Borsellino, il vile agguato e i 20 anni senza verità

Borsellino, il vile agguato e i 20 anni senza verità

La prima immagine è un particolare della grande tela. Tutto è racchiuso in uno spazio di trenta metri di lunghezza e dieci di altezza. È un’inquadratura cinematografica, non c’è profondità di campo; tutto è anzi piuttosto schiacciato.
Il giudice è arrivato con la sua scorta in via Mariano D’Amelio, dove abita l’anziana madre. Sono tre macchine in tutto, imbottite di qualche quintale di metallo nelle portiere, con i vetri resi anch’essi pesantissimi, che viaggiano nervose, ruggendo, perdendo olio, quasi toccando l’asfalto, spesso facendo scintille, tirando la prima fino a cento all’ora, con sirene laceranti. E uomini armati che, sporti dai finestrini, agitano mitragliette per fermare il traffico al loro passaggio. Dicono che queste macchine siano ordigni testati per resistere anche a un colpo di bazooka. A Palermo sono il simbolo dello stato; ed è un simbolo paradossale, perché mostrano, infatti, lo stato che non è padrone del territorio; anzi, un intruso. La gente, il popolino, ma anche la piccola borghesia, e anche quella grande – insomma, un po’ tutti –, si lamenta dell’arroganza delle scorte.

Dieci anni prima, nel 1982, un generale dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, arrivato a Palermo come prefetto con “ampi poteri” contro la mafia, si era opposto a questa umiliazione. Viaggiava con una piccola utilitaria, una A112, guidando di persona e tenendo a fianco la giovane moglie milanese. Cosa nostra aveva ringraziato questo suo ottimismo, questa sua sfida risorgimentale, uccidendo lui e la moglie con maggiore facilità del previsto.
Ecco il convoglio che arriva rombando nella breve via Mariano D’Amelio. La scorta conosce bene l’indirizzo e sa come muoversi. Sono quasi le 17. Borsellino lascia la borsa sul sedile posteriore della sua Fiat Croma blindata – dentro ci sono un’agenda, delle carte processuali e un costume da bagno –; l’autista Antonio Vullo parcheggia. Dalle altre due macchine del convoglio scendono gli agenti della sua scorta. Sanno quello che devono fare: essenzialmente circondare il corpo del giudice, come una corazza o uno scudo umano. Se un cecchino sparasse con un fucile di precisione (nella mafiosissima città di Reggio Calabria ci sono state tre uccisioni compiute da un cecchino che ha sparato da trecento metri di distanza, dicono sia un superkiller a contratto, venuto dall’Est), morirebbe uno di loro, ma non lui.
C’è da fare solo una ventina di metri, la testuggine umana li fa di corsa, Borsellino schiaccia (“ammacca”, come dicono i palermitani) il pulsante del citofono dove è scritto “Fiore-Borsellino” e in quel momento scoppia la bomba.

L’autista di Borsellino è uno dei pochi a vedere, ma solo per una frazione di secondo. Sbalzato, ferito, nella Fiat Croma, ricoverato incosciente in ospedale, sarà l’unico a sopravvivere. Muore Paolo Borsellino, muore il caposcorta Agostino Catalano, muoiono Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi. Quest’ultima, ventiquattrenne di Sestu, in provincia di Cagliari, è la prima donna poliziotto a essere uccisa in servizio.
Appena cinquantasei giorni prima, sull’autostrada per Punta Raisi, insieme a Giovanni Falcone e a sua moglie Francesca Morvillo erano stati uccisi i poliziotti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Si era salvato l’autista Giuseppe Costanza. Ed erano rimasti feriti gli agenti Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello, Angelo Corbo.
In due spettacolari e – per lei – rischiosissimi attentati, in meno di due mesi Cosa nostra ha dunque ucciso tre magistrati e otto poliziotti; ne ha feriti cinque. Lei invece non ha avuto perdite. A Capaci si è alzata l’autostrada come un’onda di pietra, ma nessun estraneo si è fatto male. In via D’Amelio sono saltati tutti i vetri di un palazzo di dieci piani, si è sollevato l’asfalto, si sono gonfiati i muri, decine di persone sono rimaste ferite per essere state sbalzate o tagliate, ma nessuno è morto. Nessun condomino, nessun ragazzino, nessun passante. Cosa nostra non ha da chiedere scusa a nessuno, è una sovrana rispettosa dei suoi sudditi. I danni all’edificio saranno rimborsati dal comune di Palermo. Lo stato italiano è fatto così: a Cosa nostra non presenta mai il conto; ma per i disagi causati ha creato un apposito “fondo”.

