Grecia fuori dall’euro, ecco i piani delle banche tedesche

Grecia fuori dall’euro, ecco i piani delle banche tedesche

FRANCOFORTE – Le banche tedesche sono pronte all’uscita della Grecia dall’euro. Linkiesta ha potuto visionare il piano di contingenza che Commerzbank, il colosso bancario tedesco, ha creato a partire dallo scorso novembre. L’impatto per l’eurozona sarebbe spaventoso: le uniche cifre nel documento sono relative alla Germania e parlano di circa 500 miliardi di euro di costi, fra banche, sistema bancario e ricapitalizzazione dei fondi di salvataggio europei. «Nonostante l’architettura legislativa europea non permetta ancora un’uscita, è chiaro che bisogna essere preparati, anche se difficilmente si potranno fare stime corrette», dicono a Linkiesta due banchieri di Commerzbank dietro anonimato.

E infatti, almeno in Germania, si è cercato di trovare un coordinamento a livello centrale per l’evento di cui tutti parlano ma per il quale nessuno è pronto. Che il rischio di un’uscita dall’eurozona di Atene aumenti sempre di più, è evidente. Come ha spiegato ieri l’agenzia di rating Fitch, che ha tagliato il giudizio sulla Greca a CCC, «il pericolo esiste». L’universo finanziario europeo e non lo sa ormai da mesi ed è per tal motivo che nei mesi scorsi sono stati preparati diversi piani di contingenza. Linkiesta ha potuto dare un’occhiata a quello di Commerzbank, che lo ha discusso nei mesi scorsi con la Finanzmarktaufsichtsbehörde (Fma), ovvero l’authority di controllo sulla Borsa. «È un processo normale di gestione dei rischi, quello di valutare le probabilità di tutti gli eventi, ma questa volta si è deciso di analizzare con più attenzione, dato che non c’è alcuna certezza», dice il banchiere.

Contattato da Linkiesta, l’ufficio stampa di Commerzbank non conferma e non smentisce, spiegando che «è possibile che una valutazione informale sia stata compiuta». Commerzbank per il suo lavoro si è coordinata con la Bundesverband deutscher Banken (Bdb), l’associazione delle banche tedesche, guidata da Andreas Schmitz di HSBC, ma con il numero uno di Deutsche Bank, Josef Ackermann, come membro della presidenza. E il risultato è che l’uscita della Grecia dalla moneta unica costerebbe circa 500 miliardi di euro all’eurozona per i primi 12 mesi.

«Le più colpite sarebbero le banche, poi le società che operano con la Grecia, infine i contribuenti, dato che i fondi europei dovrebbero essere ricapitalizzati», spiegano le fonti bancarie a Linkiesta. Secondo loro il fondo salva-Stati temporaneo European financial stability facility (Efsf) e quello definitivo European stability mechanism (Esm) non sono ancora pronti per gestire un evento come quello della prima secessione dall’eurozona. Per capire al meglio cosa è successo, bisogna tornare all’inizio di novembre. Alla vigilia del G20 di Cannes, il premier greco George Papandreou lanciò il sasso nello stagno. «Sono pronto a dimettermi e a indire un referendum sulla partecipazione della Grecia nell’euro», aveva detto Papandreou. Gli avevano risposto i politici europei, con il cancelliere tedesco Angela Merkel che ricordò alla Grecia che non poteva giocare col fuoco. Più duro invece il ministro britannico delle Finanze, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne: «L’Europa deve decidere cosa fare con la Grecia e deve farlo entro il prossimo G20 per evitare un collasso capace di colpire anche il Regno Unito». Papandreou ritirò in fretta e furia l’idea del referendum, ma il danno era fatto.

Dopo quattro mesi, a marzo, il fallimento di Atene era certificato dall’Isda (International swaps and derivatives association), l’ente che disciplina le controversie sui derivati finanziari, con il pagamento dei Credit default swap (Cds), le assicurazioni contro il fallimento di un asset. La ristrutturazione del debito pubblico ellenico in mano ai creditori privati, 206 miliardi di euro su circa 365 miliardi, era compiuta. Ma tutti, banche tedesche comprese, sapevano che non sarebbe stato abbastanza, a novembre come a marzo. «Fu proprio nei giorni dopo il G20 che si accelerò la macchina organizzativa per creare un piano di contingenza». È questo quanto dice un banchiere di Commerzbank a Linkiesta. Un piano complesso, coordinato e, spiega la fonte, «forse sottostimato». Due giorni fa la banca francese Société Générale aveva stimato che l’impatto per le banche tedesche sarebbe stato di 270 miliardi di euro. «La possibile svalutazione delle azioni è quasi imprevedibile, ma sarà sicuramente elevata», scrivevano gli analisti francesi. E la Germania ha paura.

