Il Papa nella “sua” Milano, per dimenticare l’irriformabile Roma

Il Papa nella “sua” Milano, per dimenticare l’irriformabile Roma

Joseph Ratzinger è sempre venuto volentieri a Milano. E ce n’è perfino traccia in uno scritto della sua sterminata produzione, quando nel 1990 notava la persistenza in Italia di due cattolicesimi: quello del Centro-Sud tradizionalmente devozionale e più mistico e invece quello del Nord (soprattutto del Lombardo-Veneto) più operoso di fervore civile e di energico impegno nella società e nel territorio al servizio degli altri. Questa volta però non è difficile immaginare che ci venga più volentieri del solito: intanto per l’occasione, la Giornata Mondiale delle Famiglie (quell’istituto di diritto naturale su cui si fonda l’intera antropologia cristiana) e soprattutto per l’incontro diretto e fisico con il calore e l’affetto del semplice “popolo di Dio”. Si attendono infatti almeno un milione di persone sulla pista dell’aeroporto di Bresso per la Messa conclusiva di domenica prossima. Da tutti i “bagni di folla” di questi ultimi anni in giro per il mondo il Papa è parso sempre trarre alimento spirituale e rinnovata energia per la sua missione. Proprio quel timido e schivo professore bavarese che sembrava all’inizio il meno adatto al contatto con il popolo, soprattutto se confrontato con il potente protagonismo scenico del suo indimenticato predecessore.

Eppure i numeri e le statistiche ufficiali (per quello che significano) segnalano che nelle occasioni pubbliche intorno a Ratzinger si raduna più gente che intorno a Wojtyla. Come se le tempeste sempre più impetuose che scuotono adesso la Chiesa cattolica richiedessero un supplemento di vicinanza e di affetto dei semplici fedeli verso il fragile e invecchiato uomo vestito di bianco. E’ quanto accadrà anche in questa circostanza, dove sfocerà la silenziosa mobilitazione del popolo cristiano,quello che si esplica quotidianamente in onesta vita e in discreto volontariato. E che riprende (almeno così manifestano i segnali premonitori) un suo ruolo decisivo, sancendo in Italia se non la fine della primazia almeno il ridimensionamento di tutti quei movimenti carismatici e sganciati dal territorio (dai Focolarini, al Neocatecumenali, al Rinnovamento nello Spirito agli stessi Comunione e Liberazione e Opus Dei) sui quali aveva fatto ampia leva la stagione della riscossa wojtyliana. E anche sul terreno più specificamente dell’impegno politico futuro emerge la chiara difficoltà “federativa” e coinvolgente dell’indistinto “popolo cattolico” attraverso quei ripetuti e nobili esperimenti carichi di manifesti programmatici che si vanno sviluppando sulla scia degli incontri di Todi.

Il Papa, si diceva, viene a Milano più volentieri di ogni altra volta. Anche per respirare un’aria diversa rispetto ai grovigli dei Sacri Palazzi, dove non manca di questi tempi l’effluvio potente del “fumo di Satana” (quello che già Paolo VI sentiva penetrare nel tempio di Dio). Chissà se riecheggerà, in una stagione nella quale Ratzinger ha un po’ a sorpresa rivalutato alcuni valori di Martin Lutero, quell’invettiva di “Loss von Rom” (via da Roma) con cui il monaco agostiniano avviò lo scisma dei protestanti dalla Chiesa cattolica. Certo è che il quadro delle miserie e dei veleni dentro le mura leonine ricorda lo scandalo sulla corruzione romana che nella Storia ha pervaso molti eretici e altrettanti spietati riformatori dall’interno della Chiesa, come San Francesco. E il fluire apparentemente inarrestabile dei documenti riservati segnala una feroce lotta di potere che si collega ad altri misteri e ai rapporti nascosti di una giungla affaristica che ben poco ha a che vedere con l’annuncio del Vangelo. Per carità: non occorre essere degli eccelsi studiosi di storia per sapere che nella Corte vaticana ci sono sempre stati intrighi sofisticati e nefandezze umane di robusto spessore. Eppure è soltanto dall’elezione di Benedetto XVI che tutto si squaderna con una costanza e una ripetitività sorprendenti. E pure le “buone intenzioni” dei propalatori (“denunciare la sporcizia e promuovere la pulizia”) appaiono almeno “pelose”. Anche perché sono i “corvi” a scegliere quali notizie riservate far uscire, con fini e obiettivi difficilmente identificabili con la pura verità e la spinta alla riforma.

Piuttosto ad un occhio appena appena disincantato si presentano come frammenti di quegli “arcana imperii” di cui sono intessute le stanze di ogni Stato sovrano. E semmai indicano il livello di uno scontro di potere tanto durissimo quanto avviato a un generale declino. Anche il più esplicito dei mangiapreti sa bene che attorno ai Sacri Palazzi si va consumando l’ultimo atto (o almeno uno degli ultimi) del conflitto tutto particolare del “partito romano”. Ovvero quel coacervo intrecciato alle strutture statali italiane che ha gestito indisturbato (e rigorosamente “bipartisan”) per decenni il potere occulto e reale vuoi della spesa pubblica vuoi della finanza opaca.

