JP Morgan perde 2 miliardi per colpa dei computer

JP Morgan perde 2 miliardi per colpa dei computer

Société Générale, UBS, J.P. Morgan. Jérôme Kerviel, Kweku Adoboli, Bruno Iksil. Tre fra le più grandi banche del mondo, tre operatori finanziari spregiudicati, tre fra i più grandi scandali della finanza. Ma anche tre esempi di leggerezza nei controlli. Wall Street è sempre più vulnerabile a errori, frodi e manipolazioni. Dal Flash Crash del 6 maggio 2010, quando l’indice Dow Jones crollò nell’arco di pochissimi istanti, a oggi gli esempi si sono susseguiti. E non è solo Wall Street. In un universo finanziario così interconnesso e interdipendente, la propagazione degli eventi negativi ha una velocità e un potere distruttivo mai sperimentato prima. 

L’ultimo caso è quello di J.P. Morgan. La maggiore banca di Wall Street, guidata da quel Jamie Dimon che lo stesso Warren Buffett ha considerato essere «l’unico banchiere con le palle», ha dichiarato di aver perso circa 2,3 miliardi di dollari per via di una serie di trade sbagliati. La notizia era già nell’aria da alcune settimane, ma nessuno sapeva a quanto ammontasse il danno. In una conference call notturna, arrivata a sorpresa, Dimon ha ammesso tutto. «Dobbiamo chiedere scusa agli azionisti, dato che non abbiamo fatto abbastanza per arginare una falla che si era creata», ha detto nella notte di giovedì. Dimon parlava di Bruno Iksil, giovane trader soprannominato “London Whale”, la balena londinese, colpevole di aver aperto posizioni su strumenti finanziari sintetici con troppa leggerezza. «Ci siamo accorti troppo tardi di tutto quello che stava succedendo e sono io il primo responsabile», ha detto Dimon, spiegando però che l’attuale modellizzazione del rischio «è completamente sbagliata».

Al centro di tutto, secondo Dimon, c’è il Value at Risk (VaR). Si tratta di un modello di calcolo probabilistico che serve a determinare la potenziale perdita di una posizione in un determinato orizzonte temporale. Tre i fattori presi in considerazione. Il tempo, che rappresenta per quanto un asset viene detenuto in portafoglio dalla banca; il livello di confidenza, generalmente compreso fra il 95% e il 99%, che rappresenta i vari livelli di probabilità che avvengano perdite su quel portafoglio oltre una data soglia; la valuta utilizzata per il calcolo. La distribuzione delle probabilità avviene in base a diversi sistemi, come la simulazione Monte Carlo o il metodo della varianza-covarianza. E proprio quest’ultimo mezzo, nel quale l’unico fattore di rischio è il valore degli asset nel portafoglio, è stato largamente usato da J.P. Morgan fin dalla fine degli anni Ottanta.

Ma Dimon non ci sta più. «I modelli di valutazione del rischio basati sul VaR sono morti. Il nostro errore non è il primo nell’ambiente e ce ne saranno altri. L’importante è saperlo e io ve lo sto dicendo. Conviene quindi trovare un modello più virtuoso», ha detto durante la conference call notturna. E l’attacco di Dimon ha ricordato la querelle intorno all’uso della copula gaussiana nella modellizzazione finanziaria e nello stesso calcolo del VaR. L’applicazione della copula gaussiana agli strumenti finanziari derivati come le Collateralized debt obligation (obbligazioni strutturate contenenti asset cartolarizzati, ndr) risale ai primi anni Duemila grazie al matematico cinese David X. Li. Per oltre un lustro, nessun problema. Ma dopo lo scoppio della bolla del mercato immobiliare americano, la copula guassiana diventa una delle indiziate per tutte le perdite registrate delle banche mondiali sui portafogli di mutui subprime cartolarizzati. Ma più che lo strumento, l’impressione è che il danno sia stato fatto dall’esasperazione di alcune posizioni e dalla leggerezza nell’aprire trade con un leverage, cioè un rapporto fra capitale di base e capitale investito, di 1 a 40.

La vicenda di J.P. Morgan riapre la querelle sull’uso degli strumenti derivati finanziari. Considerati «un’arma di distruzione di massa» da Warren Buffett, i derivati hanno una loro utilità nel mantenere elevata la liquidità dei sistemi finanziari. Ogni tanto, tuttavia, capita che certe banche (o istituzioni finanziarie) prendano delle posizioni con un rischio troppo elevato. E come in un brutto sogno, i trader che avevano aperto quelle posizioni si ritrovano scoperti, con diversi milioni di dollari di rosso. In quel momento, come spiegò uno dei re dei fondi hedge, John Paulson, «l’unica cosa da fare è restare fermi, respirare tranquillamente, comprendere che è impossibile eliminare tutti i rischi dal nostro lavoro e ragionare a mente lucida se vale la pena tenere aperta quella posizione o conviene chiuderla, anche a costo di perdere miliardi di dollari». Nulla è per sempre, è solito dire George Soros, decano dei finanzieri. «Potenzialmente tutti possono guadagnare miliardi di dollari, ma solo chi ha saputo gestire una perdita miliardaria sa come rifarsi», ha detto nel 1987, dopo il Black Monday che fece tremare Wall Street.

La vicenda di J.P. Morgan ha riportato in auge la regolamentazione della finanza. Con la Volcker Rule, la nuova disciplina della finanza voluta dal presidente Usa Barack Obama, è stato fatto qualche passo in avanti, ma ancora poco è stato fatto sugli High-Frequency Trading (HFT), ovvero sistemi di negoziazione ultraveloci basati su algoritmi matematici. Come ha spiegato alcuni anni fa Jim Rogers, il re delle commodity di Wall Street che ha perfino un indice a lui dedicato, gli HFT rovinano quanto di bello c’è nella negoziazione di Borsa. «Sono macchine, troppo veloci, troppo insicure, troppo pericolose: mi ricordano HAL-9000», ha detto alla CNBC. E il riferimento ad HAL-9000, il supercomputer di “2001, Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, non è così azzardato.

Un sistema HFT costa diverse centinaia di migliaia di dollari. Non è a buon mercato, ma i vantaggi sono elevati. Di fronte a un uomo, vince la macchina. Il sistema riconosce qual è il limite impostato e in alcuni millisecondi completa l’operazione. Un trader umano non riesce nemmeno a rendersi conto di cosa succede che il trade dell’HFT è già concluso. «È frustrante, è senza senso la velocità di questi strumenti, uccidono il mercato», dice a Linkiesta un trader del Credit Suisse. «Non è questione di bravura, ma solo di velocità. Imposti i parametri, l’HFT calcola in modo automatico tutte le variabili e fa lo stesso lavoro di una dozzina di trader esperti, battendoli sistematicamente sul tempo», continua.

Mentre Main Street era impegnata a regolamentare gli aspetti più marginali della finanza, non ha fatto nulla contro gli HFT. E dire che proprio una delle voci più autorevoli su questo punto di vista è stata quella della Federal Reserve di New York, storica anticamera per il Tesoro statunitense. In un paper dell’aprile 2010 si metteva in guardia dagli «squilibri sistemici che i sistemi di negoziazione ad alta velocità possono causare». E, ironia della sorte, fra gli autori del paper c’è un ex direttore degli investimenti di J.P. Morgan. Jamie Dimon, forse, avrebbe fatto bene a tenerselo stretto.  

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