Il grande flop del partito dei pirati italiani: il record di zero voti

Il grande flop del partito dei pirati italiani: il record di zero voti

Nel rugby sarebbe un cucchiaio di legno. È clamoroso il risultato dei pirati italiani che, in alcuni Comuni, escono dalla due giorni elettorale a urne inviolate: zero voti ai loro candidati sindaci che, evidentemente, in modo cavalleresco, non si sono autovotati. Il Pirate Party si è presentato in pochissime realtà, tutte sotto i quindicimila abitanti, tra Piemonte e Lombardia. Il suo fondatore è Marco Marsili che si autodefinisce «futurologo, innovatore, libero pensatore, maître à penser, rivoluzionario, problem solver, affetto da bulimia culturale». Quarantatré anni, era già salito alla ribalta delle cronache quando la leghista Monica Rizzi, che allora era assessore allo Sport in Regione Lombardia (si è dimessa il 16 aprile scorso) lo licenziò in tronco dal ruolo di suo portavoce. Fecondo scrittore, aveva infatti dato alle stampe un libro dal titolo piuttosto scomodo per gli allora alleati di ferro della coalizione di centrodestra: Onorevole bunga-bunga. Berlusconi, Ruby e le notti a luci rosse di Arcore, 471 pagine fitte fitte a 18 euro per i tipi della leccese BePress edizioni.

Lo slogan scelto dal Pirate Party è «Tutto il potere al Popolo sovrano» e chi volesse leggerne il programma politico lo trova qui. Non è facile sintetizzarlo, ma in ogni caso, tra le varie cose, «Pirata è chi vede nella crescita economica, imperniata sullo sfruttamento più intenso ed esteso della natura e del lavoro umano, la causa originaria dello stato di degrado del nostro pianeta, della condizione alienata ed inquinata in cui versano i paesi industrializzati e i loro abitanti, del sottosviluppo crudele e desolante in cui si trovano i tre quarti dell’umanità. Questa crescita cieca, squilibrata ed iniqua è la radice dell’oppressione sociale di milioni di persone, spossessate del controllo sul proprio lavoro e sul proprio destino, ed è uno dei fondamenti della subordinazione di chi è più debole, del diverso, dello straniero».

E ora passiamo ai risultati. Marco Marsili detto “il principe” si presentava a Brienno (Como), paese che doveva rappresentare la Stalingrado del movimento. Si è portato a casa 24 voti. Meglio di lui ha fatto Roberto Cazzaniga che, candidato sindaco sempre nel comasco, a Barni, di voti ne ha ottenuti 35. E stiamo parlando dei recordmen. Sul terzo gradino del podio c’è Sara Bologna, che a Vesime (Asti) guadagna 7 consensi. Sempre nell’astigiano continua la débâcle: 4 voti per Giuditta Maria Minnetti a Tonco, 2 per Andrea Masiello a Capriglio, uno solo per Lucio Cantamesse detto Supergiovane a Cerreto (stesso risultato, in quel Comune, per Emiliano Calemma dell’inquietante partito Fascismo e libertà). L’altra Cantamesse, Paola, scavalca il forse parente. Candidata sindaco a Gera Lario (Como), in 5 hanno creduto in lei. Como è invece il cognome di un certo Roberto, che a Carrosio (Alessandria) ottiene un voto solo. E pensare che lì si era parlato di “derby dell’antipolitica” per la contemporanea presenza di un grillino. L’esponente del Movimento 5 Stelle, Piero Odino, esce a testa ben più alta, con un rotondo 27,93%. Un solo voto anche per Francesca Caricato a Mezzana Rabattone (Pavia). E qui arrivano i due dati più clamorosi. Quelli dei candidati sindaco Angela Scattarelli detta Scatt ad Alice Bel Colle (Alessandria) e di Alessandro Marsili detto Sandro a Pino sulla sponda del Lago Maggiore (Varese): zero voti. Ma con gesto un po’ corsaro non potevano almeno votarsi da soli?

PRECISAZIONE Nei mari tempestosi della politica italiana, oltre al Pirate Party di cui si parla in questo articolo c’è il Partito Pirata, che non si è presentato a questa tornata elettorale, ma punta a farlo alle politiche 2013. Gli esponenti del Partito Pirata (qui il sito) chiedono di non confondere assolutamente il loro movimento con il Pirate Party di cui si parla nell’articolo. Hanno diffidato Marco Marsili dall’usare il nome Partito Pirata e dicono che esiste anche un’ordinanza di un giudice in materia. Ribadiscono: «I soggetti che si sono presentati in alcuni piccoli comuni dell’alta Italia nulla hanno a che fare con noi. Questi signori sotto la bandiera dei pirati, accanto a posizioni alle quali è difficile obiettare (perché vuote e demagogiche), sostengono posizioni contrarie a quelle sostenute da anni dal Partito Pirata Italiano e dell’intero movimento internazionale dei Partiti Pirata, per questo è stato chiesto alla Magistratura che ciò sia impedito, non troviamo giusto che si parli in nostro nome e non troviamo giusto che, con il nostro nome, si sostengano posizioni contrarie alle nostre. Non rivendichiamo un “copyright” ma il diritto all’identità pirata di un movimento mondiale». Ovunque nel presente articolo si faccia riferimento a pirati italiani (con lettera minuscola) esso va dunque interpretato come italianizzazione per motivi stilistici e di non ripetizione di Pirate Party e non come riferimento ai Pirati Italiani con la P e la I maiuscole.

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