Un intreccio certamente incestuoso (e tipicamente “romano”) tra clericalismo e massonerie, tra alte burocrazie e diffuso affarismo che ha condizionato per lungo tempo, affollato da faccendieri sempre bipartisan, l’assetto del potere anche italiano (e sul quale qualche inchiesta della magistratura ha aperto squarci limitati, come le ultime vicende di P3, P4 e via enumerando) mettendosi di traverso ad ogni impulso riformatore del Palazzo. Di questo blocco di potere la curia romana è stato un attore indispensabile ed oggi è forse il solo centro ancora non scalfito e non modificato, magari proprio quando la Chiesa cattolica diffusa nel mondo si va dirigendo da un’altra parte, liberandosi tra i travagli della faticosa pulizia interna (come nel caso della pedofilia) delle sue macchie e delle sue compromissioni, pur senza indulgere a mutamenti dottrinari e pastorali secondo lo spirito del secolo.

La violenza del conflitto che agita la Santa Sede, più che dalle rivelazioni più o meno pilotate, sembra esprimersi nella inedita brutalità con cui è stato fatto fuori il presidente dello IOR, Ettore Gotti Tedeschi. Ci avrà sicuramente messo del suo (e il carattere fumantino del banchiere di Piacenza avrà certo aiutato): ma una defenestrazione così acrimoniosa appare davvero sconvolgente, soprattutto se rivolta verso uno stimato economista che in fondo è l’estensore sostanziale della innovativa Enciclica papale sull’economia, la “Caritas in veritate”.

A questo riguardo sia permessa una memoria personale. Quando cioè a chi qui scrive (allora giovane ricercatore di storia) rivelò un simile scenario Ludovico Montini, il fratello di Paolo VI. Che raccontò di aver chiesto al fratello Papa se intendesse intervenire sulle vicende finanziarie vaticane e in particolare sullo IOR di Marcinkus già allora più che chiacchierato. Ricevendo questa risposta_ “Anche qui, in questi palazzi, qualche volta chi governa non comanda…”. E’ dunque in questo contesto lacerante e tempestoso che avviene l’incontro mondiale delle Famiglie voluto da Benedetto XVI in quel di Milano, che l’anno venturo avrà anche la memoria celebrativa dei 1700 anni dell’Editto di Costantino, quando cioè la religione cristiana si affrancava dalle sanguinose persecuzioni dell’Impero romano e conquistava una libertà di presenza nel discorso pubblico e nella società.

Si attende per Ratzinger un abbraccio corale particolarmente caloroso, una empatia di condivisione delle sofferenze e dei dolori che gravano sulle spalle di questo successore di Pietro, un abbraccio non esclusivo (o almeno in prevalenza) dalla cosiddetta “Chiesa di popolo” italiana e dalle tendenze conservatrici e tradizionaliste (forse un po’ deluse dal non ricevere dal soglio pontificio completamente ragione) : semmai, in questa temperie così impegnativa, sarà esplicita la vicinanza e il sostegno di molte delle componenti progressiste e conciliari del variegato cattolicesimo italiano. Le stesse che a lungo hanno visto con sospetto nel capo dell’ex Sant’Uffizio quel “pastore tedesco”, quel “rottweiller dell’ortodossia” testardamente cieco e sordo ad ogni novità. E che invece vanno piano piano scoprendo con benevolenza la sincerità evangelica di Papa Benedetto nell’usare la frusta all’interno della Chiesa e di voler davvero far dialogare fino in fondo la fede di Cristo e la ragione dell’uomo, come sta accadendo ad esempio con il “Cortile dei Gentili”. E con la trasparente ammissione che la Chiesa vive se è “il piccolo gregge” delle Scritture e non può non ritrovare nella complicata contemporaneità la sua vocazione forte di “minoranza creativa”.

C’è infine (ma forse era in origine la prima delle intenzioni programmatiche) un motivo particolare della venuta a Milano in uno scenario così solenne: ovvero rinsaldare quel legame tutto speciale che da secoli unisce la Chiesa ambrosiana al successore pro-tempore di Pietro. Una corda ben robusta, sfilacciatasi negli ultimi decenni fino ad esili filamenti. E’ un elemento che spesso si dimentica, ma la forza del cattolicesimo milanese e lombardo si è sempre nutrita alla linfa di questo rapporto del tutto particolare. Fin dai tempi di Ambrogio (e poi di Galdino e Carlo Borromeo, i santi arcivescovi milanesi) questa Chiesa è sempre stata orgogliosa di questa sostanziale primogenitura con il Pontefice di Roma. Avendone in corrispettivo il rispetto e l’esplicito riconoscimento della propria gelosa autonomia cristiana , a cominciare dall’originalità della propria liturgia. Infatti il rito ambrosiano della messa (e non solo) è l’unico in tutto l’Occidente cattolico (tranne il limitatissimo caso del rito mozarabico di Toledo) ad avere una sua affermata legittimità, con ricaschi teologici e pure pastorali non indifferenti.

Ma l’orgogliosa autonomia è sempre stata accompagnata da un legame di fedeltà e persino di affetto particolare di Milano e la sua vastissima arcidiocesi con il Papa. Un patrimonio spirituale talvolta dilapidato. Non è un caso ad esempio che l’ultima presenza del cardinal Ratzinger era stata in Duomo la sua omelia agli imponenti funerali di don Giussani. Imposta d’imperio da Papa Wojtyla con uno sgarbo evidente all’Arcivescovo Tettamanzi che pure ne sarebbe stato il “titolare” legittimo, visto che il fondatore di CL era stato “alle sue dipendenze” come semplice prete diocesano. Segno allora di un conflitto pastorale (ma anche culturale e teologico) con Milano che ha avuto bisogno di qualche anno per essere superato. E che la recente nomina ad arcivescovo metropolita di Angelo Scola ha aiutato certamente a rimarginare. Anche perché la bufera che imperversa sulla Chiesa e proprio sul Papa impone di ritrovare in fondo una soffertissima unità.

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