Un altro default o una guerra civile: ecco cosa rischia Atene

Un altro default o una guerra civile: ecco cosa rischia Atene

Dopo il voto, per la Grecia è arrivato il momento delle riflessioni sul proprio futuro. Sul piatto non c’è solo il mantenimento in vita del programma di aiuti internazionali della troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Commissione europea). C’è soprattutto la permanenza di Atene nell’eurozona, Il rischio di un deragliamento delle trattative fra i partiti politici, anche in caso di formazione di un nuovo governo guidato dalla sinistra radicale del Syriza, potrebbe infatti spingere la Grecia verso il baratro del ritorno alla dracma.

Lo stallo politico della Grecia è servito. Il primo partito del Paese, la Nea Dimokratia di Antonis Samaras, aveva tempo tre giorni per formare un governo. E in teoria avrebbe dovuto farlo con il Pasok di Evangelos Venizelos, l’ex ministro delle Finanze. Ieri Samaras ha però rimesso il suo mandato nelle mani del presidente Karolos Papoulias. È quindi subentrato il Syriza di Alexis Tsipras, formazione politica della sinistra radicale che è stato il secondo partito del Paese, superando proprio il Pasok. Ma Tsipras ha subito detto che uno dei suoi primi obiettivi, oltre a una rinegoziazione degli accordi con la troika, sarà quello di attivare una «commissione internazionale d’inchiesta per capire se il debito pubblico ellenico è legale o no». Parole che hanno fatto tremare i polsi dei tecnici della Commissione europea, memori dell’esempio dell’Islanda, molto simile a ciò che lascia intendere di voler fare il leader del Syriza. «Siamo in un vicolo cieco», dice a Linkiesta un funzionario di palazzo Justus Lipsius. «I margini di lavoro con Atene sono sottilissimi, se non trovano un accordo, dovranno andare a nuove elezioni», afferma. E infatti, ci sarebbe già la data pronta: 17 giugno. Se però nemmeno in quel caso si riuscirà a formare un governo, potrebbe essere messa a repentaglio la sopravvivenza della Grecia con l’attuale programma di aiuti.

Alla luce di questo, la divisione ricerca di Citigroup ha messo in guardia i clienti dal rischio che la Grecia possa essere diretta verso una fuoriuscita dall’eurozona. Secondo il capo economista Willem Buiter le probabilità di una secessione dall’euro in un arco temporale di 12-18 mesi è ora compresa fra il 50% e il 75%, mentre prima delle elezioni la quota era fissa al 50 per cento. «La percentuale è in ascesa, dato che senza progressi è possibile che la troika decida di fermare il programma di sostegno per la Grecia», scrivono gli analisti di Citigroup. «La situazione è degenerata proprio a causa delle elezioni e l’ascesa di partiti con forte carattere nazionalista aumenta il pericolo che la deriva del Paese porti verso la secessione dell’euro», continuano. Dello stesso avviso è anche Goldman Sachs, che ricorda come «nonostante sia stata completata la ristrutturazione del debito, la Grecia ha ancora troppi pochi margini per rendere sostenibile il proprio debito».

Proprio per queste ragioni, nelle sale operative si torna a parlare di default. E sarebbe il secondo nell’arco di un anno, dopo quello del 9 marzo scorso, come certificato dal pagamento dei Credit default swap (Cds, i derivati che immunizzano dal fallimento di un asset, ndr) determinato dall’International swap and derivatives association (Isda), l’ente che disciplina le controversie su questi strumenti finanziari. Sì, perché il primo default è stato selettivo, essendosi concentrato solo sui 206 miliardi di euro (su 365 totali) di debito pubblico emessi sotto la legge ellenica. Ma ci sono poi tutti gli altri miliardi, emessi con la legislazione internazionale. E come ha spiegato Charles Dallara, numero uno dell’Institute of international finance (Iif), la lobby bancaria internazionale, «c’è la possibilità di un nuovo default della Grecia, se non si troverà una soluzione sul nuovo governo entro luglio».

