“Hollande non è Mitterrand, farà quello che dice”

“Hollande non è Mitterrand, farà quello che dice”

Le possibilità di una ripresa economica dell’Europa passano attraverso l’adozione di politiche espansive che comprendano gli eurobond e un progetto di investimenti per il futuro. Le parole pronunciate da François Hollande nel corso dell’incontro con Angela Merkel riflettono una forte volontà di cambiamento delle strategie finanziarie fin qui adottate dai governi dell’Unione. Ma quale sarà la portata di questo mutamento? E l’iniziativa del “presidente normale” contribuirà ad archiviare l’austerità rigorista della Cancelliera tedesca? A tali interrogativi risponde Renaud Dehousse, titolare della cattedra “Jean Monnet” di diritto comunitario e di scienza politica europea al prestigioso Istituto di studi politici di Parigi.

Professore, dobbiamo attenderci grandi trasformazioni dopo il summit tra  Hollande e Merkel?
L’incontro fra i due può essere considerato una visita di cortesia, rivelatrice dell’importanza che da tempo la Francia attribuisce ai rapporti con i governi tedeschi e con la Germania. Si è trattato di un passaggio interlocutorio, in attesa del voto legislativo di giugno e delle incognite sulla possibilità per il Ps di ottenere una sicura maggioranza parlamentare. Fino a quel momento Merkel non sembra disposta a concedere granché al nuovo inquilino dell’Eliseo. Il quale ha sempre accusato Nicolas Sarkozy di privilegiare l’asse franco-tedesco e la sua egemonia nella Ue. Adesso che è divenuto presidente, è da valutare se resterà fedele a quelle critiche e se vorrà tradurle in azione politica.

Esistono margini di compromesso fra il rigorismo di Berlino e il desiderio di cambiamento incarnato da Hollande?
Penso di sì, poiché il tessuto produttivo e sociale europeo, provato dallo shock di cure durissime, trova enormi difficoltà a risollevarsi. E i fautori dell’austerity sono stati clamorosamente sconfitti, dalla Francia alla Grecia, fino ai Laender della Germania. L’iniziativa di Hollande viene appoggiata non solo dai pochi esecutivi progressisti dell’Unione, ma anche da governi tecnici come quello di Mario Monti o apertamente conservatori come quello di Mariano Rajoy in Spagna. Persino la Bce per bocca del suo presidente Mario Draghi, e il Fondo monetario internazionale, invocano misure a favore dello sviluppo. Il nuovo capo dello Stato francese si fa interprete di tali rivendicazioni, prevalenti nell’opinione pubblica e trasversali ai tradizionali schieramenti partitici: esigenze che Merkel non può più ignorare.

Quale forma potrà assumere l’accordo tra le due strategie economiche?
Si fa strada l’idea di attribuire alla Banca europea per gli investimenti spazi di intervento rilevanti per puntare sui settori produttivi più promettenti. Vi è la proposta di introdurre gli Euro project bond, per finanziare i grandi lavori pubblici su scala comunitaria. Non si tratta del ritorno al puro keynesismo, ma di un pacchetto di strumenti in grado di rilanciare l’Europa nelle sfide dei prossimi decenni. A partire dalla frontiera energetica, per la quale sono indispensabili reti di trasmissione e di distribuzione di dimensioni continentali.

L’austerity di Angela Merkel sarà superata in tempi brevi o è destinata a sopravvivere a un’eventuale vittoria della Spd nel 2013?
La linea del rigore finanziario non appartiene solo alla Cancelliera, ma alla Germania. Ricordiamo che sono i tedeschi a pagare le cifre più consistenti per aiutare la Grecia: quasi il 30 per cento dei 240 miliardi di euro stanziati per il risanamento del debito di Atene. È necessario partire da tale presupposto, che caratterizza la cultura economica di un paese ancora legato alla memoria dell’inflazione incontrollata degli anni Venti. Per questo motivo ritengo che la strategia rigorista durerà anche dopo la possibile sconfitta di Merkel. Quando valutiamo l’iniziativa europea di Hollande non possiamo parlare di una vera alternativa. Lo stesso presidente francese afferma che “all’equilibrio di bilancio bisogna affiancare una serie di interventi per lo sviluppo”. Si tratta di una linea complementare e integrativa, non sostitutiva del rigore finanziario: e il suo sbocco non sarà la rinegoziazione del fiscal compact, ma la creazione di un protocollo separato contenente svariati incentivi per la crescita.

