La Ue? Ci ha messo quattro anni ad accorgersi della crisi

La Ue? Ci ha messo quattro anni ad accorgersi della crisi

Dopo la cena dei leader europei di mercoledì, la stampa internazionale, soprattutto anglosassone, parlava di «ennesima delusione», per l’assenza di «decisioni» da parte della Ue sulla gravissima crisi che l’eurozona sta attraversando. A prescindere dal fatto che in realtà fin dall’inizio era chiaro che non erano da attendere decisioni da quel vertice, i commenti negativi sparsi un po’ ovunque costringono a fermarsi un attimo. E a riflettere, per fare il punto. E allora si scopre che il bilancio di questi tre anni e mezzo a dir poco drammatici non è solo negativo, anche se la crisi è ben lungi dall’essere risolta. Anzi, potrebbe peggiorare.

Basta confrontare l’Ue e l’eurozona del 2012 a quella di inizio 2009. La differenza è clamorosa, sono due mondi diversi. Ancora per tutto il 2009, l’eurozona e l’Ue erano completamente inermi di fronte alle crisi finanziaria. Niente fondo salva-stati, una Bce completamente ingessata sull’ossessione sull’inflazione (ancora nella primavera del 2011 l’Eurotower, in piena crisi, aumentava i tassi). Non esisteva ancora una forma di vigilanza finanziaria comune. Il Patto di Stabilità era ancora un’arma spuntata. E reggeva la leggenda che, anche se legati dalla moneta unica, ogni paese in buona sostanza decideva per sé. «Ogni singolo stato membro è responsabile per finanze pubbliche sane» diceva nel febbraio 2009 la cancelliera Angela Merkel sulla Grecia, in crescente difficoltà. E ancora a dicembre dello stesso anno, dall’Ue arrivava un secco “no” alle pressanti richieste di aiuto di Atene.

Pochi mesi dopo, nel maggio 2010, arriva il primo pacchetto Ue/Fmi da 110 miliardi di euro, seguito, a ottobre 2011, da un secondo di 130 miliardi di euro. Non basta ancora, il dramma greco è storia di questi giorni, sono stati fatti errori enormi con imperdonabili ritardi, ma sminuire un aiuto da 240 miliardi di euro più oltre 100 miliardi di taglio del debito ellenico sarebbe completamente sbagliato. Aiuti che poi, peraltro hanno fatto da battistrada per Portogallo e Irlanda. Nessuno, per ora, è stato lasciato cadere.

La Grecia è solo una parte del tutto. Ancora a inizio marzo 2009, la Merkel si opponeva a un fondo da 50 miliardi di euro, destinati a salvare dal fallimento soprattutto stati dell’est Europa (dall’Ungheria alla Lettonia). A fine mese la leader tedesca cede. Poco più di un anno dopo, nel maggio 2010, la rivoluzione: nasce il fondo salva-stati provvisorio, con l’Efsf, forte di 440 miliardi di euro, e l’Efsm, con 60 miliardi di euro. E’ solo l’inizio, perché l’Ue a fine 2010 creerà un fondo salva-stati permanente, l’Esm, inserito nei trattati e previsto per il 2013 ma anticipato a questo luglio, forte di 700 miliardi di euro. Le critiche sono ben note, a cominciare dal livello insufficiente della disponibilità. Resta però un’innovazione per l’eurozona assolutamente straordinaria. Collegata è quella degli eurobond, sempre più alla ribalta delle cronache. Berlino sta lentamente aprendo – al di là dei nein della Merkel. E si dimentica che – altra novità inconcepibile due anni fa – l’Efsf già emette, con garanzie collettive di tutta l’eurozona, obbligazioni per raccogliere fondi sul mercato in modo da finanziare gli stati sotto programma di aiuti. Non sono eurobond, ma quasi.

Passiamo alla Bce. Fino ad almeno il 2009, era impensabile che l’Eurotower si mettesse a comprare titoli sovrani per far scendere gli spread. Invece dal 2010 in poi è accaduto, dapprima con i titoli greci, portoghesi e irlandesi (inutilmente), poi, in grande stile, nell’agosto 2011 (con più successo), con quelli spagnoli e italiani. Per non parlare poi dell’operazione Ltro lanciata da Mario Draghi, una novità assoluta, con l’immissione in totale di 1.000 miliardi di euro di liquidità a bassissimo costo per le banche. Quando tutti davano per spacciate entro pochi mesi anche Italia e Spagna, l’Europa, sotto forma di Bce, ha trovato il modo di dare almeno un sollievo, per quanto temporaneo, all’emergenza. Non è più la stessa Bce di prima, c’è poco da fare, anche se non è ancora la Fed.

Non possiamo dimenticare, poi, la nuova governance economica. Il “Six Pack”, approvato in autunno scorso da Parlamento Europeo e stati membri, è una vera innovazione che rende la disciplina di bilancio molto più rigorosa, con poteri molto più forti per la Commissione Europea, sanzioni più pesanti e molte meno «scappatoie» per gli Stati. Norme riprese a ampliate poi dal famoso Fiscal Compact voluto dalla Merkel e siglato a marzo scorso. Di questo contesto fa parte anche la creazione, dal primo gennaio 2011, di un sistema europeo di supervisione finanziaria: l’Eba (Autorità bancaria europea), l’Esma (European Securities and Markets Authority) e l’Esrc (European Systemic Risk Council). Soprattutto le prime due hanno poteri veri, come dimostrano i nuovi (e controversi) requisiti di capitale per le banche imposti dall’Eba, o le norme in preparazione presso l’Esma per regolamentare il mercato dei derivati over the counter.

L’assetto Ue è, insomma, rispetto a soli due anni e mezzo fa, completamente cambiato, con un cammino proprio verso quell’unione economica che manca all’eurozona. Un cammino lungo, faticoso, pasticciato del carrozzone Ue, costellato di errori e ritardi. Non è detto che andrà a buon fine, come purtroppo non è detto che l’eurozona si salverà. Dire però che in tutti questi mesi l’Europa sia rimasta come «paralizzata», è un’assoluta sciocchezza. Eppur si muove.

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