La tentazione della Lega: non presentarsi alle politiche

La tentazione della Lega: non presentarsi alle politiche

Non presentarsi alle elezioni politiche del 2013. Magari scalzare Roberto Formigoni dalla regione Lombardia e puntare a un governo monocolore leghista nelle tre principali regioni del Nord. Il triumviro Roberto Maroni lo aveva annunciato nelle scorse settimane («Potremmo non presentarci alle politiche»), anche se agli stessi militanti era sembrata una semplice boutade elettorale. Ma dentro la Lega l’idea di rinchiudersi nel Settentrione per i prossimi cinque anni sta diventando un’ipotesi sempre più concreta. Non solo. Lo scenario potrebbe risolvere in un solo colpo diverse problematiche, esterne e interne. «Bisogna farlo seriamente», spiega un uomo molto vicino a Bobo che ricorda come tra un anno difficilmente «il Carroccio sarà forza di governo». Anzi, la possibilità è che la Lega vada peggio che alle ultime elezioni amministrative. 

E allora meglio starsene nelle ridotte di Lombardia, Veneto e Piemonte. Conquistando nuovi militanti sul territorio e risolvendo le beghe interne. Il progetto è in fase di evoluzione. Ma lo schema ha già preso forma, almeno per quanto riguarda le questioni interne. Luca Zaia, presidente a palazzo Balbi a Venezia, andrà a ricoprire il ruolo di vicesegretario federale nel futuro Carroccio: tra i due incarichi non ci sarà incompatibilità. Così Maroni, che il 30 giugno sarà incoronato segretario, vorrebbe prendersi la regione Lombardia, al posto di un Formigoni che con tutta probabilità nel 2013 proverà a candidarsi a Roma. Nel nuovo statuto leghista non ci dovranno essere incompatibilità di incarichi anche per questo motivo. 

Nella Capitale la pattuglia dei deputati leghisti ha già preso sul serio l’eventualità. «Altro che invenzione – racconta il vicecapogruppo Massimiliano Fedriga mentre in Aula si vota la nuova legge sui rimborsi elettorali ai partiti – l’idea di non presentarsi alle prossime Politiche è estremamente concreta». A sentire i parlamentari del Carroccio sarà il congresso federale organizzato alla fine del prossimo mese a ratificare il progetto maroniano. «La gente ci chiede questo – spiega un deputato piemontese – Mi fermano per strada e mi pregano di lasciare il Parlamento, di tornare a fare politica sul territorio». Qualcuno è più diretto: «In quattro anni al governo non siamo riusciti a portare a casa il federalismo. Come facciamo a chiedere ai nostri elettori di mandarci ancora a Roma?».

Rintanarsi al Nord per cinque anni, ripartendo dal territorio, potrebbe giovare pure in termini di consensi elettorali. Si spera in un effetto Beppe Grillo, per spiegare ai militanti che il Carroccio si guarda bene dal sedersi sui banchi della “canaglia romana”. Qualcuno ha proposto nelle scorse settimane il modello Catalunia. Oggi il sindaco di Verona Flavio Tosi ne ha inventata un’altra.  «La Lega Nord deve fare come la Svp: contrattare con il governo i vantaggi per il territorio». Ma soprattutto il primo cittadino scaligero, che con tutta probabilità punterà a succedere a Maroni alla segreteria federale nei prossimi anni, ricorda ai suoi una cosa: «A livello locale la Lega Nord si salva per quanto riguarda ciò che si è fatto nel territorio, ma a livello nazionale gli ultimi sono stati anni disastrosi – ha sottolineato – dopo tre anni e mezzo di governo con Berlusconi, i nostri militanti ci dicevano: “ma a Roma che cosa avete fatto?”. Ed era difficile dare una risposta, al di là di quanto fatto in maniera brillante da Roberto Maroni come ministro dell’Interno». 

Lasciare la Capitale avrebbe un altro indubbio vantaggio. Oltre a raccogliere grandi consensi tra gli elettori padani, il Carroccio eviterebbe la figuraccia di aver mancato l’elezione in Parlamento. Già, perché con l’attuale legge elettorale – il Porcellum – le soglie di sbarramento sono tutt’altro che abbordabili. Per essere rappresentata al Senato la Lega dovrebbe raccogliere l’otto per cento dei consensi. Solo il quattro per cento alla Camera, anche se al momento non è scontato neppure raggiungere questa soglia. A Montecitorio sono in molti a considerare questi dati. Soprattutto tra gli avversari di Maroni, pronti ad addossare all’ex titolare del Viminale la responsabilità di un ulteriore crollo nei sondaggi. Qualcun altro non la prende bene: «Ma che c’entra adesso la soglia di sbarramento? – si sfoga in Transatolantico il leghista piemontese – Se non ci candideremo alle elezioni la nostra sarà una scelta politica, non certo di convenienza».

E poi ci sono le questioni interne. Che oltre a riguardare i soldi, la gestione della cassa del movimento su cui «The Family» vuole avere voce in capitolo, riguardano chi sarà inserito nelle liste per le elezioni politiche. Marco Reguzzoni? Rosi Mauro? Federico Bricolo? Il cerchio magico? Qualche figlio dell’Umberto? «Se non ci presentiamo, il problema non si pone neppure», taglia corto un maroniano di ferro. Del resto, il risveglio dei cerchisti dopo le indagini a carico di Bossi e i figli inizia a farsi sentire. La Mauro, la nera, espulsa per il Tanzaniagate, continua a concedere interviste in cui annuncia che la «Lega è morta», che «Bossi deve tornare». Non lo fa a caso. Il Senatùr continua a ripetere ai suoi che vuole essere presidente onorario. Vuole vigilare sulle espulsioni e avere voce in capitolo sui reintegri. Per questo motivo, sempre Tosi, oggi, ha sparato contro il Capo. «Fosse confermato che ha autorizzato personalmente le spese dei figli, difficile pensare che Umberto Bossi possa fare il presidente della Lega o a qualsiasi ruolo all’interno del movimento».  

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