Parisi: “I sardi hanno votato per abolire le province, ma non è antipolitica”

Parisi: “I sardi hanno votato per abolire le province, ma non è antipolitica”

Superato il quorum del 33,3% +1 dei voti. La certezza arriva dopo la chiusura dei seggi, alle 22 di domenica. Sono andati a votare 525.651 cittadini sardi, per un dato di affluenza del 35,5%. Quando sono state scrutinate un terzo circa delle sezioni, i “sì” sono una maggioranza bulgara (intorno al 95%) in tutti i quesiti: dall’abolizione delle province istituite dieci anni fa allo stipendio dei consiglieri (e alla riduzione del loro numero), dalla revisione dello statuto sardo all’elezione diretta del presidente della Regione. Unica eccezione, dove i sì sono “solo” il 68,5%, è il referendum consultivo sull’abolizione delle province storiche della Sardegna: Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano.

«Sono molto soddisfatto», dice Arturo Parisi, Pd, tra i promotori della consultazione. Insieme a lui un fronte trasversale da destra a sinistra, compreso il presidente della Regione Ugo Cappellacci, Pdl, e lo storico referendario Mario Segni. «Il voto è stato diffuso in tutta l’isola», prosegue Parisi, «addirittura la provincia dove c’è stata maggiore affluenza è una di quelle che saranno abolite, Medio Campidano. Nella maggioranza dei comuni si è raggiunto il quorum. Insomma, sapevamo che la società sarda era cresciuta, ma non sapevamo di quanto. Ora possiamo dire che esiste un elettorato “di opinione”, che esprime una voglia di protagonismo da parte dei cittadini senza bisogno di mobilitazioni particolaristiche. In questo caso infatti non c’erano candidati, liste e partiti a trainare il consenso. C’è di che essere felici sia per la quantità, sia per la qualità di questo voto».

Quanto al significato di questo voto, Parisi non vuole che si parli “anti-politica”: «Rigetto senza esitazione questa teoria», dichiara l’ex ministro della Difesa. «La voglia di cambiamento si è espressa secondo le regole: centinaia di migliaia di cittadini sardi si sono messi in fila sotto la pioggia per votare, esercitando un loro diritto previsto dall’ordinamento. Non è stato in alcun modo un fenomeno al di fuori delle regole, ma al suo interno. Non si può parlare di antipolitica né nel contenuto, né nella forma. Alcuni politici potrebbero fare questo errore, ma solo perché tendono a identificare la politica con se stessi e coi partiti».

Anzi, secondo l’onorevole Parisi, questo voto ha una valenza “politica” anche nazionale. «Al di là dei quesiti specifici, io penso che con questi referendum i cittadini abbiano voluto esprimere due orientamenti generali: una richiesta di maggiore democrazia diretta, e la voglia di ridurre i costi dell’intermediazione politica».

È un vento che soffia su tutta l’Italia quello che, di recente, sta gonfiando le vele ai referendum. Dopo quasi 20 anni in cui la soglia del quorum non veniva superata, da qualche mese si è invertita la tendenza. Dai quattro quesiti (approvati a giugno 2011) su nucleare, acqua e legittimo impedimento, al voto – mancato – sul Porcellum: anche in quell’occasione erano state raccolte più di un milione di firme in pochissime settimane, e solo una decisione della Corte Costituzionale aveva impedito che si tenesse la consultazione. L’abolizione delle province – secondo Parisi – potrebbe essere uno dei prossimi temi di mobilitazione nazionale: «sfruttando la congiuntura favorevole potrebbe avere successo». La Sardegna è una Regione a statuto speciale, quindi istituisce le province con legge regionale, e con referendum regionale può abrogarle («Da soli abbiamo fatto il danno, da soli lo dobbiamo rimediare», sintetizza Parisi). Per le Regioni a statuto ordinario sarebbe necessario abrogare una legge dello Stato.

Di fronte alla vittoria dei referendari c’è chi non si rassegna. Roberto Deriu, Pd, presidente dell’Unione delle Province sarde e a capo della Provincia di Nuoro, ha annunciato l’intenzione di investire della questione il Consiglio di Stato, dopo Tar e Tribunale civile. «A nostro parere», spiega Deriu «è irrilevante, dal punto di vista economico, il taglio delle province. Cancellarle non serve a niente, crediamo che questo livello di governo vada mantenuto». Guardando i dati sembra però che i cittadini sardi interessati alla questione ritengano sicuramente che otto province sono troppe (i “sì” all’abolizione delle nuove province viaggiano vicini al 100%), e in grande maggioranza che si tratti di enti inutili (i “sì” all’abolizione anche delle altre quattro province sono vicini al 70%).

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