L’ascesa dei nazisti in Grecia ricorda la fine di Weimar?

L’ascesa dei nazisti in Grecia ricorda la fine di Weimar?

Grecia, 6 maggio 2012. La patria della democrazia va al voto anticipato per trovare una via di uscita alla catastrofe che sta devastando il suo tessuto economico e sociale. Ma le urne sconvolgono il panorama politico, determinando il crollo delle forze protagoniste della rinascita del paese nel 1974, alternatesi al governo per oltre trent’anni in una logica bipartitica. Il Parlamento che nasce dalle elezioni è frammentato e incapace di dare vita a un esecutivo efficace, forte, duraturo. A prevalere è l’estremismo, il populismo, il massimalismo, le fratture ideologiche. Sul versante progressista il predominio del Pasok lascia lo spazio alla radicalizzazione tra gruppi gelosi della propria identità, primi fra tutti i comunisti duri e puri del Kke. Mentre per la prima volta fa ingresso con il 7 per cento dei voti una forza apertamente neo-nazista, che minaccia i “traditori della nazione”, propone il pugno di ferro contro gli immigrati e chiede di minare le frontiere greco-turche. E nella popolazione stremata dalla crisi e dai sacrifici imposti dalle autorità internazionali si fa strada l’avversione contro l’Europa “matrigna e feroce”.

Germania, 20 maggio 1928. Crollate le speranze della democrazia di Weimar, un paese in preda alla spirale inflazionistica e alla disoccupazione generalizzata, soffocato dalle clausole del Trattato di Versailles imposto dagli Stati vincitori del primo conflitto mondiale, va a votare dopo l’ennesimo scioglimento anticipato del Reichstag alla disperata ricerca di stabilità. Il risultato del voto acuisce una crisi politica e istituzionale endemica. Conservatori e socialdemocratici vengono ridimensionati e non sono più in grado di governare autonomamente. Aumentano i propri suffragi i comunisti legati all’Unione Sovietica, e nel magma dell’estrema destra acquistano visibilità i nazionalsocialisti di Adolf Hitler, mediocre caporale e pittore fallito con velleità golpiste, che entrano in Parlamento con il 2,6 per cento. In quel Parlamento frantumato anche grazie alla legge elettorale proporzionale, prende avvio un’avanzata inarrestabile che appena cinque anni più tardi porterà la Nsdap a sfiorare il 44 per cento dei voti, proiettando il suo capo alla Cancelleria.

All’indomani del voto che ha terremotato il panorama politico greco, aumentano gli interrogativi sul futuro della democrazia ellenica, che vive oggi il suo momento più difficile dopo l’invasione tedesca e la Resistenza. Un orizzonte in cui si addensano ombre inquietanti, considerando le analogie con la fase cruciale della crisi della Germania weimariana, prima fra tutte l’affermazione dei fanatici di “Alba Dorata”, formazione che si richiama anche simbolicamente alle radici dell’esperienza hitleriana e i cui rappresentanti si definiscono “nazionalisti e socialisti”. Tuttavia sulla validità di un simile parallelo le analisi degli storici e dei politologi interpellati dal nostro quotidiano differiscono profondamente.

Un netto rifiuto della sostenibilità del confronto fra la realtà odierna della Grecia e la Germania di Weimar viene espresso da Gian Enrico Rusconi, docente di Scienza politica all’Università di Torino. A giudizio dello studioso, singoli elementi di somiglianza, come la polarizzazione dei partiti estremisti, l’impoverimento dei ceti medi, l’anti-europeismo diffuso, non eliminano un dato fondamentale: «La Germania era pur sempre virtualmente una grande potenza in un sistema internazionale basato sulle sovranità delle nazioni storiche, mentre oggi l’esistenza della Ue, delle Bce e di altre istituzioni vincolanti introduce novità inedite». E la ragione di fiducia, forse di speranza, per l’avvenire della democrazia più antica del pianeta, risiede nella presenza di simili organismi, «dai quali dovrebbe partire una reazione capace di evitare alla Grecia il tracollo che molti ipotizzano: reazione impensabile e impraticabile negli anni Trenta». Questo non vuol dire, puntualizza Rusconi, «che la Grecia non possa precipitare in un abisso, ma non ripeterebbe lo schema weimariano, anche se alcuni ingredienti sono simili».