Ritiene che il presidente realizzerà integralmente il suo programma, inclusi i punti più massimalisti, o farà marcia indietro come François Mitterrand?
Francois Hollande, attivo politicamente nell’entourage di Mitterrand, restò profondamente deluso dall’abbandono da parte dell’allora capo dello Stato di gran parte degli obiettivi su cui aveva conquistato i voti della gauche. Allora soffiava con forza il vento neo-liberale e monetarista, e Mitterrand si rese conto che era necessario cambiare rotta e abbandonare il sogno di costruire il socialismo in un unico paese. L’attuale presidente è un politico pragmatico e non vuole moltiplicare promesse che potrebbero trasformarsi nelle delusioni del domani. Nella sua campagna ha posto l’accento su temi in grado di aggregare e mobilitare gli elettori del Ps, e di attrarre gli aderenti del Front de gauche di Jean-Luc Mélenchon, assai sensibili alle rivendicazioni di sovranità nazionale e alla difesa del Welfare d’Oltralpe. Tuttavia è consapevole della necessità di coltivare solidi rapporti internazionali e di concertare strategie economiche e finanziarie a livello europeo per realizzare la sua volontà di cambiamento.

Perché l’Europa è stata così assente nel voto per l’Eliseo?
Le dinamiche della governance comunitaria giocano un ruolo fondamentale nella soluzione dei problemi nazionali, per cui le elezioni politiche nei diversi paesi possono essere considerate come tornate europee di secondo grado. Tuttavia prevalgono nel Vecchio Continente spinte volte a proteggere e riproporre la sovranità dei singoli Stati. Esigenze che trovano espressione nelle formazioni populiste ed estremiste, anche a Parigi, a destra come a sinistra: ma mentre il prudente Hollande ha risposto parlando poco di Europa, l’istintivo Sarkozy ha preferito rincorrere il voto del Front national, perdendo consensi nell’elettorato centrista e indipendente. Comportamenti che riflettono una diffusa indifferenza verso un processo di integrazione che si alimenta da troppi anni di retorica vuota e inconcludente. Acquista sempre più peso tra i cittadini la convinzione di contare poco o nulla nelle grandi scelte. L’opinione pubblica, anche chi ha votato per Marine Le Pen, è consapevole che le sfide del nostro tempo devono essere affrontate in un’ottica globale, ma vuole avere voce in capitolo nelle istituzioni europee.

Il nuovo presidente potrebbe abbandonare l’eredità giacobina presente nella gauche e scommettere sugli Stati Uniti d’Europa?
Sinceramente non so se l’esigenza di un coinvolgimento dei popoli europei nelle istituzioni comunitarie assumerà la forma del federalismo politico già indicato da Altiero Spinelli. So che parole come Stati Uniti d’Europa, utilizzate a vuoto per oltre mezzo secolo, appaiono screditate. Quando i cittadini francesi o britannici sentono parlare di federalismo europeo, avvertono il timore di un super Stato accentrato, in realtà antitesi del federalismo. Se vogliamo proseguire sulla strada dell’unificazione è meglio abbandonare quel termine. E sono sicuro che Hollande, uomo pragmatico e misurato, saprà promuovere una direzione di marcia riformatrice e concreta, già indicata nel Manifesto di Parigi. Ricordo poi che si è dichiarato a favore dell’investitura diretta del presidente della Commissione europea attraverso la designazione di un candidato da parte dei i partiti presenti a Strasburgo.

Responsabile della politica estera francese potrebbe essere Laurent Fabius, capofila della campagna per il No al referendum sul Trattato costituzionale europeo.
Fabius è una grande trasformista. Quale primo ministro di Mitterrand negoziò a fianco di Jaques Delors l’Atto unico europeo; da ministro dell’economia nel governo di Lionel Jospin fu il paladino della linea liberista; poi guidò il fronte ostile all’adozione della Costituzione europea in nome della sovranità statuale e della salvaguardia del modello sociale d’Oltralpe. Ma quella scelta era ispirata solo dalla rivalità con l’allora segretario del Ps, l’europeista Francois Hollande. 

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