La seconda scena è un po’ più allargata. Mezza città ha sentito il botto, descritto come un muggito che veniva della terra. Da diversi quartieri si è notata una colonna di fumo nero. Tutti quelli che possono chiamano con i telefoni cellulari, una novità che a Palermo ha avuto molto successo. La prima notizia dell’agenzia Ansa parla di una bomba in via della Regione Siciliana e si sparge la voce che sia stato ucciso il giudice Giuseppe Ayala, che vive in un residence proprio in quella via. Ma non è così: Ayala stesso è tra i primi ad arrivare sul luogo dell’esplosione. Via D’Amelio, corta e a fondo cieco, si popola in breve di centinaia di persone. Abitanti del quartiere, giornalisti, poliziotti, carabinieri, vagano in mezzo a brandelli di cadavere. Alcuni pezzi vengono messi pietosamente in una carriola, altri sono spiaccicati sul muro del civico 19-21. Bambini a piedi nudi si feriscono con i frammenti di vetro. Persone escono sotto shock dagli appartamenti; ambulanze, vigili del fuoco con idranti. Ululano gli antifurto.

In un’improvvisa e imprevista scena di guerra – un pomeriggio afoso, la giornata di domenica; l’estate – nessuno ha il comando delle operazioni. Non viene posta nessuna recinzione, rottami di macchina vengono raffreddati con acqua fredda. Arrivano colleghi di Borsellino, arriva suo figlio Manfredi. Il giudice Ayala (“sentivo il fetore della morte, una morte di cui ero parte”) si trova fra le mani la borsa del suo amico, recuperata dalla Fiat Croma. Non sa se tenerla, non ne ha il diritto, la affida a un ufficiale dei carabinieri. Tutti si agitano, i vigili del fuoco filmano, e così le televisioni. La scena del delitto nella sua integrità è irrimediabilmente compromessa.
Alla fine del XIX secolo, l’investigatore Sherlock Holmes quando arrivava con la sua lente a esaminare impronte sul luogo di un omicidio inglese, in genere rimproverava gli ispettori di Scotland Yard per non aver protetto la zona. Frugava nella mota, alla ricerca di impronte (umane o di animali), di cenere di sigaro, di fiammiferi spenti, ma invariabilmente sospirava: “Posso fare molto poco, qui è passata una mandria di bufali”. Ma non si sarebbe mai permesso di sospettare che la polizia avesse manomesso intenzionalmente la scena del delitto. Deplorava la sciatteria; che ci fosse malizia era per lui assolutamente impensabile.

Intorno alle 18 (quindi, praticamente subito) i corrispondenti dell’agenzia Ansa inviano un dispaccio con informazioni ottenute da esponenti della polizia presenti sul luogo. L’attentato è stato compiuto con una bomba posta in una Fiat 126, o Fiat Seicento, o Fiat Panda, comunque un’utilitaria, azionata a distanza con un telecomando.
Cala la sera, le caserme di polizia sono in rivolta, per il massacro cui sono stati mandati i loro colleghi. Il dirigente della squadra mobile Arnaldo La Barbera viene incaricato dal capo della polizia Vincenzo Parisi di coordinare le indagini. La famiglia di Paolo Borsellino rifiuta i funerali di stato. In via D’Amelio si continua a frugare, adesso con l’aiuto dei riflettori, ma non si trova nulla che suffraghi l’intuizione della polizia.

La mattina di lunedì alle otto, il signor Giuseppe Orofino solleva la saracinesca della sua carrozzeria in via Messina Marine, la lunga, popolare, sconquassata strada che costeggia il porto di Palermo e conduce a est verso il porticciolo di Ficarazzi.
Si accorge che è avvenuto un furto. Da una Fiat 126 lasciata per riparazioni dalla signora Anna Maria Sferrazza sono state asportate le targhe, il libretto di circolazione e l’assicurazione. Giuseppe Orofino si reca subito al commissariato di polizia a denunciare il furto. E con sua grande sorpresa, trasformatasi subito in timore, si trova trattato come un delinquente. L’officina viene perquisita, lui stesso intimidito.

I lavori sulla strada proseguono, ma senza metodo. Si trovano pezzi, si ramazzano detriti. Non si scattano fotografie. Sessanta sacchi neri dell’immondizia colmi di pezzi di ferro, cicche, oggetti vari vengono riempiti e dati in analisi nientemeno che all’Fbi. Nella giornata di lunedì una targa, la PA 878659, viene trovata sotto una carcassa bruciata. Verso le 13 viene rinvenuto, a molta distanza dall’esplosione, un intero blocco motore di un’utilitaria.
Tre giorni dopo, facendo l’inventario di tutte le macchine bruciate o danneggiate (le Fiat Cinquecento, 126, Panda e Seicento erano in tutto ventuno), quella targa e quel blocco motore (con l’aiuto dei tecnici della Fiat di Termini Imerese che risalgono al numero di telaio) diventeranno, per la polizia, parte di una stessa vettura: una Fiat 126 del 1985, rubata a Palermo alla signora Pietrina Valenti nella notte del 9 luglio.

Era come un fantasma, quella utilitaria. Aleggiava in via D’Amelio dove veniva parcheggiata senza destare sospetto, in un luogo che avrebbe dovuto essere vietato, ma non lo era; scoppiava al momento stabilito; si frantumava, è vero, ma si depositava anche in un blocco motore, si congiungeva a una targa, veniva amorevolmente ricomposta, trovava il suo proprietario, faceva immediatamente sospettare del carrozziere Orofino, e animava una nota anonima dei nostri servizi segreti.
Il 13 agosto quel fantasma, infatti, diventò protagonista di un appunto partito dal centro Sisde di Palermo (protocollo numero 2298/Z.3068, diretto a Roma). C’era scritto che da “contatti informali” si potevano prevedere imminenti sviluppi sugli autori del furto della macchina imbottita di tritolo e “sul luogo ove la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato”.

La terza scena è un grande affresco nello spazio, come avrebbe potuto essere una vastissima tela “vedutista”. Il “vedutismo”, secondo la concisa definizione di Wikipedia “è un genere pittorico che ha per soggetto vedute prospettiche di città o paesaggi, attenendosi alla realtà in modo scientifico tramite l’uso della camera ottica. Perfezionata nel Settecento, consiste in un sistema di lenti mobili che proiettano su un foglio l’immagine capovolta del soggetto. La camera ottica mutò totalmente il modo di dipingere del Settecento: le architetture divennero il principale soggetto delle opere artistiche, perdendo il loro ruolo di semplice fondale su cui si svolgevano le azioni dei personaggi principali. Il vedutismo si sviluppò soprattutto a Venezia per via della sua particolarità e suggestività; questo favorì lo sviluppo di una vera e propria scuola veneziana che tra i suoi maggiori esponenti vantava il Canaletto, Francesco Guardi e Bernardo Bellotto. Facevano parte del vedutismo i cosiddetti ‘capricci’, ovvero interventi di mescolanza e sostituzione di alcuni elementi da
un paesaggio all’altro”.

Se si potesse ora dipingere un affresco vedutista – compresi i suoi “capricci” – lo si potrebbe intitolare, a seconda delle intenzioni del pittore Veduta della città di Palermo dal Monte Pellegrino, oppure: Veduta di una nuova zona residenziale costruita negli anni sessanta nella città di Palermo; oppure Veduta del luogo della strage Borsellino, un attimo prima della medesima; oppure ancora Posizioni rispettive dello stato e della mafia sul terreno della via Mariano D’Amelio, alla vigilia della nota strage del 1992.
Se scegliamo un misto di tutte queste, e costruiamo noi stessi il nostro “capriccio vedutista”, ecco allora una vasta tela che mostra lo storico promontorio del Monte Pellegrino che sale ripidissimo dal mare per seicento metri, di grotte, anfratti e boschi, dividendo il grande golfo di Palermo da quello più piccolo di Mondello. Alle sue pendici comincia una parte nuova della città – nata ove un tempo c’era solo un vallone – e poi la Fiera del Mediterraneo, in un accatastamento di palazzi; il cemento, spesso di bassa qualità, è fornito dai grandi imprenditori edili mafiosi, che lasciano il loro segno sui palazzi di quel periodo, non solo nei brutti colori delle facciate, ma anche in una serie di piccoli dettagli: i punti di osservazione dei portieri (immancabilmente uomini di loro fiducia); l’esistenza di appartamenti riservati ad affittuari che non hanno voglia di essere visti, una serie di misure di sicurezza nei collegamenti tra garage, ascensori, scale interne, la cronica insufficienza di parcheggi. Sulla vetta del Monte Pellegrino, ecco invece una magnifica costruzione rosa, dalle forme sinuose, detta il Castel Utveggio, dal nome di un certo signor Utveggio che la costruì nel 1940 pensando di farne un albergo di lusso, ma dovette rinunciare al progetto per l’invasione alleata. Sotto si stende il nuovo quartiere che circonda la corta via senza uscita (chiusa da un resistente giardino di limoni) intitolata a Mariano D’Amelio. Di quest’ultimo si sa che fu un magistrato napoletano molto attivo durante il fascismo. Intorno ci sono strade intitolate ad Anwar El Sadat, presidente dell’Egitto, ucciso nel 1981; a Martin Luther King, campione dei diritti civili in America, assassinato nel 1968; a Isaac Rabin, primo ministro di Israele. E, dato che questi è stato assassinato nel 1995, la sua via deve essere il frutto di un’espansione territoriale. A chiudere il paesaggio, un grande palazzo nel 1992 ancora in costruzione, opera dell’impresa Graziano, tra i più importanti costruttori edili della Palermo ormai stabilmente mafiosa, a partire dagli anni ottanta.

