Sorpresa, in Grecia e Spagna non c’è fuga dalle banche

Sorpresa, in Grecia e Spagna non c’è fuga dalle banche

È corsa agli sportelli in Grecia e Spagna. O forse no. Insomma, dipende. In tarda mattinata è stata ripresa da tutti i giornali internazionali la notizia dei correntisti di Bankia, l’istituto di credito iberico nazionalizzato per via della sua esposizione sull’immobiliare, che in una settimana hanno ritirato oltre un miliardo di euro dai loro depositi. Allo stesso modo hanno fatto scalpore le immagini delle file dei risparmiatori di fronte alle banche, ad Atene. Se è vero che una tempesta inizia con poche gocce di pioggia, e che domani il quadro potrebbe già essere radicalmente cambiato, la fuga dei depositi per adesso non sembra aver preso una forma drammatica.

Secondo James Mackintosh, editorialista del Financial Times, i greci stanno mettendo i soldi sotto il materasso al ritmo dello 0,75% del totale del Paese al giorno, mentre il miliardo di euro prelevato dalle casse di Bankia, stando all’ultima trimestrale della banca, rappresenta circa l’1% dei 111,8 miliardi depositati dai clienti. «Non è vero che c’è stata una fuga dei correntisti da Bankia», ha detto oggi il segretario di Stato all’Economia Fernando Jimenéz Latorre, ribadendo: «Non c’è nessuna ragione per temere una fuga dei depositi». Intanto il titolo ha lasciato sul terreno l’11% nelle prime ore di contrattazione, arrivando a perdere il 30% teorico in una seduta negativa per tutti i listini europei, compreso l’Ibex, che oggi ha chiuso a -1,11 per cento. Che Bankia non fosse più attraente non è una novità, come rivelano i conti al 31 marzo scorso, dove si legge: «Escludendo i pronti contro termine e i covered bond legati ai mutui, i depositi dei clienti sono scesi di 766 milioni di euro (-1%) rispetto al dicembre 2011». Bankia, nel pomeriggio, ha diffuso una nota in cui si giustifica con “fattori stagionali” la diminuzione dei depositi. La situazione degli istituti iberici, in ogni caso, rimane difficile, tanto che i rumors parlano di un’imminente  declassamento da parte dell’agenzia di rating Moody’s. La quale, intanto, ha downgradato oggi quattro Regioni: Estremadura, Andalusia, Catalogna e Murcia. 

Tradizionalmente il punto di riferimento degli investitori quando si tratta di “bank run” è Northern Rock. I più si ricorderanno, nell’autunno 2007, le file chilometriche dei clienti presso le filiali della banca inglese, riprese dalle telecamere piazzate sugli elicotteri dei network britannici. Quel giorno, il 14 settembre 2007, fu ritirato il 5% del totale dei depositi e poco dopo la Bank of England fu costretta a nazionalizzarla. Con una battuta, si potrebbe obiettare che forse i sudditi di Sua Maestà non sono molto abili nella gestione delle code, ma tant’è. Negli Stati Uniti il caso di scuola è IndyMac, banca fortemente esposta ai derivati legati ai mutui subprime, che in undici giorni, nel maggio del 2008, subì prelievi da parte dei correntisti per 1,3 miliardi di dollari su 19 miliardi complessivi, ovvero il 6,8% del totale. Fuga che innestò una crisi di liquidità irreversibile, che causò, nel luglio dello stesso anno, il suo salvataggio da parte della Fdic (Federal deposit insurance corporation) dopo che le sue azioni erano scese sotto la soglia di un dollaro, segnando una perdita del 99% rispetto al loro prezzo di tre anni prima.

Non esiste una definizione univoca di “bank run”, e non esiste una soglia convenzionale fissata dall’accademia. Nel 1995 è Barry Eichengreen, economista dell’Università di Berkeley, a fornire un metodo per individuare le crisi monetarie in base al verificarsi di alcune condizioni tra cui, ad esempio, una fuga dei depositi che costringe alla chiusura una o due banche, seguita da un intervento pubblico di salvataggio. Stando a un working paper del 2005 del Fondo monetario internazionale intitolato Cross-Country Empirical Studies of Systemic Bank Distress: A Survey , i due autori, Asli Demirgüç-Kunt ed Enrica Detragiache, ritengono che la distinzione tra un momento di fragilità dell’economia e uno di crisi stia nel verificarsi di almeno una delle seguenti condizioni: i crediti dubbi sul totale degli impieghi superi il 10% (ad esempio, secondo PwC i non performing loans nel 2012 saranno il 7% del totale in Italia) il costo delle operazioni di salvataggio superi il 2% del Pil, i problemi del settore bancario abbiano causato nazionalizzazioni su larga scala, e una prolungata fuga dei depositi. Dall’inizio dell’eurocrisi, nel 2009, due delle quattro condizioni si sono già verificate. L’ultima non ancora, ma è solo un corollario.

Twitter: @antoniovanuzzo 

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