtuose? Il nostro quotidiano ha posto queste domande a uno scienziato della finanza e a uno studioso del federalismo fiscale. Le argomentazioni dei vertici dell’Anci vengono bocciate senza appello da Vincenzo Visco, già responsabile dell’economia nei governi guidati da Romano Prodi, il quale descrive l’iniziativa promossa dall’associazione dei comuni italiani come «un’operazione di protesta generica e tradizionale, finalizzata a convincere i cittadini e gli elettori che se le tasse locali aumenteranno a causa del calo vistoso di risorse la colpa sarà tutta del governo». Il primo problema oggi, osserva l’economista, è la necessità immediata di enormi quantità di denaro per risanare le finanze pubbliche, «in una situazione di emergenza che ci auguriamo transitoria». Per l’ex ministro delle finanze, l’Imu deve essere ripensata e ridiscussa nel suo aspetto fondamentale e più controverso: il gettito destinato all’erario deve avere una durata temporanea, affinché il tributo possa essere al più presto restituito nella sua interezza agli enti territoriali. Il tutto in una complessiva e profonda riforma dell’organizzazione fiscale, che parta dalla revisione critica del federalismo impositivo e delle compartecipazioni finanziarie introdotti dal governo Berlusconi «in una forma surreale e per ragioni di consenso politico».

La decisione di abrogare l’Ici, rimarca lo studioso, è stata irresponsabile e miope, ed è all’origine della formulazione attuale dell’Imu, «che rappresenta chiaramente un’imposta sul patrimonio, anzi una sorta di super Ici». A livello locale, tassare il patrimonio vuol dire soprattutto prelevare risorse dalla prima casa, poiché è questa la base imponibile più sicura e adeguata per i comuni. Ragione per cui quel tributo esiste in tutti i Paesi europei e occidentali, dalla Francia agli Stati Uniti, dove l’aliquota sulle proprietà immobiliari è altissima, pari all’1 per cento del loro valore di mercato, e la sua incidenza ammonta al 3-4 per cento del Pil. A chi anche nella sinistra evidenzia come una patrimoniale congegnata in modo intelligente e mirato fosse preferibile a un’imposta sulle abitazioni generalizzata e universale, Visco replica che la stessa Imu presenta forti elementi di progressività, in relazione all’ammontare dei beni disponibili per ogni fascia sociale. E sottolinea che in Francia l’esistenza di una tassa progressiva sul patrimonio familiare produce un gettito molto basso, incomparabile con gli introiti assicurati dal tributo comunale sugli immobili. Una patrimoniale ben calibrata, puntualizza l’economista, potrebbe semmai integrare l’Imu, accompagnarla ma non sostituirla. E nel ripensamento complessivo dell’imposta sulla casa invocato anche dall’Anci «è ragionevole inserire una drastica diminuzione, se non l’eliminazione, dell’addizionale comunale Irpef».

Più comprensivo verso le motivazioni che animano la protesta e la campagna dell’Associazione dei comuni italiani è Gianliborio Mazzola, già segretario generale dell’Assemblea siciliana e docente di Diritto parlamentare regionale all’Università “La Sapienza” di Roma. Per comprendere l’origine e le ragioni profonde dei problemi nati attorno all’applicazione dell’Imu, il giurista richiama l’attenzione sulla sua genesi. Adottata nella primavera del 2011 dal governo Berlusconi-Tremonti per garantire alle amministrazioni locali un gettito sicuro sulla seconda e sulla terza casa, l’Imu è stata estesa alla prima abitazione dall’esecutivo Monti, che ha destinato quasi la metà del suo importo allo Stato. Il provvedimento, osserva Mazzola, è stato concepito per porre rimedio al grave errore dell’abolizione dell’Ici da parte del Cavaliere, «una scelta ispirata da motivi di immagine, che ha costituito la rovina per molti comuni». A giudizio dello studioso, è innegabile che le nostre città siano state penalizzate dalla rimodulazione dell’imposta sugli immobili, «completamente stravolta nella sua natura originaria al punto da divenire una patrimoniale mascherata». Ma la responsabilità dell’introduzione dell’Imu deve essere individuata al di là dei confini nazionali, e più precisamente nella politica economica promossa dalla Germania a livello comunitario.

Mario Monti, spiega lo studioso, si è trovato di fronte a una perentoria richiesta di Angela Merkel: «L’Italia soffre di un debito pubblico elevato, ma può contare su un’immensa ricchezza privata, rappresentata soprattutto dal possesso dell’abitazione. Pertanto dovete trasferire la tassazione dal reddito alla proprietà della casa, fonte principale del patrimonio dei cittadini». È in queste parole l’origine dell’odierna imposta immobiliare, alla base dello scaricabarile in corso fra istituzioni centrali e autonomie locali. Le quali, secondo l’esperto di diritto parlamentare regionale, saranno costrette ad accrescere la pressione fiscale e le addizionali comunali sui contribuenti, a causa di un Patto di stabilità interno da cui dovrebbero essere sganciati gli investimenti, e della drastica riduzione dei trasferimenti statali ai territori. Prospettiva che «finora l’esecutivo tecnico sembra incapace di impedire, visto che si è mostrato assai poco attento alle esigenze degli enti locali e ha privilegiato un’interpretazione centralistica dell’Imu e della sua applicazione». Un errore, quello compiuto da Palazzo Chigi, che «contribuisce a bloccare la realizzazione di un autentico federalismo fiscale, l’attuazione piena dell’articolo 117 della Costituzione e della ripartizione di competenze fra Stato e autonomie, la definizione dei costi standard per le prestazioni sociali delle amministrazioni pubbliche». Se questo stallo non verrà superato, sarà impossibile determinare parametri di governance finanziaria validi e applicabili a ogni livello, in grado di valorizzare e premiare le istituzioni più virtuose e di intervenire efficacemente sui grandi capitoli di spesa. Ma quale è la via di uscita dall’impasse in cui siamo paralizzati? Mazzola giudica inutile e controproducente «un braccio di ferro logorante tra centro e periferia, entrambi componenti essenziali della Repubblica».

E boccia su tutta la linea l’appello alla disobbedienza e obiezione fiscale lanciato dal Carroccio, «colpevole di avere introdotto l’Imu in nome di una pasticciata riforma federalistica e oggi protagonista di una campagna strumentale in vista del voto di domenica». Per il giurista la proposta dell’Anci è invece ragionevole e incisiva, «anche se lo Stato dovrebbe individuare una fonte di gettito alternativa all’imposta immobiliare, da cui reperire i 13 miliardi di euro preventivati». Un’operazione realizzabile il prossimo anno, e che a quel punto comporterebbe l’adozione di una vera patrimoniale. Prelievo che avrebbe potuto consentire una significativa diminuzione dell’imposta sulle abitazioni, ma che non è stato voluto da Berlusconi, timoroso di deludere il suo bacino elettorale di riferimento e di erodere consensi al suo Pdl, decisivo per la sopravvivenza del governo Monti.  

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