Più problematico il ragionamento di Giorgio Galli, politologo dell’Università Statale di Milano, il quale mette in luce la differenza fondamentale tra le due realtà storiche, «soprattutto se l’attenzione degli osservatori si focalizza sull’exploit di Alba Dorata». Una formazione di dimensioni ridotte, spiega lo studioso, che non possiede la capacità dei nazionalsocialisti tedeschi di aggregazione di fronte alla crisi dei grandi partiti. Perché quel parallelo possa essere valido è necessario che si ripetano le dinamiche che portarono al disfacimento della Repubblica di Weimar: un aggravamento della crisi economica e una serie di scioglimenti anticipati del Parlamento con elezioni a catena, in cui i “socialisti nazionali” ellenici possano allargare progressivamente il proprio consenso. Non vi è dubbio, osserva Galli, che la frammentazione partitica e la paralisi istituzionale scaturite dalle urne costituiscano le condizioni favorevoli a una simile deriva. «La cui responsabilità non può essere individuata solo in un ceto dirigente ellenico inadeguato, ma deve essere ricercata nel comportamento miope e cinico dei governi europei e dei tecnocrati di Bruxelles».

Un punto su cui le consonanze tra epoche storiche distanti trovano più di una ragione. La Grecia, evidenzia il politologo, è stata colpita più di tutti dalla tempesta finanziaria del 2008, così come la Germania fu travolta dalla Grande depressione del 1929. E se Berlino venne punita in modo spietato dal Trattato di pace di Versailles, Atene è stata penalizzata oltre ogni ragionevolezza dai diktat della Troika Ue-Bce-Fmi e dalla strategia dell’asse Merkel-Sarkozy. I quali sapevano perfettamente che il ceto politico ellenico aveva falsificato i bilanci per entrare nell’Eurozona, ma allo scopo di difendere gli interessi delle banche e delle multinazionali francesi e tedesche detentrici di grandi quantità del debito greco non mossero un dito per opporsi. Salvo assolvere la propria coscienza attraverso l’imposizione di durissimi sacrifici per il salvataggio del paese, per cui era sufficiente un intervento tempestivo e limitato alle prime avvisaglie della crisi.

È possibile ora evitare il baratro e allontanare lo spettro di Weimar? A giudizio di Galli l’unica soluzione è in un atto di fantasia e di coraggio della classe dirigente greca per rinegoziare il debito e gli accordi internazionali: «È interesse di tutta l’Ue, visto che una fuoriuscita di Atene dalla moneta unica alimenterebbe una vasta speculazione contro il Vecchio Continente e contro l’euro». Lo studioso ritiene indispensabile che la sinistra radicale di Syriza, vincitrice del voto di domenica, formi e guidi al più presto un’alleanza di governo in grado di agire con autorevolezza in questa direzione, voluta dalla grande maggioranza degli elettori. «Ma è doveroso che il variegato universo della sinistra ellenica abbandoni ogni purezza ideologica e si liberi dalle illusioni massimaliste».

Un invito alla prudenza nell’ipotizzare paragoni “ambigui e forzati” viene da Emilio Gentile, allievo di Renzo De Felice e uno dei principali studiosi del fascismo e del totalitarismo. Per lo storico, le analogie tra due realtà e epoche molto lontane possono essere utili per comprendere le cause della crisi greca. A partire dalla gestione irresponsabile della finanza pubblica da parte di un ceto dirigente che ha favorito per anni una corsa alla spesa incontrollata e al disavanzo di bilancio. Una deriva aggravata dai riflessi della crisi economica globale, che ha prodotto la degradazione della vita sociale e l’impoverimento della classe media. E proprio come nella Germania di Weimar, puntualizza Gentile, l’architettura istituzionale imperniata su un meccanismo di voto proporzionale rende laboriosa la formazione di un governo forte di una solida maggioranza parlamentare, in grado di fronteggiare l’emergenza e di promuovere una svolta «Il multipartitismo esasperato che domina ad Atene finisce inevitabilmente per alimentare gli estremismi, incapaci di fornire risposte concrete al di là di slogan superficiali e rozzi».

Emblematica è la campagna di Alba Dorata contro “il complotto internazionale dei poteri forti a danno dell’identità ellenica”. Argomenti e linguaggio che riecheggiano il repertorio ideologico dei nazionalsocialisti, con alcune differenze significative: al posto degli ebrei nel mirino dell’estrema destra compaiono gli immigrati. Per Gentile tuttavia le analogie terminano qui. «Alba Dorata, fautrice di uno stato nazionale chiuso nelle proprie frontiere, non coltiva aspirazioni espansionistiche o militaristiche immaginando una Grande Grecia allargata alla Macedonia e all’Albania o in guerra con la Turchia. E sul versante opposto, il Kke non può contare sul riferimento all’Unione Sovietica, come i comunisti di Weimar». A rendere azzardato il parallelo storico è poi la diversità della cornice internazionale. «La Germania, ricorda Gentile, aveva subito durissime sanzioni come potenza sconfitta di un conflitto mondiale di cui era ritenuta responsabile. Berlino doveva pagare le riparazioni per i danni inferti con le sue aggressioni e occupazioni. Oggi l’Unione Europea impone sacrifici alla Grecia per aiutarla a risanare i suoi conti e uscire dalla crisi, così come fa con Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda».