Visto dai bambini, il terremoto non c’è stato

Visto dai bambini, il terremoto non c’è stato

CREVALCORE (BO) – I bambini non disegnano il terremoto. Nel punto di ascolto di neuropsichiatria infantile allestito a due passi dal campo di accoglienza di Crevalcore, preferiscono ritrarre le case. Tante e di tutti i colori. Sui fogli appesi alle pareti del gazebo ce ne sono alcune sorridenti, altre “arrabbiate”. Altre ancora storte, in bilico dopo l’ultima scossa di terremoto.

Il servizio di supporto per le piccole vittime del terremoto è stato attivato ieri, poco dopo l’ultima scossa. Già da martedì pomeriggio lo stand che accoglie i bambini era operativo. I medici lavorano in squadre. Per ogni turno devono essere sempre presenti almeno un “clinico” (un neuropsichiatra o uno psicologo) e un educatore o un logopedista. Nessuna terapia, ovviamente. «Il nostro obiettivo – raccontano tutti i professionisti presenti – è quello di offrire ai bambini un punto di ascolto». Perché davanti a traumi simili a quello appena vissuto, per un bambino è fondamentale avere la possibilità di esprimersi. Basta qualche tavolino di plastica, alcuni barattoli di pongo e tante matite colorate.

Rosanna Nervi è una logopedista. Lavora al servizio neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza della Asl di San Giovanni, una decina di chilometri da Crevalcore. «I bambini che sono venuti hanno dimostrato grandi capacità di adattarsi», racconta. Lo dimostrano tanti disegni. «Nemmeno una giornata insieme – continua – e alcuni hanno già ritratto i nostri colleghi che hanno passato la mattinata con loro».

«Costruire una sorta di narrativa sull’evento vissuto – spiega Alessandro Pellicciari, specializzando in psichiatria infantile a Bologna – è importante. Bisogna fare in modo che questi bambini diano voce al proprio disagio, facendo in modo che il turbamento non rimanga dentro». Raccontare le esperienze vissute – attraverso un disegno o una statuina di pongo – può aiutarli ad esorcizzare le proprie paure. «Non siamo noi a chiedere qualcosa ai bambini – racconta Giulia Magnani, neuropsichiatra infantile della Asl di Bologna – sono loro a scegliere cosa portarci». «Il nostro compito – continua Pellicciari – è quello di offrire uno spazio sicuro dove possano esprimersi liberamente, con mezzi idonei alla propria età».

È fondamentale che i bambini ricomincino il prima possibile a fare le cose a cui sono abituati. «Dobbiamo restituire loro la normalità, non aspettano altro». Il centro è frequentatissimo. Ci sono bambini piccoli, della scuola materna e delle elementari. Ma c’è anche qualcuno un po’ più grande. «I più preoccupati – racconta Rosanna Nervi – sono proprio quelli che frequentano la terza media. Le scuole sono chiuse, non si sa quando riapriranno. E loro hanno paura di dover saltare l’esame di fine anno».

Il terremoto, però, non lo disegna quasi nessuno. «Mi ha molto colpito un bambino che ha colorato una casa aperta in due. Dalle mura usciva un angelo che saliva verso il cielo», ricorda Pellicciari. Ma il tema dominante resta la casa. C’è chi ha disegnato un’abitazione con la faccia arrabbiata. Chi ne ha immaginata una storta. Quasi tutte sono sorridenti. Segno che il trauma del terremoto è già stato superato? «Non sempre è così» dice Giulia Magnani. «Molti di questi bambini hanno bisogno di tempo. Ci hanno conosciuto oggi, ci vuole un po’ prima che si crei un rapporto di fiducia».

Qualcuno si è aperto prima degli altri. «Un bambino mi ha raccontato la sua esperienza del terremoto – ricorda Pellicciari – ha descritto le parti della casa che si staccavano, i quadri che cadevano a terra, la preoccupazione dei genitori» È uno dei pochi che è riuscito a verbalizzare la sua esperienza. «Poi mi ha chiesto il pongo per poter riprodurre la sua famiglia. Non ha finito finché non ha creato i genitori e tutti i fratelli. Come se cercasse una base sicura in un momento di difficoltà».

Tutti i bambini sono sensibili alle scosse di terremoto. «Specie quelle più piccole, di assestamento».Tutti sono ancora in cerca di quotidianità e normalità. «Ma non di serenità – conclude Giulia Magnani – per quella serve più tempo». 

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