Ecco, in via D’Amelio, le automobili parcheggiate a lisca di pesce e sulla mezzeria della carreggiata. Persone alla finestra, bambini che giocano nella strada.
La quarta scena è la stessa scena vedutista, cui è stato aggiunto il tempo. Prendete per esempio la Veduta della città di Delft di Jan Vermeer: tutto è immobile. L’acqua nel porto, le navi attraccate, la grossa nuvola nera che cambia la luce sui tetti della città, il dialogo delle due donne sul molo. Eppure si sente che, in mezzo a questo placido benessere, qualcosa sta avvenendo, Vermeer ha catturato, oltre alla luce, la premonizione, l’ansia.
La nostra grande tela vermeeriana allora vede una famigliola, padre, madre, figli, persino il cane, uscire da un appartamento al pianterreno del brutto palazzo giallo per andare a passare la domenica altrove; dopo che lo stesso capofamiglia ha bruscamente redarguito un gruppo di bambini che giocava in strada.
Ecco, di fronte all’ingresso del civico 19-21, nell’oscurità della notte precedente o alla luce incerta dell’alba, un’automobile che si sfila da un parcheggio, per far posto a un’altra, un’utilitaria di colore amaranto.
Ecco i padroni del palazzo in costruzione, i fratelli Graziano, che vengono a controllare i lavori, nonostante sia domenica.
Ecco un uomo con un piccolo telecomando che aspetta: è nel giardino dei limoni, no, è nel palazzo dei Graziano, no, è al parapetto del Castel Utveggio.

Ma guardate anche il mare, il mare antistante il porto di Palermo. Una barca da diporto, un gruppo di uomini che si gode la prima brezza della sera. La compagnia (anche se è troppo piccola per essere vista nel quadro) è davvero singolare. Il proprietario della barca, signor Giovanni Valentino, ha un grosso negozio di abiti da sposa ed è in buoni contatti con il noto mafioso Raffaele Ganci; il dottor Lorenzo Narracci è il fedele assistente del capo dei servizi segreti, Bruno Contrada, anche lui presente. (Abita ormai a Roma, ma è tornato a Palermo per le ferie.) C’è anche un capitano dei carabinieri. Alle ore 16.58 e venti secondi, mezza Palermo ha sentito il boato, ma non saprà per almeno mezz’ora che cosa è successo. Sulla barca ricevono una telefonata che parla di un attentato e il dottor Contrada ottiene conferma dal centro Sisde di Palermo che si è trattato di un attentato contro il giudice Borsellino, per cui decidono di tornare a riva, cambiarsi d’abito e andare a dare un’occhiata sul luogo dell’eccidio.
Lo scambio delle telefonate ha occupato appena il tempo di cento secondi. Certo, se il capo era in ferie in barca, al centro Sisde di Palermo erano sul pezzo. Nonostante fosse una domenica di luglio.

