La meritocrazia di famiglia di Cesare Prandelli

La meritocrazia di famiglia di Cesare Prandelli

Niente, in Italia non ce la facciamo proprio a non fare la figura di quelli che tengono famiglia. E così capita perfino a Cesare Prandelli, brava persona e bravo Ct, che chiama il figlio Niccolò nello staff della nazionale, come preparatore atletico. “Che male c’è, se lo merita”. Ah, la meritocrazia. Dunque, Mister Prandelli: se fosse stata una scelta meritocratica, suo figlio – che ha 28 anni – avrebbe lavorato al Real non al Parma. Un giovane virgulto, Niccolò, che aveva iniziato lavorando tre anni col padre a Firenze. È davvero così bravo, Niccolò, da non poterne fare meno? Sarà. Quando avrà fatto vincere il Brasile facendola diventare una squadra tutta corsa, quando avrà portato in serie A una provinciale strabiliando tutti per tenuta atletica e fisica, allora, caro Mister Prandelli, le chiederemo scusa. Per adesso ci limitiamo ad annotare una frase a futura memoria: “auguro a tutti i padri un giorno di poter lavorare con i propri figli”. Noi ci limitiamo ad augurare a tutti i figli di poter lavorare, competendo ad armi pari sulla base di merito e competenze. Senza cognomi a fare alcuna differenza.

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