Va’ pensieroMangiarotti, tredici medaglie olimpiche con il braccio sbagliato

Mangiarotti, tredici medaglie olimpiche con il braccio sbagliato

Sazio di giorni e di medaglie se ne è andato a 93 anni Edoardo Mangiarotti. È morto nella sua casa di Milano, in via Solferino. Edoardo Mangiarotti era un monumento dello sport, non solo italiano, ma mondiale. Schermidore dalla longevità miracolosa, fra il 1936 (Olimpiadi di Berlino, quelle di Owens e Hitler) e il 1960 (Giochi di Roma), salì sul podio olimpico 13 volte. Era, in assoluto, uno degli atleti più premiati al mondo.

Anche da ultraottantenne ha continuato a seguire le gare di scherma alle Olimpiadi. Sempre distinto, elegante, in giacca e cravatta, era un gentiluomo di altri tempi. Ai Giochi di Atlanta, nel 1996, era già un vecchio signore eppure c’erano ragazzi americani poco più che ventenni che gli chiedevano emozionati un autografo, consapevoli di trovarsi di fronte a una leggenda dello sport. Lo ricordiamo accanto alla pedana delle finali olimpiche anche nel 2000 a Sydney. Ormai Mangiarotti aveva girato la boa degli ottant’anni, ma aveva affrontato ugualmente un lunghissimo viaggio aereo dall’Italia. Quella fu davvero un’occasione speciale, alla quale non poteva mancare. Infatti fu proprio a Sydney che il “Dream Team” delle ragazze del fioretto (Valentina Vezzali, Giovanna Trillini, Diana Bianchedi) regalò all’Italia la centesima medaglia olimpica della nostra scherma. Quel giorno anche lui, il mitico Edo, che di medaglie ne aveva vinte tante, il campione abituato al tricolore sul pennone e alla musica dell’inno nazionale, aveva gli occhi lucidi e tratteneva a stento la commozione.

Edoardo Mangiarotti era cresciuto a pane e lame. Il padre, Giuseppe, era stato atleta olimpico (Londra, 1908) e maestro di scherma. Rosetta, la madre, era arrivata seconda in un campionato italiano. Incrociavano le lame anche i fratelli Mario e Dario. Il più forte era Dario, pure lui campione olimpico e mondiale, che se ne è andato nel 2010 a 95 anni.
Destrorso, a 11 anni Edoardo Mangiarotti fu trasformato in mancino dal padre, convinto che in questo modo sarebbe diventato più competitivo. Edoardo gareggiò sia nel fioretto che nella spada. Esordì in nazionale nel 1935 e nel 1936 ai Giochi di Berlino portò all’oro la squadra di spada. L’anno dopo arrivò il titolo mondiale. Era in piena ascesa quando lo scoppiò della seconda guerra mondiale portò all’interruzione delle principali competizioni internazionali. Arruolato nel VII reggimento di fanteria di Milano, il giovane campione fu poi trasferito a Malnate, vicino al confine svizzero. Per non rischiare di finire prigioniero delle SS, preferì andare in un campo di internamento in Svizzera, dove nei fine settimana riusciva anche ad allenarsi con i più forti schermidori elvetici.

Mangiarotti tornò in pedana nel 1947 conquistando il titolo italiano di spada, ma nella stessa competizione (Olimpiadi, mondiali, europei) gareggiava in entrambe le armi.

Nelle Olimpiadi del 1948 a Londra conquistò due argenti (fioretto) e un bronzo (spada individuale). Ai mondiali di Stoccolma nel 1951 vinse l’oro nella spada individuale (contro l’azzurro Pavesi), ma prese anche tre argenti nel fioretto individuale e con le squadre di fioretto e spada. Nel 1952, ai Giochi di Helsinki, vinse l’oro nelle due prove di spada e l’argento nelle due prove del fioretto. Quattro anni dopo, a Melbourne, il suo bottino si arricchì di altre tre medaglie (due ori e un bronzo). In Australia Edoardo Mangiarotti fu anche portabandiera durante la cerimonia di apertura. Il privilegio gli toccò ancora nel 1960, quando chiuse la sua carriera alle Olimpiadi di Roma. Concluse in bellezza, con l’oro nella spada a squadre e l’argento nel fioretto a squadre. Aveva già 41 anni, la stessa età di Zoff quando nel 1982 a Madrid alzò la coppa del campionato del mondo di calcio.

Riassumendo, le sue medaglie olimpiche sono state 13 (6 ori, 5 argenti, 2 bronzi). In più vanno messe nel conto 26 medaglie conquistate ai campionati mondiali. Il solo rammarico è stato quello di non aver mai vinto un oro olimpico nel fioretto individuale, dove i francesi gli hanno sempre sbarrato la strada.

Campione impareggiabile nella scherma, Edoardo Mangiarotti se la cavava anche con la penna. Fra il 1949 e il 1972 scrisse di scherma per la Gazzetta dello Sport. Andava in pedana, gareggiava, vinceva e poi correva a scrivere i suoi articoli per la Gazzetta.

Dopo aver vinto l’oro ai Giochi di Roma, scrisse fra l’altro nel suo resoconto per la rosea: “Immenso tripudio, profonda gioia stasera al palazzo dei Congressi per la vittoria degli spadisti nel torneo a squadre. Si sono visti molti volti rigati dalle lacrime e abbracci a non finire. Per lo sport italiano, gli spadisti avevano appena conquistato la 13ª medaglia d’oro, per la scherma la 2ª, e a testimonianza che essa non è morta, che è più viva che mai e che l’avvenire la troverà attrice come esempio di disciplina e di volontà”.

Quella disciplina e volontà che lo hanno guidato per 93 lunghissimi anni in cui è stato atleta, maestro, giornalista e dirigente sportivo. Come si dice in questi casi, gli sia lieve la terra. 

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