L’Egitto vota il nuovo presidente, per la prima volta il vincitore non è già noto

L’Egitto vota il nuovo presidente, per la prima volta il vincitore non è già noto

La vera, incontestabile, novità è questa: gli egiziani vanno alle urne per le elezioni presidenziali – oggi e domani il primo turno, eventuale ballottaggio il 16 e 17 giugno – e, per la prima volta nella storia, il vincitore non è noto in partenza. Non l’ultimo premier di Mubarak, Ahmed Shafiq, né il Talleyrand delle piramidi, Amr Moussa, per un decennio ministro degli Esteri dell’ancien régime, poi traslocato dal 2001 al 2011 nella sede della Lega Araba, di cui è stato segretario. E neppure i due candidati di area islamista, l’ex esponente dei Fratelli Musulmani, Aboul Fotouh, cacciato del movimento per aver violato il precetto della neutralità elettorale, e Mohammed Morsi, rappresentante ufficiale della Fratellanza, in seguito al clamoroso voltafaccia, ma seconda scelta del partito, dopo l’esclusione per via giudiziaria di Khairat al-Shater.

La lista degli aspiranti presidenti è piuttosto affollata: accanto ai quattro favoriti ci sono il nasserista Hamdeen Sabahi, dato in netta risalita nei sondaggi, un altro islamista, l’intellettuale Mohamed Selim el-Awa, vari candidati di sinistra – il “nemico delle privatizzazioni” Khaled Ali, il leader della rivolta dei giudici del 2005, Hisham el-Bastawissi, e il socialista Abou Ezz El-Hariri – più una serie di carneadi, come il militare in pensione Hossam Khairallah, il poliziotto Mohamed Fawzi Eissa e il giovane Mahmoud Hossan.

Con il parlamento dominato dagli islamisti ma paralizzato dal confronto/scontro con i militari, l’elezione presidenziale assume un’importanza ancora maggiore, per quanto i poteri del capo dello Stato non siano ancora ben definiti, in attesa della nuova Costituzione. Non c’è dubbio, infatti che il vincitore, chiunque esso sia, giocherà un ruolo di primissimo piano nella costruzione dell’Egitto che verrà.

I sondaggi, compreso quello dell’autorevole centro studi al Ahram, sono altalenanti e non sembrano fornire grande affidabilità. Il favorito, da mesi, sembra essere il 76enne Moussa, un cacicco del vecchio regime che è stato abile nel distanziarsi da Mubarak prima della sua caduta. Il fatto che all’epoca della rivoluzione fosse il segretario della Lega Araba – anche perché anni prima il faraone moderno aveva voluto allontanare un potenziale concorrente, con il quale non erano mancati i contrasti – lo ha salvato dal tracollo. Il diplomatico si presenta come il baluardo necessario ad arginare l’avanzata islamista e, al tempo stesso, l’uomo di esperienza in grado di traghettare il Paese in questa fase di transizione. Moussa non manca di corteggiare la minoranza copta, dieci per cento della popolazione, dipingendo i suoi principali avversari come pericoloso estremisti.

Un riferimento polemico rivolto soprattutto ad Aboul Fotouh e Mohammed Morsi. Il primo è il volto moderato dell’islam politico, piace ai conservatori, ma riscuote forti simpatie anche tra i liberali e i riformisti. Predica la tolleranza religiosa, a tal punto che nel faccia a faccia televisivo con lo stesso Moussa ha dichiarato di non ritenere un crimine la conversione al cristianesimo di un musulmano. Ha conosciuto le patrie galere, dal 1996 al 2001, ha partecipato alla rivoluzione di piazza Tahrir e adesso si presenta con fiducia ai nastri di partenza. Morsi rappresenta invece il piano B dei Fratelli Musulmani, appartiene all’ala conservatrice del movimento, ma ha mantenuto un profilo basso, sottolineando la necessità di avere rapporti “equilibrati” con gli Stati Uniti, senza il cui sostegno economico e militare, 1,3 miliardi di dollari l’anno, il Cairo non potrebbe sopravvivere.