Poi, si sa com’è andata. Bruno Contrada, alla vigilia di Natale di quel 1992 viene arrestato con l’accusa di essere una spia di Cosa nostra, al servizio di Salvatore Riina. Lorenzo Narracci, quindici anni dopo, viene addirittura indagato per essere stato presente alla preparazione dell’autobomba con tritolo per uccidere Borsellino.
Ma a me, quella barchetta – quelle telefonate improvvise – ricordano piuttosto un piccolo racconto giallo dell’inizio del Novecento. L’autore era l’inglese G.K. Chesterton, il protagonista un piccolo e impacciato prete cattolico di nome padre Brown. (Antonio Gramsci, in galera, ebbe a scriverne molto interessato, come la risposta cattolica al protestantesimo di Sherlock Holmes.) Nel racconto, che si chiama L’occhio di Apollo, un certo sacerdote Kalon, guru di una setta, organizza l’uccisione di una sua segretaria, facendola precipitare nel vano di un ascensore. La morte della poveretta avviene mentre il predicatore parla dal balcone alla sua folla; si sente un urlo e tutti si voltano verso la sua origine; solo due persone rimangono ferme. Padre Brown, perché non ha capito quello che è successo, e Kalon perché ha capito.

La quinta scena, quella ottimista, in cui si vede quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
Basta cambiare solo di poco la precedente scena vedutista: ecco via D’Amelio con un’ampia zona in cui è vietato il parcheggio, davanti al civico 19-21. È un paesaggio tipico di Palermo di quegli anni; la casa, infatti, è un obiettivo sensibile, ci abita la madre del giudice Borsellino e il giudice viene spesso a trovarla. La sua scorta ha da tempo individuato quella zona come un punto ideale per commettere un attentato. E il giudice Paolo Borsellino, come tutti sanno, è il principale obiettivo di Cosa nostra.
L’acume, la professionalità e la dedizione degli agenti, il lavoro dei servizi segreti, la solidarietà popolare contro la mafia hanno permesso la recinzione di quel tratto di strada, e nessuno ha protestato troppo per i disagi nei parcheggi.
Così è stata protetta la vita del procuratore nazionale antimafia Paolo Borsellino, l’uomo che all’inizio degli anni novanta ha dato il colpo finale a Cosa nostra, arrestandone i capi e scoprendo i loro altolocati protettori, finalmente mettendo termine alla vergogna italiana e restituendo libertà e speranza ai palermitani e ai siciliani tutti.

***
Non andò così, lo sappiamo bene. Ecco una breve lista di quello che successe veramente in quei giorni d’estate del 1992.
I funerali degli agenti di scorta a Borsellino, nella cattedrale arabo-normanna di Palermo, si trasformarono in un’inaudita colossale protesta dei bassi ranghi della polizia. Trasandati e con le barbe lunghe, centinaia di loro diedero l’assalto alle istituzioni con il grido “Via la mafia dallo stato”. Sul sagrato della cattedrale, a loro si unirono, altrettanto bellicose, altre migliaia di cittadini. Sotto le navate, il neoeletto presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, venne fisicamente aggredito dalla turba e fisicamente difeso, non da una scorta, ma solo dal giudice Giuseppe Ayala, alto e dinoccolato come un don Chisciotte, e dal capo della polizia Vincenzo Parisi, di complessione molto robusta, portatore di un clamoroso riporto di capelli bianchi.
Fuori dalla cattedrale, gruppi di giovani dell’Msi (il partito politico che due mesi prima gli aveva addirittura fatto avere cinquantasette voti nelle elezioni a presidente della repubblica) avevano affisso manifesti e portavano striscioni con la scritta: “Meglio un giorno da Borsellino che una vita da Ciancimino”.
Molti magistrati del palazzo di giustizia chiesero le dimissioni del procuratore capo Pietro Giammanco, che in effetti poco dopo uscì silenziosamente di scena.
Una giovanissima siciliana, Rita Atria di Castelvetrano, che aveva sfidato la mafia nella sua famiglia confidandosi con il giudice Borsellino, si gettò dal settimo piano di un appartamento di Roma in cui era stata portata per proteggerla dalla vendetta mafiosa.
Lo stato italiano, mai così fisicamente colpito in tutta la sua storia recente, reagì organizzando un ponte aereo che trasportò trecento detenuti mafiosi nelle desolate prigioni dell’Asinara e Pianosa, per essere ivi sottoposti al regime carcerario più duro che si potesse immaginare.
A dieci giorni dalla strage sbarcarono in Sicilia i primi contingenti dell’esercito italiano per l’operazione “Vespri siciliani”. Destinati a occupare e proteggere gli obiettivi sensibili e a sollevare la polizia da questi compiti, rappresentavano un eccezionale impiego dell’esercito dentro i confini nazionali. La prova che era in corso di una guerra.
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, maggio 2012

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