Al Fondo monetario internazionale le facce sono tirate e la tensione continua a essere elevata. «Senza un adeguato governo, è possibile che non si possa procedere al mantenimento in vita del programma di aiuti», hanno fatto sapere i funzionari dell’istituzione guidata da Christine Lagarde. Il rischio di una paralisi in grado di destabilizzare il Paese è uno degli scenari presenti sul tavolo. Del resto, lo stesso Fmi ha specificato che «la missione non tornerà in Grecia fino a quando non sarà formato un governo». Un pericolo che, considerate le ultime novità, è sempre più vicino. Intanto però i 5,2 miliardi di euro previsti per giugno, come ha confermato oggi un portavoce del Fmi, saranno erogati. Diversamente, non è chiaro se le tranche successive saranno garantite anche in assenza di un governo.

Dopo la ristrutturazione del debito pubblico iniziata a marzo e ultimata poche settimane fa, la Grecia ha aderito un lungo programma di consolidamento fiscale. L’obiettivo da raggiungere nel breve termine non è facile. Secondo il rapporto del Fmi, entro la fine di giugno il governo ellenico, qualunque esso sia, deve effettuare tagli per 11,5 miliardi di euro. Senza di essi, non ci sarà l’esborso dalla prossima tranche di aiuti. E oggi il ministero delle Finanze di Grecia ha ricordato che «nelle casse del Tesoro non ci sono abbastanza fondi per arrivare fino alla fine di giugno». Un avvertimento tendenzioso? Probabile. Ma, come ha evidenziato l’ultima Debt sustainability analysis (Dsa) della troika le risorse finanziarie della Grecia, a fine febbraio, erano di circa 8 miliardi di euro. Il governo ellenico ha smentito, dicendo che le dotazioni «sono sufficienti per gestire la finanza pubblica fino a fine luglio». E sempre secondo la Dsa, da qui al 2021, quando cioè il rapporto debito/Pil ellenico sarà tornato al 120%, dovranno essere sborsati «nel peggiore dei casi» circa 250 miliardi di euro.

A peggiorare la situazione potrebbe esserci altro. Come ha fatto notare Yiannis Mouzakis, economista di Thomson Reuters, «il timore di una guerra civile è un punto sensibile e dolente, ma è indubbio che se ne stia discutendo molto». Del resto, a dicembre la banca svizzera Ubs ha pubblicato, poco prima di Natale, una ricerca sugli effetti dell’eventuale secessione di un Paese dalla zona euro (grafico a fondo pagina, ndr). Gli economisti Paul Donovan, Stephane Deo e Larry Hatheway calcolarono le probabilità dell’instaurazione di un governo autoritario o la nascita di una guerra civile, in caso di uscita dall’euro da parte di uno Stato debole come la Grecia. La percentuale era del 65 per cento. Più caustica Goldman Sachs. Prima delle elezioni ha calcolato che esiste il il 45% di probabilità che nei prossimi cinque anni in Grecia nasca un governo autoritario o di stampo militare.

Nel frattempo, sul fronte politico, non ci sono passi in avanti. Il primo colloquio fra Alexis Tsipras, numero uno del Syriza, e Samaras si è concluso con un nulla di fatto, come da previsione. «Noi non formeremo un governo con Nea Dimokratia, sono loro che hanno contribuito a condurci qui», ha detto Tsipras, che ora sta tentando di andare avanti per la sua strada. Tuttavia, sono anche difficili le trattative con Venizelos. Quest’ultimo ha spiegato che «occorre assolutamente rinegoziare il patto del bailout, che non rende giustizia a un Paese nobile come la Grecia». In altre parole, il leader socialista vuole estendere fino al 2015 il periodo di grazia per l’aggiustamento economico senza l’introduzione di nuove imposte. «Una mossa populista e vergognosa», ha chiosato il numero uno del quarto partito del Paese, l’Anel (Greci indipendenti) di Panos Kammenos. Ancora più duro Nikolaos Michaloliakos, capo del partito di estrema destra Golden Dawn (Alba dorata): «Continuano a ricordare ai Greci che dobbiamo ripensare tutto, che dobbiamo essere forti e uniti contro la speculazione internazionale». Minacce, più che promesse elettorali, che non lasciano presagire nulla di positivo.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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