Il programma, le cui bozze sono state visionate da Linkiesta, prevede quattro passaggi: deleveraging iniziale, riattivazione dei canali di supporto per le banche, ridenominazione dei contratti esistenti, gestione del fallout. La premessa di tutto è che l’architettura giuridica deve essere pronta. Infatti, all’articolo 50 il Trattato di Lisbona non permette l’uscita dall’eurozona, ma solo dall’Unione europea. Dato che nessuno, né a Bruxelles né ad Atene, vuole una soluzione così radicale, occorre una modifica dei trattati, che dovrà essere decisa di comune accordo fra gli Stati. Una volta che la Grecia avrà comunicato la sua intenzione a lasciare la zona euro, l’impatto sulle banche dovrà essere controllato.

L’esposizione degli istituti di credito al momento dell’uscita dovrà essere marginale, come previsto dal piano. E infatti, la riduzione è avvenuta quasi completamente. La Banca dei regolamenti internazionali (Bri), cioè la banca centrale delle banche centrali, calcola in via periodica i rapporti fra gli istituti di credito dei singoli Paesi. Se nel marzo 2011 l’esposizione delle banche tedesche sulla Grecia era di 28,9 miliardi di euro, a dicembre 2011 era di 759 milioni di euro. E una posizione analoga è stata assunta anche dagli altri Paesi dell’eurozona. Se la Francia a marzo 2011 aveva un’esposizione di 65,2 miliardi di euro, a fine 2011 erano solo 223 milioni di euro. Se e quando la Grecia uscirà dalla moneta unica, tuttavia, si dovranno affrontare effetti di cui non si conosce la portata. Il paragone che fa Commerzbank è quello con Lehman Brothers, la quarta banca statunitense, saltata nel settembre 2008.

Per questo, di comune accordo con gli altri istituti di credito, ha inserito nel documento la richiesta di riattivazione del SoFFin (Sonderfonds Finanzmarktstabilisierung), lo speciale fondo governativo a protezione delle banche tedesche creato nel 2008, proprio dopo il crac Lehman Brothers. E Commerzbank, dopo aver tremato di fronte alle indiscrezioni dello scorso dicembre che la vedevano in procinto di essere nazionalizzata, deve varare un aumento di capitale da 6,3 miliardi di euro entro il 30 giugno. Il tutto per proteggersi dagli effetti della secessione. Dopo aver preparato il campo alle banche per evitare ripercussioni, si passerà alla gestione dei contratti esistenti. Infatti, un ritorno alla dracma da parte della Grecia, che nel rapporto Commerzbank sarà probabilmente agganciata al dollaro, costringerà tutte le imprese a riscrivere i contratti, che dovranno essere ridenominati.

L’auspicio delle banche tedesche è quelle la gestione a livello centrale, sia di Bruxelles sia di Atene, possa essere veloce, al fine di evitare rallentamenti nei pagamenti. L’impatto sul sistema industriale tedesco, secondo le stime, non sarà limitato: i documenti parlano di circa 200 miliardi di euro solo per il primo anno. Il rapporto di Commerzbank, spiegano le fonti, è stato poi confrontato con quelli delle altre banche tedesche, con la supervisione della Bundesverband deutscher Banken. Tre incontri, fra novembre e dicembre, hanno dettato la linea e solo in seguito, a metà gennaio, sono arrivati tutti i piani di contingenza. E l’associazione delle banche tedesche, dopo aver controllato tutti i piani, ha chiesto più dettagli sugli sviluppi futuri. «Noi ci siamo orientati su uno scenario cautelativo, anche perché non avevamo idea di come potrebbe essere gestita a livello europeo la vicenda», spiegano le fonti bancarie.

Solo successivamente, ma di questo non c’è conferma, i piani sarebbe stato mandati alla Banca centrale europea e alla European banking authority (Eba), l’ente di vigilanza bancaria europeo. Proprio la gestione di cosa accadrà dopo, in un orizzonte temporale compreso fra i 6 mesi e i due anni, è ancora al vaglio degli analisti tedeschi. «La Bundesverband deutscher Banken ci ha chiesto un rapporto entro la fine di giugno e dobbiamo sperare che ci sia un governo stabile in modo da presentare uno scenario possibile su cui lavorare», spiega il banchiere a Linkiesta. Intanto però le voci continuano a rincorrersi con velocità disarmante.

Oggi il commissario europeo al Commercio, Karel De Gucht, ha apertamente spiegato che anche Bce e Commissione europea stanno lavorando a piani di emergenza per l’uscita della Grecia dall’euro. In un’intervista al quotidiano De Standaard ha reso noto che Bruxelles è quasi pronta a gestire la situazione, se Atene prendesse la via del ritorno alla dracma. Proprio come Commerzbank e le banche tedesche. O almeno, questa è l’impressione che hanno. Prima di lasciarci, infatti, le nostre fonti ci mettono in guardia: «Nessuno può prezzare un evento del genere. Questo non dobbiamo dimenticarlo. La Grecia non è Lehman Brothers, è uno Stato».