Chi viene dato in grande ascesa è Ahmed Shafiq. L’ultimo premier nominato da Mubarak, in un estremo e velleitario tentativo di maquillage, sembrava essere fuori dalla partita presidenziale, per via di una legge proposta in Parlamento dalla Fratellanza, che mirava ad escludere gli ex sodali del faraone deposto. La Corte Suprema, però, ha riammesso il 71enne Shafiq, che adesso, forte di una ricca campagna elettorale e del sostegno di parte dell’establishment militare, ambisce a raccogliere i voti di cittadini sensibile al suo messaggio “legge ed ordine”, preoccupati dall’aumento costante del crimine. L’ex ministro dell’aviazione civile – suo il riuscito ammodernamento dell’aeroporto del Cairo – promette di “restaurare la grandezza del vecchio Egitto” ed offre un messaggio di stabilità, di fronte alla prospettiva di una deriva iraniana.

La sorpresa, però, potrebbe arrivare da Hamdeen Sabahi, socialista e nazionalista, secondo una tradizione politica egiziana che risale a Nasser. Sabahi può vantare un’opposizione di lunga data a Mubarak – nel 2004 è stato uno dei fondatori del movimento di opposizione “Kefaya” – e gode dei favori del “popolo di Tahrir”, quella minoranza laica e combattiva che ha avviato il processo di rovesciamento del regime. Il leader nasserista punta sul potenziamento del welfare e sull’aumento di salari minimi e sussidi, mostra i muscoli nei confronti di Israele e, da ex poeta, raccoglie i favori di buona parte del ceto intellettuale, compreso il celebre romanziere Ala al-Aswany.

Dato il numero e il profilo dei candidati, è probabile che, per eleggere il presidente, sia necessario il ballottaggio. Dal voto parlamentare dello scorso inverno era emersa una marea islamista – Fratelli Musulmani e salafiti avevano raggiunto il settanta per cento– ma questa volta il fronte sembra in lieve ritirata. Dopo la bocciatura per via giudiziaria del candidato estremista Abu Ismail, per via della cittadinanza americana della madre, Al-Nour, il partito del salafismo, ha fatto dichiarazione di voto per Fotouh, una decisione non condivisa da tutto il movimento, e che potrebbe alienare allo stesso Fotouh una parte del consenso moderato.

La Fratellanza, dal canto suo, pur conservando una macchina organizzativa di primo livello, non pare in grado di dominare la partita, sia per l’esclusione della prima scelta, il potente businessman Shater, sia per la deludente performance parlamentare. I tentativi di far cadere l’esecutivo Ganzouri, per sostituirlo con uno a guida islamista, sono caduti nel vuoto, i rapporti con i militari hanno sempre oscillato tra lo scontro e l’intesa, indebolendo la popolarità dei Fratelli, protagonisti anche di una diatriba con le altre forze – liberali, copti, persino l’influente istituto sunnita Al Azhar – all’interno del panel incaricato di scrivere la nuova costituzione, poi sciolto anch’esso per via giudiziaria.

Chiunque uscirà vincente dalla tenzone elettorale dovrà fare i conti con l’esercito, il cui ruolo è sempre andato al di là della semplice difesa dei confini. Ogni presidente egiziano dal 1952, anno del colpo di Stato dei Liberi Ufficiali, è uscito dai ranghi delle forze armate, che rappresentano una formidabile potenza economica in vari campi, dall’immobiliare alle infrastrutture, dal turismo all’elettronica. I militari hanno promesso di “tornare alle caserme”, ma è chiaro che il potere civile dovrà trovare con loro un modus vivendi, definendone prerogative ed ambiti d’azione.

In Egitto è ancora in vigore una norma, la Legge 313, che vieta di parlare dell’esercito, il cui budget è segreto, al di fuori del controllo del parlamento. I favori elettorali delle forze armate sono indirizzati Shafiq e a Moussa – che sull’argomento, però, si è mostrato molto elusivo – ma anche gli altri candidati sono consapevoli che un patto dovrà essere stretto. Morsi ha fatto sapere che si avvarrà della loro consulenza per nominare il ministro della Difesa, e lo stesso Fotouh, che a parole è il più agguerrito, su budget e ruolo economico dei militari non ha chiuso la porta a un’intesa.